I migliori dischi dei Valkiria

di Matteo Roncari

Torniamo per un attimo a parlare delle band nostrane con i VALKIRIA, band capitanata dal mastermind Valkus, il quale affonda le proprie radici proprio nel gothic doom a me caro.

Ma non solo, Valkus ha dimostrato la propria versatilità e la propria profonda ispirazione sciorinando capolavori anche con altri progetti, talvolta attingendo a sonorità care alla scena post rock/showgaze (INADRAN e 41 CHAINS), talvolta al black primordiale ancestrale ed al folk con forti richiami alle tradizioni popolari lucane (ODE).

Scoperti per la prima volta grazie a “Here The Day comes” uscito per Bakerteam records, da subito le vibrazioni dell’album mi hanno riportato alle stesse sensazioni avute ascoltando gruppi come Novembre, Paradise Lost e primi Katatonia.

Grazie alla vicinanza ho potuto anche conoscere di persona Valkus che mi ha mostrato una sensibilità non solo artistica ma anche umana.

1 – HERE THE DAY COMES

Per me è il capolavoro della band, sia come concept sia musicalmente parlando: le atmosfere disegnate dalla chitarra vengono impreziosite dal lavoro di Giuseppe Orlando dei Novembre alla batteria.

Un disco che descrive come trascorre un giorno di malinconia, dall’alba alla sera, con melodie e liriche riflessive ed angoscianti e con un lavoro vocale che passa da parti accennate a parti più aggressive grazie al growl dello stesso Valkus.

Ottima la prova anche di Mike alla chitarra ritmica.

Splendido il pezzo d’apertura “Dawn” così come “Afternoon”, i picchi in assoluto.

Un disco riuscito in toto, prodotto in maniera impeccabile, con un sound fresco anche a distanza di anni e ben rappresentato anche da un artwork intrigante.

2 – EPIKA

Valkus ha deciso dopo la pubblicazione di “Here the day comes” di riregistrare i dischi passati dei Valkiria in modo che tutti potessero fruirne maggiormente.

Proprio per tale motivo rimasi piacevolmente colpito quando riuscii a mettere le mani sulla nuova versione di Epika, un album influenzato dalla mitologia nordica e da tematiche fantasy.

Da un punto di vista delle sonorità e del concept scelto siamo certamente distanti rispetto al sopra citato “Here the day comes”: vero i richiami al gothic doom permangono ma i suoni in questo caso, grazie anche all’utilizzo delle tastiere in pieno stile Summoning, enfatizzano richiami al black atmospheric metal.

Da ascoltare assolutamente la title track, ma anche brani come “Efadir”, “Ismather” e “Fellen Sghard”, in grado di avvolgere l’ascoltatore fino ad immergerlo in paesaggi fantastici ed immaginari.

3- INADRAN (DEHANRAST)

Vero, sto parlando dei VALKIRIA, ma in questo caso non potevo certo tralasciare questo album d’una bellezza unica: siamo lontani dalle proposte musicali sopra citate in quanto Valkus ha deciso di pubblicare sotto il monicker INADRAN un album legato al post-rock/showgaze in stile God is an astronaut.

Siamo pertanto di fronte ad atmosfere e linguaggio onirici dove la chitarra (acustica e distorta) dialoga sapientemente con note di pianoforte e con un’effettistica ragionata e mai banale.  

“Ad libitum”, “Hendalion”, “Vediovis” e la splendida “Astronascente” rendono l’album d’impatto e consegnano al genere un gioiello, un lavoro di altissimo livello e qualità.

La canzone dedicata al vaccino anti covid-19 dall’americano Darrell Kalley

Il cantante, compositore e imprenditore Darrell Kelley è nato a Boston, nel Massachusetts. È un artista, cantante, cantautore, attivista sociale, leader spirituale, autore e imprenditore. Dove prevale l’ingiustizia, Kelley è noto per precipitarsi a capofitto nella lotta, per cercare giustizia, comprensione, accettazione e unità per tutti. Ha iniziato la sua carriera come artista di registrazioni Gospel.

Alla fine, senza soluzione di continuità e con successo, ha fatto il crossover ai formati di genere radiofonico R & B / Hip-Hop contemporanei. Le sue canzoni affrontano argomenti sia secolari che recenti, non solo con una profonda intuizione ma spesso con umorismo. Il messaggio dietro la musica di Darrell Kelley ispira gli altri, tocca i cuori, nutre l’anima e influenza le vite per il meglio.

Darrell Kelley ha appena rilasciato un nuovo pezzo, intitolato semplicemente “Vaccine”, che saluta l’attuale disponibilità del rivoluzionario vaccino anti Covid-19. Ora sembra che il mondo stia finalmente voltando l’angolo e guadagnando terreno nella guerra condotta contro il mortale virus. Mentre “Vaccine” elogia gli sforzi coinvolti nella creazione di questo nuovo farmaco miracoloso, la canzone di Darrell Kelley non solo fa emergere la continua diffusione di disinformazione che ha accompagnato il suo rilascio, ma anche l’ormai apparente disparità tra le linee razziali ed economiche che ha ostacolato e rallentato la sua disponibilità negli Stati Uniti.

I migliori dischi dei DARK LUNACY

di Matteo Roncari

Nella scena heavy metal è curioso che tra i miei gruppi preferiti di sempre molti di essi siano italiani e non ne faccio solo una questione prettamente musicale ma anche e soprattutto una questione di punti di interesse, sensibilità ed argomenti trattati.

Nelle bands italiane c’è chi ha menzionato infatti  argomenti storici e riferimenti letterari: per tale motivo citare i parmensi DARK LUNACY mi riempie d’orgoglio. E’ fuori discussione quale sia il loro lavoro più celebrato e significativo: per i fan e per il sottoscritto DEVOID rappresenta in toto la loro essenza.

Mi avvicinai alla band proprio grazie a quell’album e ad una recensione su Metal Shock datata oramai primi anni 2000;  acquistai il disco solamente a Maggio 2002, troppe le uscite importanti in quel periodo e troppo pochi i soldi che avevo messo da parte: tant’è, si apprezzano i dischi anche perché ci si ricorda dei sacrifici fatti per poterli acquistare.

1- DEVOID

Non ci sono parole, bisognerebbe solamente accendere il lettore e farsi travolgere: ricordo che assimilai il disco ascoltando “Stalingrad”, un pezzo meraviglioso.

Piano piano ogni brano si è fermato, prima in testa e poi nel cuore: “Dolls”, “Forlorn”, “Cold Embrace”, “December”, ogni pezzo ha una sua struttura, una sua melodia, un suo lirismo che dona all’ascoltatore la sensazione d’un disco perfetto in ogni suo punto.

Lo sposalizio tra i riffs votati all’heavy metal, gli archi e l’utilizzo dei cori rimane infatti unico nel suo genere; anche l’intermezzo strumentale “Devoid” assume un significato preciso ed una collocazione specifica.

Da citare anche “Fall” e “Take my cry”, ogni volta che l’ascolto non vorrei mai finisse. Splendido anche l’artwork ed il video che uscì per il brano “Dolls”.

2- THE RAIN AFTER THE SNOW

Al secondo posto nella mia personale classifica c’è proprio l’ultima fatica griffata Dark Lunacy e datata 2016.

Il motivo è dato dal fatto che la band ha affrontato un percorso non solamente storico ma anche basato su citazioni letterarie, costruendo pezzi in grado di rilasciare trasporto con gradualità: nei precedenti album infatti tante erano state le citazioni musicali legate ai canti dell’Armata Rossa che davano un impatto immediato a livello emotivo e sonoro ma che andava calando procedendo con gli ascolti.

Tra i pezzi che amo di quest’album sicuramente la title track, che segna un netto ritorno alle origini, ma anche “Gold, rubies and diamonds”, che cita apertamente “Il principe felice” di O.Wilde o “Tide of my heart”, legata alla storia d’amore tra Rainer Maria Rilke e Marina Ivanova Cvetaeva.

3- FORGET ME NOT

Sulla carta è il secondo disco dei parmensi, nella mia personale classifica sono costretto ad inserirlo al terzo posto nonostante la presenza di brani bellissimi e molto intriganti.

Fuori discussione sono pezzi come “Fragile caress”, “Through the non-time”, ma anche pezzi come “Die to reborn” e “Defaced” uscite qualche anno prima in uno split album insieme ai marchigiani Infernal Poetry.

Da un punto di vista musicale credo sia stato molto complicato replicare un album veramente perfetto come “Devoid”: in “Forget me not” c’è tuttavia un utilizzo maggiore di archi ed una sperimentazione sonora che lo rendono ai miei occhi (ed alle mie orecchie) ancora un must assoluto.

Spiace a tal proposito non citare anche gli altri tre dischi rimasti fuori da questa classifica e che comunque tengo a ricordare: “The diarist”, “Weaver of forgotten”, “The day of victory”.

FATE di Adolfo Garcia: i suoni eterei in barba alla durezza di questo periodo

Un respiro profondo. Anche due. A questo serve – anche – Fate, brano del musicista Adolfo Garcia. Solo musica, solo chitarra e synth. Less is more, in questo caso più che mai. Tutto è suonato dal musicista di San Antonio, città più conosciuta per il basket (Nba) che per altro. Quantomeno in Italia. Bibio, Sting e Tycho sono alcune delle influenze messe in campo dal nostro.

Il rock esce da questa traccia, nonostante sia tendenzialmente morbida. Ma il flavour fa la differenza, l’intenzione è sentita. E questo nonostante il lavoro sia stato fatto tutto in uno studio casalingo. Tipo di questione che in passato non era così comune ma che ormai è divenuta la norma, specie tra i musicisti underground. Ma se sia le chitarre che le tastiere, così come l’amalgama generale, ne escono così…beh, perché no?

Peralto, come da indicazione dello stesso Adolfo Garcia, Fate è un brano registrato in un giorno, un buona la prima. Ma non sono forse l’irruenza dei Sex Pistols, e certe imprecisioni di quando si registrava su nastro, ricordate ancor oggi con nostalgia. Ordunque, ci può stare, così come ci sta questo gusto strumentale. Molto semplice, intendiamoci, arpeggi ed effetti, ma efficace.

Se cercate Steve Vai ovviamente non è questo il progetto che fa per voi. Se invece avete intenzione di immergervi, magari mentre scorre la vostra quotidianità, in atmosfere ideali anche per concentrarvi sul lavoro, piuttosto che in altre situazioni, potreste ritrovarvi cullati da un andamento lento e morbido, avvolgente. Proprio come le coperte di un letto caldo quando fuori infuria la bufera…

E nell’omonimo album ne trovate addirittura 9, di coperte.

I migliori album dei Saturnus

di Matteo Roncari

Esco un attimo dai confini nazionali per spingermi fino in Danimarca dove è d’obbligo parlare di un’altra band fondamentale per me e per la scena doom metal. Parlare dei Saturnus è magia, perché questa band è riuscita negli anni a comporre degli album bellissimi, intriganti e coinvolgenti con uno stile unico e personale. Scoperti guarda caso sempre grazie a Metal Shock ma anche da un loro poster visto in quello che allora era per me non solo un negozio, ma un tempio, ovvero “il Pentagramma Music Store” a Verona.

1- MARTYRE

Uscito oramai a cavallo tra il 1999 ed il 2000, resta a mio giudizio il loro lavoro più ricco ed intenso per melodie ed emotività: bellissima l’intro che apre al primo brano “Inflame thy heart”, che inizia in modo aggressivo per poi sfociare in atmosfere più dilatate e oniriche grazie alle chitarre di Peter Poulsen e di Kim Larsen; l’album prosegue con brani ricercati sia a livello stilistico che sonoro come “Empty handed”, la splendida “Noir” o come “A poem (written in moonlight)” dove incanta la voce versatile di Thomas Jensen, a volte accennata, a volte sussurrata, fino a sfociare in pesanti growls, tali da rendere i pezzi carichi di malinconia.

Evocative e sognanti anche le tastiere di Anders Ro Nielsen e precise e molto varie le ritmiche di Jesper Saltoft e di Brian Hansen. Menzione particolare meritano anche “Softly on the path you fade”, “Thou art free” e “Loss in memoriam”, anche se è tutto il disco a dover essere ascoltato nella sua interezza: a distanza di anni, oramai 20, i brani sembrano migliorare ad ogni ascolto.

Da segnalare anche la copertina che richiama un dipinto del pittore francese Delaroche e la produzione curata da Flemming Rasmussen, che nel panorama heavy metal non ha certo bisogno di presentazioni. Sicuramente un album da avere e custodire gelosamente per ogni amante del genere e tra i più importanti della mia personalissima collezione.

2- PARADISE BELONGS TO YOU

E’ brutto dover stilare una classifica degli album di un gruppo anche se purtroppo è consuetudine per gli audiofili come me: brutto è mettere al secondo posto un altro bellissimo disco come “Paradise Belongs to you”, ufficialmente la prima uscita a firma Saturnus e datata 1996.

In questo disco inizia la storia del gruppo danese e lo spirito che avvolge i loro pezzi, uno spirito di malinconia, tristezza ed oscurità proprie del doom metal. Il legame tra i brani è dato dal cinguettio costante di un uccello che inizia con la title track, prosegue con “Christ goodbye”, diventato oramai cavallo di battaglia anche in sede live, e via via introduce ogni singolo brano, dalla bellissima “Pilgrimage of sorrow” ad “Astral dawn”.

Ritmi ancestrali riecheggiano grazie anche a passaggi come “the Fall of Nakkiel” e “Lament for this treacherous world”.

3 – VERONIKA DECIDES TO DIE

Uno degli aspetti che amo di una band è quando ogni lavoro viene presentato come se avesse una propria identità: i Saturnus hanno tra i tanti pregi quello di ben identificare i loro album con copertine d’assoluto valore e sicuramente diversissime tra loro per ricercatezza di immagini e colore.

E’ come se ogni album avesse una propria luce. Così accade anche per “Veronika decides to die”, titolo che trae ispirazione dal libro di Paulo Coelho, uscito nel 2006, che abbandona il nero totale di “Martyre” per dare maggior spazio ad uno sfondo bianco.

Stiamo parlando di un altro capolavoro in musica, che inizia immediatamente con i dieci minuti di “I Long” e prosegue con brani splendidi come “Pretend”, “Descending” e “Rain wash me”. Passaggi diversi, più soft ed introspettivi si avvertono in “All alone” per poi far ritorno al doom con la conclusiva “Murky waters”.

Parliamo in conclusione di una band di valore assoluto che come unico difetto ha quello di aver pubblicato pochi dischi e di cui speriamo di ricevere presto notizie dal momento che il loro ultimo lavoro, “Saturn in ascension”, risale al 2012.

POd-Festival: il podcast su Sanremo 2021 di Johnny (VINILICAMENTE) e Francesco Bommartini (Accesso Riservato)

di Francesco Bommartini

State seguendo Sanremo? Sì, e no, giusto? D’altronde la kermesse è lunga, sia per totale che per singola serata. Una settimana a scavallare le 2 di notte non è agevole. Consci di questo, e vogliosi di dire la nostra sul tema che più amiamo (la musica, of course), io e l’amico Johnny dello splendido canale Youtube VinilicaMente abbiamo deciso di unire le forze e sciropparci tutte le serate per poi parlarne in un Podcast, per l’occasione chiamato Pod-Festival.

Ma lascio la parola proprio al Podcast: lo potete ascoltare qui.

Give me “FIVE”: la verve dei veterani Bludgers nel nuovo ep

Un ep vivace quello dei veterani Bludgers, formatisi in Illinois ed attivi discograficamente sin dal 1994. I tempi dei mondiali americani, tempi splendidi per me, allora solo 11enne e pieno di sogni da realizzare. Le grandi melodie, le armonie vertiginose e i suoni pieni di gioia caratterizzano i 5 brani contenuti in Five. Le chitarre ronzano, si piegano e si intrecciano, trovando il grande punto debole tra power-pop e country.

La potente sezione ritmica scorre calda e costante sotto testi arguti e attenti su un cast di personaggi più vero della vita. Le canzoni si muovono con sicurezza dal jangle country-rock (“Dirty Laundry”) al roots-pop acustico (“Frozen Ground”), e dalla classica ballata rock (“Saint Monday”) al twang open-plains (“More Things You Don” t Necessary ‘). A coronare il tutto c’è “Full Steam Behind”, una lastra di puro power-pop con tutta la spavalderia di un successo radiofonico perduto degli anni ’80. Ogni canzone qui offre un po ‘di ciò di cui tutti abbiamo bisogno in questo momento: divertimento intelligente.

Un sound quello dei Bludgers che in alcuni casi vira anche verso un certo brit-pop: mi aspettavo di sentire la voce di Gallagher da un momento all’altro. E invece no, resta quella Jon Pheloungh, bella anche se forse meno caratteristiche. Sicuramente meno conosciuta, ma solo perché la vita dà delle direzioni che prima non puoi conoscere. Se così fosse, probabilmente metà delle band non nascerebbero neppure. E invece a questi americani va dato onore al merito.

Bravi a reggere, anche dopo un anno così bislacco. Ad uscire con un lavoro vitale, in barba ad un virus virato in positivo. Tutt’altro che scontato un po’ tutto. Specie in tempi in cui buona parte della musica è piatta come una tavola da surf, nonostante – o forse proprio a causa di – una loudness ormai insopportabile. I Bludgers rifuggono da questo approccio, e fanno bene, facendo parlare i loro strumenti anche con toni che oggi forse non portano follower ma di sicuro faranno piacere a chi ama il rock-pop fatto bene.

Verso Casa con Avoria

Si apre e si alza, come tutti i suoni di synth che ne compenetrano l’anima, “Verso Casa”, il brano che più mi ha colpito di Avoria. Questo progetto musicale s’innesta nella musica italiana come un velo di farina, rendendo le proprie canzoni perfettamente deglutibili per tutti. E questa è la forza di questa realtà, “questa sera io m’incanto, tu non devi più aspettare” è una frase che fa sognare.

“Mentre tu ti divori l’universo” è invece una specie di resa, plausibilissima, specie se accostata ad una storia d’amore. Il progetto Avoria è nato nel 2020 in Basilicata. E nelle intelaiature anni ’80 che ne caratterizzano l’incedere indie rock si intravede proprio la voglia di fuggire dal lockdown, così come nella frase “mille sagome s’incrociano”, che precede un “questa sera io m’incanto” che fa sognare.

E non è forse questo quello di cui abbiamo bisogno tutti? Il sogno, anelato anche attraverso ne sette note, un brano particolarmente evocativo che, seppure utilizzando l’italico idioma, riesce persino a risultare internazionale. Saranno quelle drum machine a trarre in inganno l’afflato dell’Italiano medio? Mah, il tempo sarà galantuomo, forse, sotto questo profilo. Lo spero io, come tanti che hanno perso “l’attimo fuggente”.

Perché solo dopo aver trovato la summa della vita, tornare “Verso casa” sarà pienamente soddisfacente. Quindi grazie Avoria, per aver generato tutte queste discettazioni emotive di cui anche il sottoscritto aveva bisogno. Perché dopo un periodo come quello che stiamo ancora vivendo la voglia di rinascere può passare anche da un brano giunto dal web, attraverso una mail di chi lo ha composto e donato al mondo.

I migliori dischi dei Void of Silence

di Matteo Roncari

Tra le band che sono state fondamentali per lo sviluppo della mia personalità, crescita e sensibilità artistica ci sono sicuramente i VOID OF SILENCE.

Ho un aneddoto da raccontare a tal proposito: iniziai a interagire via mail nel lontano 2003 con Riccardo Conforti, uno dei principali compositori, che al tempo curava una rubrica di musica dark ambient per il mensile Flash Magazine.

Tra l’altro i nostri dialoghi erano inerenti esclusivamente la dark ambient/noise music e pertanto ignorai che appartenesse alla scena musicale. Appena arrivai a scoprire che Riccardo era uno dei membri dei VOID OF SILENCE, incuriosito e d’istinto, acquistai “Criteria ov 666”, che nella discografia rappresenta il loro secondo tassello.

Al primo ascolto rimasi un attimo distante ma come avviene nella maggior parte dei casi che mi riguardano, i dischi si imparano ad amare assimilandoli a poco a poco. E così ancora oggi “Criteria” è per me un disco unico nella mia “libreria musicale”.

Ma non è tutto: perché i VOID OF SILENCE sono l’unica band assieme ai NOVEMBRE a farmi considerare imprescindibili due loro lavori. Nel 2018 infatti è uscito “The sky over”, il loro ultimo full lenght, che è riuscito a sedurmi ancora di più rispetto ai predecessori anche grazie alla partecipazione vocale di Luca Soi, molto ispirato sia a livello vocale che nella stesura dei testi.

A livello musicale ho sempre adorato la tipologia e le modalità di composizione del duo Conforti/Zara, in grado di mescolare elementi legati al doom metal con elementi di musica elettronica e ambient molto ricercati e di notevole impatto.

1 – THE SKY OVER

Per me è ad oggi il capolavoro assoluto della band: per le tematiche trattate, per il gusto musicale, per il pathos che emana. Splendido il primo pezzo “The void Beyond”, così come gli intermezzi.

Notevole menzione anche per la title track e “Fartheless shores”: ma è tutto il disco a dover essere ascoltato nella sua interezza e consequenzialità. Una citazione particolare per me va alla strumentale “White light horizon” che chiude l’album in modo sublime e disteso grazie alle ritmiche di sinth e di chitarra acustica.

Bellissimo anche l’artwork curato da Francesco Gemelli.

2- CRITERIA OV 666

E’ il disco che mi ha fatto conoscere la band e che ha visto l’attività, oltre al duo Conforti/Zara, di Fabban degli Aborym. Un disco molto sentito, un incubo in musica anche grazie alla performance vocale dello stesso Fabban.

“Anthem for doomed youth”, “With no half-measure”, “Nothing immortal”, “The Ultimate supreme…” alternano riff violenti a momenti onirici e ricercati grazie all’effettistica elaborata da Conforti.  

Personalmente questo album mi ha donato la forza giusta per reagire a situazioni avverse e per questo motivo è ancora oggi per me seminale.

3- HUMAN ANTITHESIS

Anche in questo caso devo mettere al terzo posto questo album non per demerito rispetto ai precedenti, quanto per il fatto che c’è sempre una componente umana ed un trasporto emotivo o periodico che a mio modo di vedere incidono sul nostro approccio all’ascolto.

Va detto tuttavia che parliamo sempre di un capolavoro e non mancano elementi di magia assoluta: i venti minuti della title track valgono da soli l’acquisto del disco, così come “Grey Horizon” e “To a sickly child” dove la coppia Zara/Conforti si avvale del grande A.A.Nemtheanga alla voce.

Che dire poi dell’ultimo brano magnificamente interpretato dalla voce di Atratus dei Tronus Abyss, una lettura di una poesia di Baudelaire che rende i versi ancora più magniloquenti e sinistri.

Intervista e recensione per l’artista hip-hop Tapatìo Machiavelli

Cosa si prova ad essere il primo artista rap su Reverbnation?

È una grande sensazione, lavoro duro per questo. Non sarei in grado di farlo senza il supporto delle persone.

Quest’anno sei impegnato in 4 progetti: ce ne vuoi parlare?

Il 10 gennaio 2021 ho pubblicato un album Mixtape “Estoy De Regreso” dopo 10 anni in cui non ho pubblicato alcun progetto hip hop. In questo momento sta andando abbastanza bene. Pubblicherò altri 4 progetti quest’anno, due album di musica popolare messicana chiamati “Catorce Kilates” e “Negocio Es Negocio” e due progetti hip hop chiamati “Freeze Flowing” e “Freaky Thoughts“. Sono davvero felice di rilasciare tutti questi fantastici progetti quest’anno!

Parlaci dei premi che hai vinto…

Ho vinto 5 premi nella mia carriera. L’anno scorso ho vinto quello come miglior cantante messicano regionale in Flash Awards. È stata una bella sensazione vincere quel premio, e per questo devo ringraziare anche il mio manager Gilberto Lopez, la mia pubblicista Elizabeth Therrien e il promoter Marisol Quinonez e infine il rapper Danger RP e i fan che mi supportano.

Quali sono le tue influenze?

La mia influenza nella musica è varia, sono un grande fan della superstar italiana Andrea Bocelli. Nell’hip hop Sono fortemente influenzato da 2pac Shahkur, Dmx, 50 Cent, Cartel de Santa e molti altri. Nella regione messicana sono stato influenzato da Chalino Sanchez, Vicente Fernandez, Antonio Aguilar, Jose Alfredo Jimenez e molti altri.

Come vivi la musica nella tua città?

Sono cresciuto a Inglewood, una città della California. Sono cresciuto amando l’hip hop grazie a ciò che mi circondava nelle strade. Attualmente vivo in un bellissimo ranch chiamato Belem de Maria, che si trova in un’incredibile città chiamata San Miguel El alto, Jalisco in Messico

Cosa pensi dell’Italia?

Amo tutto dell’Italia, in realtà sono un grande fan del Milan, il mio sogno è andare a una partita di calcio Milan-Inter. Sono un grande fan di Niccolò Macchiavelli, l’Italia è piena di storia, amo quel paese.

Quando e perché hai cominciato a fare hip hop?

Ho iniziato a fare musica hip hop con il mio laptop che i miei genitori mi avevano comprato, era davvero pessima musica hahah. Poi sono andato con il mio amico “Gil Got Beats” e grazie a lui so come scrivere e come capire la musica hip hop, a lui devo gran parte della mia carriera hip hop. Il mio sogno è fare un album hip hop completamente prodotto di “Gil Got Beats”.

Voglio ringraziarti per questa incredibile intervista, è stata una grande esperienza. Voglio ringraziare i miei genitori per il supporto e anche mio figlio, voglio ringraziare le persone che mi supportano, li amo. Spero di visitare presto l’Italia. Grazie.