La canzone dedicata al vaccino anti covid-19 dall’americano Darrell Kalley

Il cantante, compositore e imprenditore Darrell Kelley è nato a Boston, nel Massachusetts. È un artista, cantante, cantautore, attivista sociale, leader spirituale, autore e imprenditore. Dove prevale l’ingiustizia, Kelley è noto per precipitarsi a capofitto nella lotta, per cercare giustizia, comprensione, accettazione e unità per tutti. Ha iniziato la sua carriera come artista di registrazioni Gospel.

Alla fine, senza soluzione di continuità e con successo, ha fatto il crossover ai formati di genere radiofonico R & B / Hip-Hop contemporanei. Le sue canzoni affrontano argomenti sia secolari che recenti, non solo con una profonda intuizione ma spesso con umorismo. Il messaggio dietro la musica di Darrell Kelley ispira gli altri, tocca i cuori, nutre l’anima e influenza le vite per il meglio.

Darrell Kelley ha appena rilasciato un nuovo pezzo, intitolato semplicemente “Vaccine”, che saluta l’attuale disponibilità del rivoluzionario vaccino anti Covid-19. Ora sembra che il mondo stia finalmente voltando l’angolo e guadagnando terreno nella guerra condotta contro il mortale virus. Mentre “Vaccine” elogia gli sforzi coinvolti nella creazione di questo nuovo farmaco miracoloso, la canzone di Darrell Kelley non solo fa emergere la continua diffusione di disinformazione che ha accompagnato il suo rilascio, ma anche l’ormai apparente disparità tra le linee razziali ed economiche che ha ostacolato e rallentato la sua disponibilità negli Stati Uniti.

FATE di Adolfo Garcia: i suoni eterei in barba alla durezza di questo periodo

Un respiro profondo. Anche due. A questo serve – anche – Fate, brano del musicista Adolfo Garcia. Solo musica, solo chitarra e synth. Less is more, in questo caso più che mai. Tutto è suonato dal musicista di San Antonio, città più conosciuta per il basket (Nba) che per altro. Quantomeno in Italia. Bibio, Sting e Tycho sono alcune delle influenze messe in campo dal nostro.

Il rock esce da questa traccia, nonostante sia tendenzialmente morbida. Ma il flavour fa la differenza, l’intenzione è sentita. E questo nonostante il lavoro sia stato fatto tutto in uno studio casalingo. Tipo di questione che in passato non era così comune ma che ormai è divenuta la norma, specie tra i musicisti underground. Ma se sia le chitarre che le tastiere, così come l’amalgama generale, ne escono così…beh, perché no?

Peralto, come da indicazione dello stesso Adolfo Garcia, Fate è un brano registrato in un giorno, un buona la prima. Ma non sono forse l’irruenza dei Sex Pistols, e certe imprecisioni di quando si registrava su nastro, ricordate ancor oggi con nostalgia. Ordunque, ci può stare, così come ci sta questo gusto strumentale. Molto semplice, intendiamoci, arpeggi ed effetti, ma efficace.

Se cercate Steve Vai ovviamente non è questo il progetto che fa per voi. Se invece avete intenzione di immergervi, magari mentre scorre la vostra quotidianità, in atmosfere ideali anche per concentrarvi sul lavoro, piuttosto che in altre situazioni, potreste ritrovarvi cullati da un andamento lento e morbido, avvolgente. Proprio come le coperte di un letto caldo quando fuori infuria la bufera…

E nell’omonimo album ne trovate addirittura 9, di coperte.

Give me “FIVE”: la verve dei veterani Bludgers nel nuovo ep

Un ep vivace quello dei veterani Bludgers, formatisi in Illinois ed attivi discograficamente sin dal 1994. I tempi dei mondiali americani, tempi splendidi per me, allora solo 11enne e pieno di sogni da realizzare. Le grandi melodie, le armonie vertiginose e i suoni pieni di gioia caratterizzano i 5 brani contenuti in Five. Le chitarre ronzano, si piegano e si intrecciano, trovando il grande punto debole tra power-pop e country.

La potente sezione ritmica scorre calda e costante sotto testi arguti e attenti su un cast di personaggi più vero della vita. Le canzoni si muovono con sicurezza dal jangle country-rock (“Dirty Laundry”) al roots-pop acustico (“Frozen Ground”), e dalla classica ballata rock (“Saint Monday”) al twang open-plains (“More Things You Don” t Necessary ‘). A coronare il tutto c’è “Full Steam Behind”, una lastra di puro power-pop con tutta la spavalderia di un successo radiofonico perduto degli anni ’80. Ogni canzone qui offre un po ‘di ciò di cui tutti abbiamo bisogno in questo momento: divertimento intelligente.

Un sound quello dei Bludgers che in alcuni casi vira anche verso un certo brit-pop: mi aspettavo di sentire la voce di Gallagher da un momento all’altro. E invece no, resta quella Jon Pheloungh, bella anche se forse meno caratteristiche. Sicuramente meno conosciuta, ma solo perché la vita dà delle direzioni che prima non puoi conoscere. Se così fosse, probabilmente metà delle band non nascerebbero neppure. E invece a questi americani va dato onore al merito.

Bravi a reggere, anche dopo un anno così bislacco. Ad uscire con un lavoro vitale, in barba ad un virus virato in positivo. Tutt’altro che scontato un po’ tutto. Specie in tempi in cui buona parte della musica è piatta come una tavola da surf, nonostante – o forse proprio a causa di – una loudness ormai insopportabile. I Bludgers rifuggono da questo approccio, e fanno bene, facendo parlare i loro strumenti anche con toni che oggi forse non portano follower ma di sicuro faranno piacere a chi ama il rock-pop fatto bene.

Verso Casa con Avoria

Si apre e si alza, come tutti i suoni di synth che ne compenetrano l’anima, “Verso Casa”, il brano che più mi ha colpito di Avoria. Questo progetto musicale s’innesta nella musica italiana come un velo di farina, rendendo le proprie canzoni perfettamente deglutibili per tutti. E questa è la forza di questa realtà, “questa sera io m’incanto, tu non devi più aspettare” è una frase che fa sognare.

“Mentre tu ti divori l’universo” è invece una specie di resa, plausibilissima, specie se accostata ad una storia d’amore. Il progetto Avoria è nato nel 2020 in Basilicata. E nelle intelaiature anni ’80 che ne caratterizzano l’incedere indie rock si intravede proprio la voglia di fuggire dal lockdown, così come nella frase “mille sagome s’incrociano”, che precede un “questa sera io m’incanto” che fa sognare.

E non è forse questo quello di cui abbiamo bisogno tutti? Il sogno, anelato anche attraverso ne sette note, un brano particolarmente evocativo che, seppure utilizzando l’italico idioma, riesce persino a risultare internazionale. Saranno quelle drum machine a trarre in inganno l’afflato dell’Italiano medio? Mah, il tempo sarà galantuomo, forse, sotto questo profilo. Lo spero io, come tanti che hanno perso “l’attimo fuggente”.

Perché solo dopo aver trovato la summa della vita, tornare “Verso casa” sarà pienamente soddisfacente. Quindi grazie Avoria, per aver generato tutte queste discettazioni emotive di cui anche il sottoscritto aveva bisogno. Perché dopo un periodo come quello che stiamo ancora vivendo la voglia di rinascere può passare anche da un brano giunto dal web, attraverso una mail di chi lo ha composto e donato al mondo.

Fuun, da Monaco il gruppo giusto per il momento giusto, tra psych e post-grunge. Recensione e intervista.

domande di Francesco Bommartini

Il nome del vostro nuovo album è Past. Quali sono le principali differenze con gli altri?

Innanzitutto grazie per l’intervista. È un piacere conoscerti. Il nostro stile era ispirato al rock e al post-grunge. Era un suono piuttosto diretto con la configurazione standard della rock band. Oggi siamo persone di mentalità aperta che amano sperimentare con i suoni di qualsiasi tipo. Siamo curiosi di strumenti che non ci sono familiari, o anche del suono di corrimano nella nostra tromba delle scale. Durante il Covid un chitarrista ha lasciato la band, quindi ora siamo in quattro e ci siamo dovuti muovere prima del Covid. Non meno importante, per creare il nostro ultimo capolavoro ci sono voluti 7 lunghi anni, quindi le storie dietro le canzoni sono ispirate da eventi accaduti molto tempo fa.

Come approcciate la fase compositiva?

Iniziamo suonando insieme, poi la struttura si evolve, e i testi vengono scritti. Quando finalmente siamo decisi su ogni dettaglio, registriamo la canzone. Quando Julian non era ancora nella band e non avevamo uno studio, registrare è stato molto difficile. A quel tempo, pensavamo che una canzone fosse finita dopo la registrazione. Ma non è così. Particolarmente durante il Covid abbiamo beneficiato molto delle possibilità di vivere insieme e di avere il nostro studio a casa, e dell’esperienza di Julian come produttore…e panettiere. Potremmo davvero lasciarci andare alla deriva e sperimentare suoni, arrangiamenti ed effetti diversi. Questa per noi è stata una nuova esperienza.

In che modo pensate di promuovere l’album?

Il Covid ci ha costretti a fare affidamento su una strategia esclusivamente online. Il marketing online ha un vantaggio: puoi raggiungere tutti, non solo gente del posto. Quindi abbiamo pensato: perché non andare in tutto il mondo? Abbiamo già ricevuto alcune recensioni internazionali e siamo curiosi di sentire cosa si dice in Italia. Non appena il Covid lo permetterà vogliamo andare in tour. Ci piacerebbe suonare anche in Italia! Inviateci un’e-mail e lo faremo accadere, di sicuro.

Avete un suono originale. Quali sono gli elementi che lo adattano e avete dei segreti?

Il nostro suono è composto da voci femminili e maschili, equamente rappresentate, accompagnate da un coro a più voci di accordi. Stiamo quindi cercando gruppi di cori locali che si uniscano a noi nel nostro tour dal vivo. Inoltre, abbiamo usato un sacco di strumenti nel nostro album, inclusi violino, violoncello, Fender Rhodes, chitarre, un Framus a 12 corde di 60 anni, 3 bassi, innumerevoli strumenti a percussione come flex-atone e kalimba. Abbiamo utilizzato sintetizzatori vintage Moog, Korg e Yamaha. In studio, abbiamo un’ampia selezione di amplificatori per basso e per chitarra e abbiamo utilizzato un’ampia gamma di effetti sonori psichedelici (tutto ciò che lo studio aveva da offrire e anche di più). SENZA LIMITI. Consiglio speciale del nostro bassista: il pedale Cockfight è il miglior fuzz.

Come avete vissuto con il Covid nel 2020?

Per fortuna ci siamo trasferiti a vivere insieme sei mesi prima del Covid. Solo il nostro batterista vive a poche miglia di distanza, quindi possiamo continuare a suonare insieme e lavorare sugli album. Dopo che tutti i nostri spettacoli sono stati cancellati abbiamo trasmesso in streaming diversi concerti dal nostro soggiorno. Anche il nostro il batterista era connesso dal vivo tramite Skype. In autunno, quando il numero di infezioni diminuiva, ci è stato permesso di suonare un piccolo concerto con un numero limitato di spettatori, che è stato anche trasmesso in streaming. È stata una notte unica per noi. I punti salienti si possono venere sul nostro canale YouTube e sito web. Abbiamo anche pubblicato il singolo Grey Cold Rabbit, abbiamo lavorato duramente sull’album e l’abbiamo terminato l’ultimo giorno dell’anno. Nel frattempo coltivavamo verdure, imparavamo a fare il pane e la pizza e facevamo amicizia con polli e anatre nel nostro giardino, che abbiamo adottato durante la pandemia. Non c’è niente di meglio che rilassarsi guardarli sgranocchiare tutto il giorno.

Fuun live im Backstage Club | Emergenza 2020 | 1st Step No.4 | 28-2-2020 | ?? Tobias Tschepe

Vivete a Monaco. Com’era la scena musicale lì prima di covid?

Abbiamo suonato concerti indimenticabili a Monaco di fronte a folle fantastiche, e ne siamo incredibilmente grati. Speriamo davvero che molti live club sopravvivano a questi tempi difficili e che saremo in grado di suonarci in futuro. La musica è una parte così importante della cultura, si connette con persone a un livello molto personale ed emotivo. Questo non deve morire!

In che modo vivete i vostri concerti?

Preferiamo andare al concerto con i mezzi pubblici. Sul palco, la libertà è la cosa più importante per noi. Ecco perché suoniamo in arrangiamenti sciolti, con spazio per improvvisazione, assoli e realizzazione di idee spontanee insieme. Abbiniamo la nostra configurazione individualmente a ogni luogo, dalle piccole sessioni acustiche a quelle uniche e soffiate up performance, paragonabili a una produzione in studio. Miriamo al suono perfetto per ogni canzone: batteria reale, 2 chitarre elettriche e 2 acustiche con grande pedaliera, basso, 3 voci con effetti vocali, una tastiera, un flauto e tante piccole percussioni. Un concerto con FUUN è sempre una festa. Dopo lo spettacolo, festeggiamo molto con i nostri amati fan. Normalmente siamo tra gli ultimi a lasciare il club. I video diari possono essere trovato su Instagram: @fuunology.

Cosa volete fare in futuro?

Come detto prima, miriamo al dominio del mondo. Inoltre, vorremmo che tutti gli umanoidi fossero amichevoli con il nostro pianeta! Vorremmo adottare un altro simpatico amico pollo. Vogliamo che la nostra musica venga ascoltata ovunque. Dopo il miglioramento genetico di tutti gli umanoidi e la sconfitta di Covid, vorremmo suonare molti spettacoli, vedere il mondo intero e soprattutto fare uno spettacolo in una fattoria biologica in Italia. E vogliamo la pace nel mondo!

Recensione

di Francesco Bommartini

Hanno una strana vivacità i Fuun. Quasi sorprendente, per un periodo così buio. E allora benvenga Past, album che a dispetto del titolo s’incunea nel presente con una freschezza salvifica. La produzione è dinamica, e sottolinea alcune sfumature che la loudness spesso nasconde. Qui invece i tocchi surf e gli arpeggini lisergici, ad esempio dell’opener Loss of time, si sentono, eccome!

Le trovate sonore, forse, sono proprio la cosa più simpatica, e gradevole, degli 11 brani che questi tedeschi, di Monaco, hanno da offrire. Inizialmente nati come band post-grunge, i Fuun hanno ora sviluppato un proprio genere. Ispirato a Pixies, Alt-J, Radiohead, Alice in Chains, ma pure ai The Beatles, con tocchi King Gizzard. Diciamo che è più semplice, e diretto, l’ascolto della descrizione.

Tralasciando l’inquietante vocalità di Lola, che ricorda davvero quella di Cobain, i Fuun sono uno splendido progetto che, ne sono certo, on the road dà il meglio. Lo suggeriscono le stesse dinamiche di cui vi parlavo sopra. E questi inizi di canzoni spesso stranianti, con bassi che sembrano messi lì in modo casuale, quasi da jam, ma invece hanno senso.

La varietà porta l’ascoltatore fino in fondo alle 11 canzoni dell’album con leggerezza. Niente male, visto che viviamo in un mondo in cui l’overload informativo – e musicale – la fa da padrone. E poco male se uno dei cantanti ricordi Cobain – succede anche in Notabomb – visto che Genoveva Dünzinger riequilibra perfettamente, sublimando l’effetto psych.

Chi va piano…va forte. Krennerich a soli 22 anni regala due perle di musica pura, calma ed emozionante.

Corre, rallenta, corre, rallenta. E poi s’inerpica sulla superficie delle emozioni. E, quando ormai lo aspetti, penetra e, sempre ondivago, raggiunge il cuore. Questa può essere la descrizione di Chaos, il primo dei due brani di Vincent Krennerich presenti nell’ep Lebendig. Un ep chde in totale dura circa 5 minuti, quindi composto da due composizioni sintetiche, sì, ma compiute.

Sì perché il discorso musicale non risente di questa apparente, forse per qualche addetto ai lavori, eccessiva cortezza. E così anche il secondo brano, che dà poi il nome all’ep, si muove su coordinate riconoscibili sotto le dita di Krennich, che sovente affrontano scale celeri, ma senza lasciare il fianco a certo minimalismo che oggi sembra andare per la maggiore.

Qui c’è un piano suonato, con passione e sapienza. Nient’altro. E neppure fx, piuttosto che effetti stranianti. E’ semplicemente musica. In cui calma ed emozionalità la fanno da padroni, sotto l’egida si questo giovane pianista tedesco, 22enne, che risponde al nome di Vincent Krennerich, per l’appunto. Un ragazzo semplice, come potete vedere nella foto, ma che ha un mondo musicale tutto da scoprire.

Mentre ascolto l’ep penso ad un ballerino. Questa è musica perfetta per un ballo soave ed emozionante. Se pensate ai passi ad ogni tasto premuto, e pesato, non potrete che versare qualche lacrima. E io per questo ragazzo vedo un futuro pieno di intensità emotiva, che sono certo saprà donare agli ascoltatori anche con i prossimi lavori.

Scommettiamo che ne risentiremo parlare?

One Final Goodbye: ovvero quando l’addio fa venir voglia di rivedersi. E risentirsi…

Parte con l’acceleratore pigiato One Final Goodbye, il nuovo singolo dei Blind Seasons. Una rullata di batteria esplode su un crash in contemporanea con l’ingresso degli altri strumenti, tra i quali delle chitarre elettriche che rimandano al rock americano più sbarazzino. Conferma che viene dalla strofa animata da un charletone in sedicesimi, che si apre in un ritornello melodicamente accattivamente.

Su tutto si staglia una voce, tutt’altro che efebica nonostante sia distante anni luce da quella di Cash & co, che trasmette. Cosa? Beh, si potrebbe dire il rock and roll e le relazioni turbolente, che sono andate di pari passo dall’inizio dei tempi. D’altronde le origini dei Blind Season non sono diverse. Inizia con lo sfasciamento dell’auto di un amico comune da parte dei membri della band.

I Blind Season avevano subito 5 diverse incarnazioni, fino a quando Shane Sigro, il chitarrista fondatore, dovette affrontare la decisione finale tra soccombere alla normalità o dimostrare che i membri precedenti si sbagliavano. Scegliendo quest’ultima strada, Sigro ha cominciato a prendendo lezioni di canto e a scrivere la nuova musica che avrebbe dato vita alla nuova era di Blind Season.

Il prossimo album di Blind Season sarà un’ode alla solitudine e alla tossicità, che sembra essere stato strappato dal diario di Billy Corgan e presentato in un film di Tim Burton. Con l’attuale clima discutibile del mondo non c’è dubbio che questo album troverà la sua giusta casa e diventerà un segno dei tempi. Intanto One Final Goodbye lo anticipa in modo impeccabile.

Infatti nel singolo si può già respirare la libertà tipica cui anelano gli artisti, che altro non sono che persone che ricercano il senso delle cose. Sempre se sono onesti verso se stessi, prima ancora che verso un ipotetico pubblico. Che, lo auguro alla band, in questo caso potrebbero anche far crescere, vista la qualità compositivo-produttiva di tal pezzo.

Quindi, sì, gettate un occhio, anzi un orecchio, su questo brano. Non ve ne pentirete.

La musica di Chad Rubin è per tutti. Lo dimostra con il singolo Lost in the Jungle.

Ascolti Lost in the Jungle e senti una band, ma Chad Rubin è anche un solo artist. Nel senso che, forte di una capacità rara di utilizzare loop e pedali di varia natura, riesce anche a costruire uno show completo senza ulteriore supporto. Una qualità, senza dubbio. Ma, cosa ancor più rilevante, il pezzo in questione, citato in apertura di questo pezzo, funziona! E…scusate se è poco.

L’ho già scritto, lo ribadisco: là fuori ci sono sempre più persone in grado di avere una tecnica che, qualche anno fa, avrebbe fatto specie. Sopratutto se a sfoggiarla fosse stato un ragazzo giovanissimo, per dire. Ma ormai, probabilmente anche a causa della diffusione di migliaia di video e tutorial su YouTube e company, è considerato quasi normale.

Quella che continua a rimanere rara è la capacità di scrivere buoni pezzi senza scadere in tecnicismi senza peso specifico. Questo giro di parole per dire che già la chitarra elettrica clean che dà l’incipit a Lost in the Jungle ha un quid, dà un ambiente. Che poi si vivacizza un po’, con chitarre raggate, subito sorrette da una batteria forse vagamente plasticosa ma infine riuscita.

Chi ama l’alternative a tutti i costi potrebbe non apprezzare la voce di Chad Rubin. Ma il risultato funziona, e potrebbe funzionare anche nel variegato mondo del pop, magari negli Usa ancor più che in Italia. Perché tra le righe del pentagramma su cui è stata scritta questa canzone si respira comunque un’atmosfera americana e quindi Internazionale.

Sì, ragazzi, perché basta guardare le classifiche mondiali, anche italiane, per capire che la maggior parte delle canzoni qui presenti vengono da due posti: Usa e Uk. Il motivo? Per noi italiani sicuramente una fascinazione, ma certo la storia musicale da ragione a questi due paesi. Lost in the Jungle però strizza l’occhio anche a un altro stile.

Sono convinto che questa canzone, che farà parte di un doppio album che uscirà nel 2021, starebbe perfettamente in una situazione spiaggia, aperitivo, sguardi languidi. La dance è infatti presente, non tanto in quanto genere, ma semmai come feeling, come atmosfera, per l’appunto. Ed è quello stile che qui da noi funziona proprio in queste situazioni. Ma questo brano è camaleontico: sta bene con tutto.

I motivi sono dettati innanzitutto da una strutturazione non pervasiva che permette, per dire, anche il dialogo in situazioni sociali. Ma se l’orecchio si aggancia a quella chitarra in levare è difficile non muovere la testa e battere il piede. Specie in tempi in cui sogniamo tutti di poterlo fare presto! Specie di poter condividere con l’altro la nostra passione.

Lost in. the Jungle non è un grido d’aiuto; non dobbiamo andare a salvare Chad Rubin con il machete, anzi. Lui con questo pezzo ci dona una canzone piena di movimento che piacerà, lo sottolineo, soprattutto a chi apprezza le atmosfere più generaliste, ballabili e godibili.

Il sogno bellissimo di Randy Hall in un video pieno di amore per la vita

di Francesco Bommartini

La simpatia è senza dubbio una delle caratteristiche del video di A beautiful dream, singolo di Randy Hall, Ma lo è anche la speranza, sottolineata dalla frase “Non importa cosa stia succedendo nel mondo, possiamo affrontare tutto con l’amore della famiglia e degli amici”.

Alle immagini amatoriali di amici e amiche dei Randy Hall fanno da contraltare i testi, invero scritti in modo talmente semplificato a livello grafico da risultare non troppo professionali. Il testo del brano infonde energia a chi lo legge. Ed è una vittoria, a prescindere.

Parlando della musica, ci troviamo dinanzi ad un R&B affrontato in tipico stile americano, con tanto di balletti improvvisati a sottolineare il tono della voce di Randy. Che la ha, una bella voce. E non lo dimostra solo con questo singolo, ma con altri che, come Spotify testimonia, hanno raggiunto visualizzazioni ragguardevoli.

Dovete altresì sapere che Randy Hall ha lavorato, negli anni ’80, per una delle più grandi leggende della musica nera: Miles Davis. Per lui ha suonato chitarra, sintetizzatori e cantato nell’album del 1981 The man with the horn. Insomma, non solo non è un improvvisato, ma continua a portare avanti la sua musica con una vitalità ed un senso estraneo a tanti altri.

Il mondo è un posto bellissimo. Lo sostiene la Phil Mitchell Band, che in tempi di covid licenzia un singolo solare

Mette allegria The world is a beautiful place, il brano della Phil Mitchell Band contenuto nell’album A better world. E, sull’onda del nome del disco, pare che il gruppo rock di Chicago sia proprio riuscito, nel suo piccolo, ad instillare positività in un momento storico tutt’altro che semplice. Complice di questo successo è un’italiana, la cantante Elena Ravelli, nata a Cremona e conosciuta anche per le reinterpretazioni di Mina. Con voce sicura la Ravelli spiega quanto il mondo sia un bel posto, sorretta dalle chitarre saltellanti che s’inerpicano, dopo due strofe, in un’assolo che più che indie è proprio rock a tutti gli effetti.

La forza del singolo è la stessa dell’album, destinato a un pubblico eterogeneo. La band è in grado di integrare una grande varietà di influenze, dal rock al folk, passando per ritmi dance e R&B. Il risultato si può definire un rock easy listening, che fa presa davvero, e non solo perché lo dicono le major. Ulteriore punto focale del singolo è l’incredibile freschezza che dipana immediatamente, sin dal primo ascolto. Personalmente mi ha convinto subito. Non è cosa da poco, ma evidentemente la scrittura creativa di Mitchell riesce a catturare l’immaginazione dell’ascoltatore.

Ascoltandolo verrebbe voglia di seguire una performance live all’aperto, magari d’estate, con un bicchiere di birra ghiacciata o un bel margarita in mano. Verrebbe voglia di lasciarsi scivolare sulla schienale della sedia, di rilassarsi e di cantare. Anche se la vocalità della Ravelli non è semplice da replicare. Peccato che siamo in inverno e che qui, nel nord Italia, le nebbie coprano sovente il sole. Ma i raggi di quest’ultimo si possono sentire sulla carnagione, ahinoi chiara, proprio durante l’ascolto di questo brano, così ritmato e ben costruito da far per un attimo dimenticare le pesantezze del Covid e del lockdown.

Chicago si trova nell’Illinois. E, lo ammetto, fa strano sapere, dall’Italia, che c’è un progetto così valido – che si definisce indie rock ma che io ritengo più classico – in grado di vedere non solo oltre le nuvole, ma pure oltre i grattacieli. Fa strano e fa bene. Perché pare che abbiano perfettamente capito di cosa il pubblico, o meglio le persone del mondo, abbiano bisogno in questo momento storico, cioè di un abbraccio, una pacca sulla spalla e di qualcuno che, con la sua bella voce, sia in grado di dirti che il mondo non è così brutto come lo vedi a volte.

Il tutto essendo cullati da una musica ben suonata e ben prodotta, che sa anche sorprendere ma soprattutto essere credibile e porto sicuro. Ecco, sì, questo singolo è il pilone cui poter ormeggiare per un attimo la propria barca, tirare un sospiro di sollievo e riprendere a respirare, riequilibrando le emozioni ed eliminando la negatività. E’ un gioiellino, una promessa di bellezza, un po’ di acqua fresca sul viso dopo il risveglio. E’ vita che scorre, attraverso una chitarra ben suonata, una band solida e tanta dinamicità che non scompare nemmeno dinanzi alla bella voce della Ravello.

Se il singolo vi ha incuriosito sappiate che l’intero album è a disposizione sul sito del gruppo https://www.philmitchellband.com/