I migliori album degli ANATHEMA

di Matteo Roncari

Parlare degli ANATHEMA divide sempre: c’è chi è nostalgico della prima parte della loro discografia, c’è chi apprezza invece la loro evoluzione sfociata in un rock alternativo.

Io personalmente mi reputo un amante sia dei dischi degli esordi che degli ultimi: il processo evolutivo si è mostrato certo importante ma nel caso del combo inglese l’ho sempre ritenuto graduale e logico.

Scoperti sempre a cavallo del nuovo millennio con l’ep “Pentecost III”, in un periodo autunnale di cui conservo un bellissimo ricordo.

1 – PENTECOST III

Di fatto non parliamo di un disco ufficiale ma di un ep che racchiude anche i primi pezzi degli esordi già contenuti nella raccolta “The Crestfallen”.

Basterebbe solamente citare “Kingdom” o “We, the gods” o la stessa Pentecost III, dove gli inglesi sembrano avvolgerci con le loro chitarre attraverso melodie malinconiche ed assoli penetranti.

La voce di Darren White, all’epoca cantante della band, alterna parti in growls a parti pulite, quasi recitate, rendendo i brani ancor più sinistri.

Un must per tutti gli amanti del doom, ancora oggi da considerarsi uno dei dischi fondamentali del genere.

2 – THE SILENT ENIGMA

Al secondo posto nella mia personale classifica c’è THE SILENT ENIGMA, un altro disco splendido, un altro must per gli amanti del genere e che riprende in parte le cupe atmosfere dell’ep precedente, sviluppando brani che presentano a volte strutture ricercate a volte strutture semplici ma sempre molto profonde e cariche di pathos.

“Restless oblivion” è penso uno dei brani più belli mai composti dal gruppo; ma anche “Shroud of frost” o le melodie di “Sunset of age” o della stessa titletrack si stampano nella mente dell’ascoltatore senza più uscirne.

3- FALLING DEEPER

Quasi con sorpresa inserisco tra i primi tre posti questo FALLING DEEPER: vero, ci sono album considerati significativi molto più di questo nella discografia dei nostri, ma è anche vero che ai miei occhi non è per niente facile rileggere i propri pezzi degli esordi in chiave nuova e riuscire a sfornare un capolavoro.

Già, di fatto la band riscrive i propri pezzi in uno stile rock quasi pinkfloydiano con innesti di pianoforte, di voce femminile, elementi orchestrali: riascoltare “Kingdom” o “We, the gods” o “They die” con spirito nuovo e sotto nuova luce mi ha regalato una visione romantica e la convinzione d’essere davanti ad una band di assoluto valore da un punto di vista compositivo.

Come indicano il titolo e la copertina dell’album, con questo lavoro sembra proprio di sprofondare nell’abisso di un gioiello chiamato musica.

Il nuovo video di Big Dega è una dichiarazione: sono inarrestabile.

Boom, ragazzi: BOOM! Che pezzo Unstoppable, creato da Big Dega. Tanti si chiederanno, giustamente: e questo chi é? Beh, un rapper. Ma non basta. Big Dega è uno di quei rapper tosti, che, almeno in questo pezzo, non flirta con la trap imperante, ma anzi ci va giù duro. E questo non solo per quel “brutte merde” rabbioso a metà pezzo.

“In Italia se sei un tizio poco affidabile ottieni un posto da ministro” è solo una delle barre che pianta in faccia all’ascoltatore. Il nuovo singolo del rapper e producer leccese è caratterizzato da un flow cadenzato scandito da un beat ipnotico, ma quello che fa davvero la differenza è la voce dura dell’artista, ed il testo, nato durante il periodo di lockdown.

Il singolo anticipa il nuovo album ‘Reboot’: il racconto in rime di una ripartenza, un re-start concreto e deciso, che fluisce dalle nuove fonti d’ispirazione che l’artista ricerca a Bruxelles, città che l’ha accolto più di due anni fa. Nel disco, la penna e il flow di Big Dega incrociano le strade con il talento dei rapper Amir Issaa, Uzi el cuervo, Zeboh, i producer G-Hype e Rako Alma e la singer-vocalist Vee.

Il video di ‘Unstoppable’, girato nel quartiere Ixelles, è stato realizzato da Double. Un passato artistico consolidato con gare di feestyle, Big Dega nel 2012 ha pubblicato il suo primo album ‘Umore Nero’, seguito da ‘The Trueman Show’ e diversi mixtape. Se cercate roba vera, testi intelligenti e dinamiche più vicine al rap tradizionale, seppur attualizzato, dateci un ascolto. O due…

I migliori dischi dei Valkiria

di Matteo Roncari

Torniamo per un attimo a parlare delle band nostrane con i VALKIRIA, band capitanata dal mastermind Valkus, il quale affonda le proprie radici proprio nel gothic doom a me caro.

Ma non solo, Valkus ha dimostrato la propria versatilità e la propria profonda ispirazione sciorinando capolavori anche con altri progetti, talvolta attingendo a sonorità care alla scena post rock/showgaze (INADRAN e 41 CHAINS), talvolta al black primordiale ancestrale ed al folk con forti richiami alle tradizioni popolari lucane (ODE).

Scoperti per la prima volta grazie a “Here The Day comes” uscito per Bakerteam records, da subito le vibrazioni dell’album mi hanno riportato alle stesse sensazioni avute ascoltando gruppi come Novembre, Paradise Lost e primi Katatonia.

Grazie alla vicinanza ho potuto anche conoscere di persona Valkus che mi ha mostrato una sensibilità non solo artistica ma anche umana.

1 – HERE THE DAY COMES

Per me è il capolavoro della band, sia come concept sia musicalmente parlando: le atmosfere disegnate dalla chitarra vengono impreziosite dal lavoro di Giuseppe Orlando dei Novembre alla batteria.

Un disco che descrive come trascorre un giorno di malinconia, dall’alba alla sera, con melodie e liriche riflessive ed angoscianti e con un lavoro vocale che passa da parti accennate a parti più aggressive grazie al growl dello stesso Valkus.

Ottima la prova anche di Mike alla chitarra ritmica.

Splendido il pezzo d’apertura “Dawn” così come “Afternoon”, i picchi in assoluto.

Un disco riuscito in toto, prodotto in maniera impeccabile, con un sound fresco anche a distanza di anni e ben rappresentato anche da un artwork intrigante.

2 – EPIKA

Valkus ha deciso dopo la pubblicazione di “Here the day comes” di riregistrare i dischi passati dei Valkiria in modo che tutti potessero fruirne maggiormente.

Proprio per tale motivo rimasi piacevolmente colpito quando riuscii a mettere le mani sulla nuova versione di Epika, un album influenzato dalla mitologia nordica e da tematiche fantasy.

Da un punto di vista delle sonorità e del concept scelto siamo certamente distanti rispetto al sopra citato “Here the day comes”: vero i richiami al gothic doom permangono ma i suoni in questo caso, grazie anche all’utilizzo delle tastiere in pieno stile Summoning, enfatizzano richiami al black atmospheric metal.

Da ascoltare assolutamente la title track, ma anche brani come “Efadir”, “Ismather” e “Fellen Sghard”, in grado di avvolgere l’ascoltatore fino ad immergerlo in paesaggi fantastici ed immaginari.

3- INADRAN (DEHANRAST)

Vero, sto parlando dei VALKIRIA, ma in questo caso non potevo certo tralasciare questo album d’una bellezza unica: siamo lontani dalle proposte musicali sopra citate in quanto Valkus ha deciso di pubblicare sotto il monicker INADRAN un album legato al post-rock/showgaze in stile God is an astronaut.

Siamo pertanto di fronte ad atmosfere e linguaggio onirici dove la chitarra (acustica e distorta) dialoga sapientemente con note di pianoforte e con un’effettistica ragionata e mai banale.  

“Ad libitum”, “Hendalion”, “Vediovis” e la splendida “Astronascente” rendono l’album d’impatto e consegnano al genere un gioiello, un lavoro di altissimo livello e qualità.

I migliori dischi dei DARK LUNACY

di Matteo Roncari

Nella scena heavy metal è curioso che tra i miei gruppi preferiti di sempre molti di essi siano italiani e non ne faccio solo una questione prettamente musicale ma anche e soprattutto una questione di punti di interesse, sensibilità ed argomenti trattati.

Nelle bands italiane c’è chi ha menzionato infatti  argomenti storici e riferimenti letterari: per tale motivo citare i parmensi DARK LUNACY mi riempie d’orgoglio. E’ fuori discussione quale sia il loro lavoro più celebrato e significativo: per i fan e per il sottoscritto DEVOID rappresenta in toto la loro essenza.

Mi avvicinai alla band proprio grazie a quell’album e ad una recensione su Metal Shock datata oramai primi anni 2000;  acquistai il disco solamente a Maggio 2002, troppe le uscite importanti in quel periodo e troppo pochi i soldi che avevo messo da parte: tant’è, si apprezzano i dischi anche perché ci si ricorda dei sacrifici fatti per poterli acquistare.

1- DEVOID

Non ci sono parole, bisognerebbe solamente accendere il lettore e farsi travolgere: ricordo che assimilai il disco ascoltando “Stalingrad”, un pezzo meraviglioso.

Piano piano ogni brano si è fermato, prima in testa e poi nel cuore: “Dolls”, “Forlorn”, “Cold Embrace”, “December”, ogni pezzo ha una sua struttura, una sua melodia, un suo lirismo che dona all’ascoltatore la sensazione d’un disco perfetto in ogni suo punto.

Lo sposalizio tra i riffs votati all’heavy metal, gli archi e l’utilizzo dei cori rimane infatti unico nel suo genere; anche l’intermezzo strumentale “Devoid” assume un significato preciso ed una collocazione specifica.

Da citare anche “Fall” e “Take my cry”, ogni volta che l’ascolto non vorrei mai finisse. Splendido anche l’artwork ed il video che uscì per il brano “Dolls”.

2- THE RAIN AFTER THE SNOW

Al secondo posto nella mia personale classifica c’è proprio l’ultima fatica griffata Dark Lunacy e datata 2016.

Il motivo è dato dal fatto che la band ha affrontato un percorso non solamente storico ma anche basato su citazioni letterarie, costruendo pezzi in grado di rilasciare trasporto con gradualità: nei precedenti album infatti tante erano state le citazioni musicali legate ai canti dell’Armata Rossa che davano un impatto immediato a livello emotivo e sonoro ma che andava calando procedendo con gli ascolti.

Tra i pezzi che amo di quest’album sicuramente la title track, che segna un netto ritorno alle origini, ma anche “Gold, rubies and diamonds”, che cita apertamente “Il principe felice” di O.Wilde o “Tide of my heart”, legata alla storia d’amore tra Rainer Maria Rilke e Marina Ivanova Cvetaeva.

3- FORGET ME NOT

Sulla carta è il secondo disco dei parmensi, nella mia personale classifica sono costretto ad inserirlo al terzo posto nonostante la presenza di brani bellissimi e molto intriganti.

Fuori discussione sono pezzi come “Fragile caress”, “Through the non-time”, ma anche pezzi come “Die to reborn” e “Defaced” uscite qualche anno prima in uno split album insieme ai marchigiani Infernal Poetry.

Da un punto di vista musicale credo sia stato molto complicato replicare un album veramente perfetto come “Devoid”: in “Forget me not” c’è tuttavia un utilizzo maggiore di archi ed una sperimentazione sonora che lo rendono ai miei occhi (ed alle mie orecchie) ancora un must assoluto.

Spiace a tal proposito non citare anche gli altri tre dischi rimasti fuori da questa classifica e che comunque tengo a ricordare: “The diarist”, “Weaver of forgotten”, “The day of victory”.

I migliori album dei Saturnus

di Matteo Roncari

Esco un attimo dai confini nazionali per spingermi fino in Danimarca dove è d’obbligo parlare di un’altra band fondamentale per me e per la scena doom metal. Parlare dei Saturnus è magia, perché questa band è riuscita negli anni a comporre degli album bellissimi, intriganti e coinvolgenti con uno stile unico e personale. Scoperti guarda caso sempre grazie a Metal Shock ma anche da un loro poster visto in quello che allora era per me non solo un negozio, ma un tempio, ovvero “il Pentagramma Music Store” a Verona.

1- MARTYRE

Uscito oramai a cavallo tra il 1999 ed il 2000, resta a mio giudizio il loro lavoro più ricco ed intenso per melodie ed emotività: bellissima l’intro che apre al primo brano “Inflame thy heart”, che inizia in modo aggressivo per poi sfociare in atmosfere più dilatate e oniriche grazie alle chitarre di Peter Poulsen e di Kim Larsen; l’album prosegue con brani ricercati sia a livello stilistico che sonoro come “Empty handed”, la splendida “Noir” o come “A poem (written in moonlight)” dove incanta la voce versatile di Thomas Jensen, a volte accennata, a volte sussurrata, fino a sfociare in pesanti growls, tali da rendere i pezzi carichi di malinconia.

Evocative e sognanti anche le tastiere di Anders Ro Nielsen e precise e molto varie le ritmiche di Jesper Saltoft e di Brian Hansen. Menzione particolare meritano anche “Softly on the path you fade”, “Thou art free” e “Loss in memoriam”, anche se è tutto il disco a dover essere ascoltato nella sua interezza: a distanza di anni, oramai 20, i brani sembrano migliorare ad ogni ascolto.

Da segnalare anche la copertina che richiama un dipinto del pittore francese Delaroche e la produzione curata da Flemming Rasmussen, che nel panorama heavy metal non ha certo bisogno di presentazioni. Sicuramente un album da avere e custodire gelosamente per ogni amante del genere e tra i più importanti della mia personalissima collezione.

2- PARADISE BELONGS TO YOU

E’ brutto dover stilare una classifica degli album di un gruppo anche se purtroppo è consuetudine per gli audiofili come me: brutto è mettere al secondo posto un altro bellissimo disco come “Paradise Belongs to you”, ufficialmente la prima uscita a firma Saturnus e datata 1996.

In questo disco inizia la storia del gruppo danese e lo spirito che avvolge i loro pezzi, uno spirito di malinconia, tristezza ed oscurità proprie del doom metal. Il legame tra i brani è dato dal cinguettio costante di un uccello che inizia con la title track, prosegue con “Christ goodbye”, diventato oramai cavallo di battaglia anche in sede live, e via via introduce ogni singolo brano, dalla bellissima “Pilgrimage of sorrow” ad “Astral dawn”.

Ritmi ancestrali riecheggiano grazie anche a passaggi come “the Fall of Nakkiel” e “Lament for this treacherous world”.

3 – VERONIKA DECIDES TO DIE

Uno degli aspetti che amo di una band è quando ogni lavoro viene presentato come se avesse una propria identità: i Saturnus hanno tra i tanti pregi quello di ben identificare i loro album con copertine d’assoluto valore e sicuramente diversissime tra loro per ricercatezza di immagini e colore.

E’ come se ogni album avesse una propria luce. Così accade anche per “Veronika decides to die”, titolo che trae ispirazione dal libro di Paulo Coelho, uscito nel 2006, che abbandona il nero totale di “Martyre” per dare maggior spazio ad uno sfondo bianco.

Stiamo parlando di un altro capolavoro in musica, che inizia immediatamente con i dieci minuti di “I Long” e prosegue con brani splendidi come “Pretend”, “Descending” e “Rain wash me”. Passaggi diversi, più soft ed introspettivi si avvertono in “All alone” per poi far ritorno al doom con la conclusiva “Murky waters”.

Parliamo in conclusione di una band di valore assoluto che come unico difetto ha quello di aver pubblicato pochi dischi e di cui speriamo di ricevere presto notizie dal momento che il loro ultimo lavoro, “Saturn in ascension”, risale al 2012.

I migliori dischi dei NOVEMBRE

di Matteo Roncari

Quando elenco i dischi che più hanno avuto influenza nella mia vita, qualsiasi band essa sia, amo associare le atmosfere create dalla musica ai ricordi, alle esperienze, agli stati d’animo. Parlare di una band come i NOVEMBRE per me non è affatto facile, tante sono le emozioni che ciclicamente si susseguono.

Scoperti per la prima volta nel 1999 mentre sedicenne mi trovavo in gita a Roma,  acquistai “Classica” alla oramai Ricordi vicino Piazza di Spagna. Fu amore a primo ascolto: non solo le musiche ma anche i testi mi catturarono, e se a distanza di decenni nel mio lettore cd questo disco gira ancora qualcosa vorrà pur dire.  

La parola chiave che mi lega a queste sonorità, a questi testi è una sola: empatia. Ho sempre creduto, e tuttora credo, che, con la loro musica, i Novembre siano riusciti ad esprimere ciò che io realmente sentivo dentro.

Ecco la mia top della discografia dei Novembre.

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1- CLASSICA

E’ il disco a cui sono più legato, che mi ha fatto scoprire la band e che ho sviscerato in ogni sua forma: dalla grafica alle melodie, dai riffs agli assoli fino ai testi, vere e proprie poesie. Pezzi duri e feroci come “Cold Blue steel” o “Tales from a Winter to come”  o “L’epoque noire” , così come altri più dilatati e sognanti come “Nostalgiaplatz” e “Foto blu infinito” rimangono veri e propri capisaldi e raccontano emozioni autentiche che profumano di vissuto.

Ancora oggi quando riascolto l’album riesco a guardarmi indietro e vedere quel ragazzo sedicenne che si affacciava alla vita carico di sogni e speranze.

2- ARTE NOVECENTO

Da un punto di vista musicale è l’album che precede “Classica”; nella mia classifica personale dei dischi della band sono costretto a metterlo al secondo posto solo per il fatto che l’ho scoperto più tardi. Rispetto al suo successore ho sempre trovato “Arte Novecento” meno immediato e più ragionato, nella sua interezza molto diverso, intriso di dolore ed intensità.

“Pioggia… January tunes”, “Carnival”, “Worn Carillon”, “Remorse”, ma anche la cover dei Depeche Mode “Stripped” rendono questo disco unico ed obbligatorio l’acquisto.

3- WISH I COULD DREAM IT AGAIN / DREAMS D’AZUR

Metterei sullo stesso piano sia “Wish…”, il primo vero disco della band, sia “Dreams d’Azur”, ovvero la sua riregistrazione. La sensazione che ho avuto e che mi ha sempre stupito è la sua difficoltà e ricercatezza musicale, la maturazione compositiva e la sensibilità dei giovani membri della band che emergeva in modo squisitamente singolare e che si rifletteva in pezzi come “The dream of the old boats”, “Novembre”, “Sirens in filth”.

Un disco che io considero molto “Mediterraneo” e che mi riporta ai mari dorati del sud Italia.

4- NOVEMBRINE WALTZ

Quando uscì questo album ricordo che si sprecarono i paragoni con gli svedesi Opeth anche se, personalmente parlando, io ho sempre trovato le due band sostanzialmente distanti tra loro. Trovai un album che mi colpì subito per la sperimentazione (Everasia),  l’evoluzione naturale delle sonorità di Classica e la cura delle melodie (Come Pierrot, Conservatory Resonance, Venezia Dismal), così come il richiamo alle proprie origini (Child of the twilight).

Spiace inserirlo al quarto posto ma non si poteva fare altrimenti dal momento che i primi tre restano capolavori indiscutibili.

5 – THE BLUE

Al quinto posto inserisco “The blue”:  lo reputo come il disco della consacrazione della band, sia a livello sonoro sia a livello compositivo. Ricordo che uscì un po’ in sordina, un solo anno dopo “Materia” e me ne innamorai nonostante gli echi dei dischi precedenti.

Ancora oggi le melodie di pezzi come “Iridescence”, “Cantus Christi”, “Cobalt of March”, “Nascence”, “Zenith” rimangono di valore assoluto.

20 anni con la PELLE dura: Paletta dei PUNKREAS spiega la genesi dell’album che ha sublimato il punk italiano

I Punkreas sono storia della musica indipendente italiana. Quella vera, partita dal basso e arrivata in alto. Ma sempre con le proprie forze. In occasione del 20ennale di Pelle ho quindi voluto intervistare Paletta, che già mi era capitato di sentire quando collaboravo con Rumore. E ne è nata una conversazione molto sentita, anche perché si tratta del mio disco preferito della band lombarda. Un gruppo che ho visto live 4/5 volte, e che ogni volta è riuscito a lasciarmi dentro grande energia. Per non parlare del divertimento…

Intervista di Francesco Bommartini

Come va Paletta?

Praticamente come, te chiusi dentro in camera a farci video interviste. Speriamo di poter tornare a farle dopo i concerti, anche perché le previsioni per il settore sono veramente nere: saremo gli ultimi a ripartire per motivi di assembramento. Ma c’è gente che se la sta passando ancora peggio quindi dai, andiamo avanti.

Sei cofondatore e bassista, nonché corista, dei Punkreas…

Esatto, cofondatore insieme a Cippa e Mastino. Noyse è arrivato l’anno dopo. Avevamo avuto in regalo un una cassetta dei Sex Pistols e ce n’eravamo innamorati. La nostra prima saletta era ricavata in un oratorio dove c’era un prete veramente alternativo, che aveva abbracciato subito l’idea di far suonare dei ragazzini.

Il motivo principale dell’intervista sono i vent’anni di Pelle, il vostro album che è uscito nel 2000. Cosa ricordi della tua vita in quel periodo, della lavorazione del disco e del suo successo?

E’ stato una grande svolta. Siamo andati a registrarlo a Torino e per la prima volta siamo rimasti un mese lontani da casa. Eravamo con questo grandissimo produttore che purtroppo è morto qualche anno fa in un incidente stradale.

Avevo proprio letto la notizia qualche anno fa. Tra l’altro è un produttore che ha fatto benissimo, con artisti da Max Pezzali a Caparezza…

Si chiamava Carlo Ubaldo Rossi ed era bravissimo. Per noi è stato un modo di registrare e di mixare completamente diverso da quello da quello che facevamo prima. Avevamo sempre registrato in presa diretta, quindi tutti insieme senza andare ad agire sulle sonorità. Pelle è IL lavoro dei Punkreas, un po’ per completezza, un po’ per sonorità. Ha un suono veramente diverso dagli altri.

Una canzone che amo tantissimo è Terrorista Nato nella quale proprio questa potenza del suono, del riffing, esce in maniera preponderante…

Si sente la potenza di fuoco. Secondo me è il disco più bello che abbiamo fatto. Certo, c’è il caposaldo Paranoia e Potere, però come potenza e come sviluppo delle canzoni Pelle per me è ancora imbattuto. I TransEuropa studio erano in centro a Torino, in uno scantinato in centro a Torino. Noi eravamo di stanza all’hotel Giotto. Facevamo seratone divertenti e la mattina si registrava, dalle 9,30-10. Torino è una città meravigliosa, una città dove ogni sera succedeva qualcosa e noi non ci perdevamo niente. E’ stata la prima volta che ho suonato con gli altri in cuffia, in multitraccia.

Da lì avete sempre usato quella metodologia di registrazione?

Sì, tranne il penultimo disco che abbiamo fatto sempre vicino al Piemonte, vicino a Cuneo, dove abbiamo suonato tutti assieme, mentre assoli e altre cose sono state inserite dopo. Quando suoni in presa diretta è fondamentale che innanzitutto non sbagli la batteria, gli altri errori si possono correggere. Quello è il contro, il pro è che il tiro della canzone è salvaguardato.

La bravura di Rossi è stata anche quella di riuscire a mantenere questa grandissima energia nel disco, facendo sì che il risultato non sia artefatto. So che c’è un vinile in uscita…

Sì, c’è questa novità che ci è arrivata un po’ a sorpresa. Pelle lo avevamo fatto con UDP, che era un’etichetta del bresciano. Il vinile è stato pensato dal boss di UDP per il Record Store Day E’ un’edizione limitata e numerata, in vinile rosso, 180 grammi. Ce ne siamo fatti dare tre copie. Con lui avevamo fatto anche Falso e il video di Sosta, quando ancora si vendeva. Poi purtroppo anche lui è finito nel grande calderone della tecnologia e come tanti ha dovuto chiudere. Ogni tanto va a fare i mercatini. Ha creduto molto in noi. La sua bravura è stata quella di mettere sotto licenza il primo disco dei Prodigy (The Fat of the Land), che ha avuto un grande successo vendendo qualcosa come 400 mila copie. Erano tempi in cui ci si poteva permettere di stare un mese in albergo a Torino con pranzi pagati, cose che adesso non potremmo più sostenere, così come nessuna etichetta indie.

Sosta dei Punkreas

Ti ricordi come girava il mondo in quel periodo?

Era antecedente alle Torri Gemelle…avevamo vent’anni. Si utilizzava poco il cellulare, c’erano i primi Nokia e non esisteva la dipendenza che c’è adesso. Ricordo i primi dvd, era già l’epoca del cd, se ne vendevano tanti. Le auto avevano il lettore cd, adesso mio figlio non sa neanche cosa è un lettore cd.

Mi stai chiamando da Milano?

Sì, ci abito da 25 anni. I Punkreas sono originari di San Lorenzo di Parabiago, una frazione vicina a Legnano. Sono l’unico che abita a Milano e quindi faccio avanti e indietro. Abito tra piazzale Lotto e piazza Napoli, sulla circonvallazione.

Io ti chiamo da Villafranca di Verona, che ultimamente è diventata abbastanza celebre per il Rock the Castle

Mi pare che ci sia stato Cippa. Sì! E’ stato a vedere i Rammstein. Aveva un pezzo di fumo e c’era polizia da tutte le parti che faceva perquise. Mi ha detto che è stato un concerto della Madonna. Abbiamo dei buonissimi ricordi nei primi anni ’90 nella zona veronese. C’era un locale che si chiamava Downtown, era a Bovolone. Ci sono passati un sacco di gruppi che facevano il nostro genere nel ‘93 o ’94.

Ci sono tre brani di Pelle che si ricollegano in modo abbastanza inquietante con quella che è l’attuale condizione. Vorrei un commento su tutti e tre partendo da Voglio Armarmi, relativamente al boom degli acquisti di armi negli USA. Cosa ne pensi e sei mai stato negli Stati Uniti?

Mai stato negli Stati Uniti e avrei molta paura ad andare in giro là, anche se da quello che vedo nei documentari ci sono dei posti meravigliosi. Ma l’attitudine e il pensiero della gente sono eccessivi, per me. Purtroppo devo dirti che Voglio Armarmi è una canzone che rimane tristemente attuale: se vai a vedere i numeri delle vittime e dei morti da armi da fuoco è impressionante. Purtroppo c’è  questa lobby delle armi che riesce persino a far eleggere i presidenti. Questa corsa alle armerie appena si è diffuso il virus sarà avvenuta perché la gente già pensava che se fossero finite le derrate alimentari ci sarebbero stati scontri. Voglio Armarmi è anche una delle mie canzoni preferite dei Punkreas, e uno dei nostri più grandi successi. Parte con questa mitragliata ed è stato abbinato con un video che è stato animato da Davide Toffolo (autore di una graphic novel su Pasolini) dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Diciamo che è una canzone veramente pesante, lascia l’amaro in bocca, pur avendo l’ironia caratteristica delle nostre canzoni.

Voglio Armarmi

Insieme a Sosta è stato il singolo di Pelle che ha avuto più impatto…

Assolutamente sì. Sono brani che continuiamo a fare live, così come Sotto Esame e Zingari.

Un altro singolo era stato Terzo Mondo…

Esatto, altra canzone che mi è sempre piaciuta e di cui ho scritto il testo. E’ di difficile fattura dal vivo, ma ha dei suoni splendidi. C’era questa tromba molto valida e la gente ha apprezzato. Insieme a Zingari e Sotto Esame è la canzone più smaccatamente ska di Pelle…

E proprio Sotto Esame è un altro brano che secondo me si ricollega a questo periodo. E’ una canzone che parla di controllo, se ho interpretato bene. Ora sta per essere licenziata dal governo un’app per monitorare i contagi e si è alzata la voce di chi diche la privacy sia messa in pericolo…

Diciamo innanzitutto che il nostro paese non ha investito molto sulle tecnologie e sulla cultura. I migliori medici, i migliori scienziati se ne sono andati all’estero. Pochi giorni fa il sito dell’Inps è andato in down dopo 5 minuti. Secondo me la scusa della privacy è un po’ stupida. Penso che anche te come me stamattina sia arrivata la telefonata della compagnia telefonica, della compagnia del gas, insomma di qualcuno che ti chiedi come faccia ad avere il tuo numero di telefono. Probabilmente lo ha ceduto qualche altra compagnia. Sanno perfettamente chi siamo, sanno i nostri gusti, ci bombardano di prodotti. Secondo me questa app servirà a poco, avrei preferito se si fosse investito veramente forte per far per aprire dei centri analisi e per raddoppiare i tamponi. Oggi tutti hanno il tuo numero di telefono. Ci sono dei numeri che mi sono segnalato e non rispondo più. Se mi capita dico “guardi, non mi interessa, buona giornata”. Però pensare a sti cacchio di poveri cristi che si prendono una paga da fame dalle multinazionali di merda per romperci le scatole…Multinazionali che non hanno neanche le palle di pagare degli italiani ma fanno chiamare dall’altra del mondo per pagare un po’ meno, cioè…va’ a cagare!

L’ultima canzone che in cui ho trovato particolare riscontro sull’oggi è Fegato e cuore in cui parlate criticamente dei trapianti di organi. Se ho ben interpretato siete rimasti così critici vedendo anche quello che sta accadendo?

Bisogna contestualizzare le canzoni nel periodo in cui sono state scritte. Noi non siamo mai stati contro i trapianti di organi. Anzi, penso che sia una cosa fondamentale, di vitale importanza. Ma in quel periodo era venuto alla luce che chi aveva i soldi poteva prendersi un rene del poveraccio che se lo vendeva. E poteva saltare le prenotazioni, mentre il povero di turno magari faceva in tempo a crepare. Quindi quello era il livello di protesta. Ma ripeto: massimo rispetto all’Aido e alle realtà che si occupano di queste situazioni. Secondo me donare gli organi è un atto d’amore gigantesco, anzi senza i donatori di organi tanta gente non ce l’avrebbe fatta. Quello che non ci piace sono le speculazioni su queste cose.

Ho riascoltato il brano l’altro giorno e ho apprezzato ancora una volta la diversità dei vostri pezzi.

Guarda, una nostra caratteristica è spaziare dal reggae allo ska, dall’hardcore al punk melodico rimanendo riconoscibili. Secondo me questo è uno dei segreti della nostra longevità. Siamo in giro da 30 anni e non abbiamo mai proposto un disco che suonasse solo in una certa maniera. Mi ricordo bene che per quella canzone c’è stato questo uso della dopa, il suono iniziale prima che parta il riff. Noi non lo conoscevamo ma è roba che fa tremare veramente i muri. Pelle è un disco completo e infatti ci manca moltissimo Carlo. Lui aveva questo modo unico di lavorare…lo vedevi con la cuffia e lo sguardo immerso nel vuoto e non si capiva cosa stesse facendo. Poi si girava e diceva “sentite qui”, ed erano belle sorprese!

Avete lavorato anche dopo con lui?

Sì, abbiamo fatto tre dischi insieme. E’ morto in modo grottesco. Si era fermato in pausa pranzo, credo stesse registrando Caparezza. All’epoca lo studio non era più in centro a Torino ma in un posto meraviglioso in mezzo ai boschi, con depandance per gli artisti. Era andato a mangiare in un ristorantino in moto. Mentre tornava allo studio si è accorto di aver dimenticato il cellulare al ristorante e, facendo inversione di marcia, è stato investito da una macchina che l’ha ucciso sul colpo. E’ stata una bruttissima notizia.

Un live del 1999

Adesso ti faccio una domanda un po’ complicata: qual è il tuo pezzo preferito di Pelle?

Devo dire Voglio Armarmi. L’ho scritta durante una vacanza in Grecia con Noyse, in spiaggia. Forse è stata l’unica vacanza che abbiamo fatto insieme. Nel brano è venuto fuori il mio antiamericanismo. Non posso sopportare che una nazione che si dice la più democratica al mondo abbia ancora la pena di morte e sia fondata sull’uso delle armi, consigliando ai suoi cittadini di avere un’arma in casa per mantenere la sicurezza. In Voglio Armarmi c’è questa partenza con la batteria che mi sembra una sventagliata di mitra. Il pezzo mi è nato sentendo che in Usa neanche a scuola possono essere sicuri di vivere con gli amici. Columbine è indicativa, ma le sparatorie sono all’ordine del giorno. Vedere gli asili con i metal detector mi dà solo rabbia. Fortunatamente qua in Italia la proposta di decreto sicurezza che voleva facilitare l’introduzione di armi è caduta nel vuoto. Sarebbe stata una strage. La maggior parte delle persone che in Italia sono morte per colpi di arma lo hanno fatto per mano di ex Carabinieri, guardie giurate e comunque di persone che potevano detenere un’arma.

Voi avete dedicato una canzone del penultimo disco a questo tema

Abbiamo fatto una canzone a favore dell’associazione contro gli abusi in divisa, che si è occupata per prima del caso Cucchi. E’ praticamente una Onlus che ha messo a disposizione avvocati che entrano in gioco nel momento in cui un “uomo della legge” vuole portarti dietro le sbarre, come è capitato a Parma quando ammazzarono quel ragazzo. Immaginati: tu ti trovi dentro una caserma avendo paura di non uscire più da lì. Non voglio fare di tutta l’erba un fascio, perché ci sono tantissimi appartenenti alle forze dell’ordine che sono persone che rischiano la vita, per bene e oneste. Purtroppo però la storia ha dimostrato che quando trovi delle mele marce non hai scampo. 80078605 è il titolo del brano e il numero verde che puoi chiamare se ti dovessi trovare in una situazione del genere. Purtroppo è un servizio tristemente fondamentale

Mi hai acceso un po’ la curiosità parlando di Voglio Armarmi: la fase compositiva di Pelle come è stata?

Ha funzionato fondamentalmente come per tutti gli album. Noi componiamo diversamente rispetto a tanti cantautori che magari prima scrivono il testo e poi vanno a cercare la musica. Facciamo tante prove. E anche allora chi aveva un giro lo buttava giù in maniera scarna. Poi io mi portavo il lavoro…al lavoro, nel senso che facevo il calzolaio e avevo la possibilità di farlo, grazie anche a datori di lavoro fricchettoni che mi davano parecchia libertà. Era un lavoro poco concettuale e molto manuale, e quindi avevo la possibilità di lavorare e studiare le mie cassettine che portavo dalla sala prove. Non ricordo troppi pezzi che sono stati portati già pronti. Veniva portato un riff, si sviluppava, si cercava di fare l’apertura per il ritornello e poi dopo ci si costruivano sopra i testi. Capivamo già nel frangente compositivo che quello sarebbe stato un disco diverso. Ci piaceva praticamente tutto quello che stava uscendo. Da Carlo siamo andati con le canzoni molto scarne, tutti quei piccoli particolari come il suono della batteria su un certo pezzo, il colpo di rullante, magari il riverbero in quel punto e la componente potente sono merito di Carlo. E’ stato anche per quello che abbiamo venduto di più, arrivando quasi a 90.000 copie di cd. Adesso con quella cifra ti danno il disco d’oro. Noi siamo rimasti coerenti, comunque. Una canzone come Pirati, nella quale si inneggia alla pirateria, è nata perché ci sembrava sbagliato che un prodotto che prima era stato sempre a portata di mano costasse 25 euro. Ti perdevi un sacco di gruppi che magari avresti voluto ascoltare perché non avevi i soldi e quindi la libertà di apprendere. Oggi non c’è questo problema, mannaggia per noi artisti, però devo dire la verità…ci sono pro e contro nello streaming, ma puoi ascoltarti di tutto mentre il contro è che pubblicano proprio di tutto, anche a discapito della qualità. Fai fatica a cercare la cosa bella perché è immersa in un mucchio di merda. Non c’è più la selezione all’ingresso.

E ora la domanda tanto attesa: che cambiamento hai visto negli ultimi vent’anni della scena punk e musicale italiana? In fondo fino a poco tempo fa eravate accasati con Garrincha, etichetta indie per eccellenza…

Sì, ci abbiamo fatto il penultimo disco. L’ultimo invece ha la distribuzione di Universal ma è prodotto direttamente dalla nostra etichetta Canapa dischi. Devo dirti che eravamo un attimino una mosca bianca in Garrincha, ma non gli unici. C’erano anche i Bluebeaters. Abbiamo conosciuto i ragazzi del Lo Stato sociale e abbiamo capito che, malgrado il modo di fare le canzoni e la tipologia fosse differente, andavamo d’accordo. Ci siamo trovati per fare dei concerti di beneficenza per il Chiapas, per i detenuti. Insomma diciamo che gli intenti e le idee con Garrincha erano molto simili. La scena invece è bellissima, è molto viva, però purtroppo la grande differenza è che si fa fatica ad uscire, a suonare. Noi abbiamo avuto la possibilità grazie ai centri sociali di andare in giro per l’Italia, di far sentire il disco in tutte le regioni. Purtroppo dopo tante chiusure, tanti sgomberi non è più possibile. Peccato perché il pubblico era veramente a 360°. Io uscivo, andavo a vedere un concerto e non sapevo chi c’era quella sera. Potevano suonare veramente tutti. Dopodiché, con la scomparsa di tanti centri sociali, sono rimasti sempre meno locali che danno la possibilità a questi nuovi gruppi emergenti di uscire. Noi siamo molto in imbarazzo quando facciamo suonare dei gruppi che ci sono piaciuti di spalla in questi locali dove ormai la mentalità è quella che il concerto deve finire prima di mezzanotte, perché poi si fa il biglietto per la discoteca. Va sempre a finire che il gruppo prima di noi suona alle 8,30-9 con davanti noi cinque. La maggior parte dei locali non prende più neanche il gruppo spalla. Se poi fanno più soldi con la cover band e coni i dj è dura…non dare la possibilità ai gruppi di esibirsi dal vivo e di farsi conoscere è stata un la rovina di tutto.

Devo dire che vi fa onore il fatto di scegliere delle band che vi piacciono in apertura. Poi personalmente io arrivo sempre fin dalla prima band…

Sì, perché ti piace! Poi per carità, magari c’è tanta gente che comunque finisce tardi di lavorare, sa che i Punkreas iniziano alle 22:30 e arriva alle 21:50, quando il gruppo prima ha già finito. Perché con gli spostamenti degli strumenti e tutto quanto, e con la necessità di finire a mezzanotte…

Mi ha stupito molto il fatto che ad Amsterdam piuttosto che a Berlino i concerti inizino tendenzialmente alle 20,30 – 21 e finiscano verso 22,30, con ancora un sacco di serata davanti.

E’ una loro cultura. Quando abbiamo fatto il trittico in tour Amsterdam-Bruxelles-Londra…in quest’ultima città il concerto è iniziato alle 20,15 con il locale strapieno! Alle 22,30 il locale ha chiuso e la gente poteva andarsi a godere la serata a Londra. Idem ad Amsterdam e Bruxelles. Poi siamo andati in Puglia e siamo saliti sul palco all’una di notte. Abbiamo finito alle 3! E lì alle 20,30 non c’era ancora apparecchiato. Una cultura completamente diversa. Invece dobbiamo ammettere che a Milano la maggior parte dei locali inizia molto presto.

Polenta e Kebab

Ci sono dei vostri album che a tuo parere meritavano più riscontro non l’hanno avuto?

No, direi di no. Alla fine tutti hanno avuto quello che si meritavano. Poi il giudizio della gente è sacro e quindi non ti devo negare che c’erano canzoni pur belle su disco non rendevano dal vivo. Non mi vergogno a dire che la nostra scaletta non può non contenere Voglio Armarmi, La Canzone del Bosco, Aca Toro, Il Vicino, Canapa. Secondo me è giusto che ci siano. Tanti artisti portano in palmo di mano il disco nuovo e “che il pubblico se ne vada a fare in culo”. Così è facile che il pubblico esca deluso. Lo trovo ingiusto, perché ci sta che tu debba far capire che sei l’artista, ma la gente ti vuole bene per quella canzone che gli ha lasciato un segno, che aleggia su episodi della loro vita. Poi ovvio, non puoi fare 2 ore e mezza di concerto, soprattutto noi che abbiamo 50 anni. Perché i nostri concerti sono quelli che alla terza canzone butti via la maglietta completamente sudata. Noi suoniamo circa un’ora e quaranta. Quindi succede che dell’ultimo disco ne proponi due, poi il pubblico decide quale funziona.

DENTRO O FUORI

Birra o vino?

Birra. Ci è sempre piaciuta, peraltro abbiamo fatto la nostra, che adoro. L’abbiamo creata assieme alla Bottega di Piacenza, dove abbiamo scelto i luppoli, il malto…insomma la cultura della birra c’è sempre piaciuta.

Derozer o Pornoriviste?

Sebza nulla togliere alle PornoRiviste dico Derozer perché sono veramente fratelli. Il primo concerto lo abbiamo fatto con loro al CPA di Firenze, è stato nel 1991.

Berlino o Londra?

Berlino mi è piaciuta moltissimo, è la città dei miei sogni. La multietnicità, è vivibile, riesci a vivere anche con pochi soldi in tasca. Londra è meravigliosa però ci vogliono tanti soldi, perché soltanto a muoverti sei fottuto. A Berlino a qualsiasi ora prendi un taxi e ti costa poco.

NoFx o Rancid?

Anche qua una battaglia difficile. I No Fx mi piacciono tantissimo però uno dei dischi appunto preferiti della mia vita è dei Rancid. Quindi Rancid.

Sushi o trattoria?

Mi piace tantissimo il sushi, con tra l’altro sotto casa una un amico giapponese che da cui ci vado da 25 anni. Ci passa Eugenio Finardi, ci passa Paolo Rossi e lui mi ha sempre trattato benissimo, e ha sempre avuto i prezzi giusti. Va meticolosamente a scegliere il pesce, mi piace un sacco però le origini mi spingono a dire trattoria

The Clash o Sex Pistols?

…guarda la video-intervista 😉

NIRVANA, ode a Nevermind

di Francesco Bommartini

5 aprile 1994: Kurt Cobain si toglie la vita. Un’esistenza sempre vissuta al limite, tra abuso di droghe e problematiche di vario genere (come testimoniato anche ne I Diari) . Una vita caratterizzata da grandi canzoni. Sì, perché il cantante e chitarrista di Aberdeen (Usa, non Scozia) è riuscito a lasciare un’eredità musicale tutt’altro che indifferente.

Lo testimonia Nevermind, prima di tutto. Non nascondiamoci dietro un dito: quel disco dei Nirvana non solo è riuscito a fare arrivare il verbo grunge a tutti, ma è anche e semplicemente un grandissimo album. Per le canzoni, e per l’incredibile produzione di Butch Vig. Aggiungo, prevedendo le critiche e paradossalmente aizzandole ulteriormente, che sarebbe ora che la smettessimo di fare eccessive dietrologie dietro i brani e semplicemente riconoscessimo quando un pezzo è bello. Un invito che rivolgo a tutti, ed in particolare ad alcuni critici musicali. Poi, chiaro, “de gustibus…”. Ma veder superare Smells like teen spirit dalla pur valida School durante il torneo virtuale organizzato da Enrico Silvestrin su Alive l’ho trovato semplicemente…sbagliato.

Perché? Ci sono varie ragioni…

La League of Rock di Alive dedicata ai Nirvana
Oltre 1 miliardo di visualizzazioni per il clip di “Smells like teen spirits”…

Se la bellezza è comunque soggettiva, non lo è la rilevanza storica. Smells like teen spirit è un brano iconico che, insieme ad altri pezzi, ha portato la band americana a vendere decine di milioni di copie (oltre 10 nei soli Stati Uniti, con primi posti raggiunti in 6 paesi). Difficile ricordare altri momenti in cui questo risultato è stato raggiunto con tale forza deflagrante, scevra di manierismo. Meglio anche dei pur ottimi successi del Black Album dei Metallica, che avevano già cambiato – specie per le orecchie dei fan metallari innamoratisi di loro precedentemente – approccio. Niente di male, ci mancherebbe. Ma i Nirvana con Nevermind hanno variato solo una cosa: la qualità dei brani (e la produzione eccellente). Attenzione, non la summa del loro grunge, non la rabbia primigenia.

Ma i Nirvana del pre 1991 non hanno niente da salvare? Non sto dicendo questo. Bleach è selvaggio, e quindi potrebbe essere considerato perfettamente in linea con i Nirvana. Negative Creep e About a Girl sono due chiari esempi di brani totalmente in linea con la vocazione di Cobain e soci (allora non c’era Grohl alla batteria). E il dopo Nevermind? Per carità, sia In Utero che Incesticide hanno più di qualcosa da dire (soprattutto il primo) ma non raggiungono Nevermind. Non possono. E non lo dicono solo i numeri (a proposito, Smells like teen spirit su Spotify ha oltre 700milioni di ascolti), bensì la rilevanza storico-musicale. Innegabile.

In conclusione, sempre e comunque: grazie Cobain.

Curiosità su Nevermind:

  • I piatti suonati su Polly sono opera di Channing, e non di Grohl
  • Sul ritornello di In Bloom c’è anche la voce di Dave Grohl
  • Small Clone è il pedale usato per il riff pulito di Come as your Are
  • Immodium era il primo titolo di Breed
  • Grohl utilizza il click per la prima volta su Lithium
  • Get Togheter degli Youngbloods è la citazione iniziale di Territorial Pissings, urlata da Novoselic in un pickup di basso
  • Drain You è il pezzo di Nevermind preferito da Cobain