Welcome Back Marylin: la mostra di Bortolazzi dal 12 giugno al 18 luglio in Villa del Bene

Sarà inaugurata sabato 12 giugno Welcome Back Marylin, la mostra che Gianneugenio Bortolazzi dedica a Marylin Monroe. Sarà visitabile dal 13 giugno al 18 luglio nelle sale Tiziano e Raffaello del complesso monumentale di Villa Del Bene, a Volargne (Vr). G.B. Sarà la semplice firma dell’artista che sarà impressa sulle particolari visioni che vedono protagonista Marylin Monroe, attrice e figura
carismatica del ‘900.

Quest’ultima è stata replicata con varie tecniche dall’artista, che non ha posto limiti alla tipologia del supporto: tela, carta, faesite o plexiglas. I colori utilizzati sono acrilici ma anche vernici e cere. Per i tratti dei contorni talvolta è stato utilizzato il carboncino. ”Vuoi che diventi una nuvola?” oppure “Ti dava l’idea che mordendola” o ancora “ il sorriso di Marylin” sono alcuni dei nomi delle opere esposte.

Cosa c’è di meglio della bellezza per rinascere dalle ore buie che abbiamo vissuto? Non è la prima volta che Bortolazzi dedica le sue opere alla Monroe. In precedenza ha infatti organizzato Au revoir Marylin, altra mostra per la bionda e sensuale attrice, tenutasi in occasione del 50esimo anniversario della morte, nel 2012.

Per l’artista, Marylin rappresenta la bellezza. La bellezza strappata al tempo che fugge. Le visioni di Marylin rappresentate nelle varie sue opere esposte vogliono essere un omaggio alla donna e alla bellezza che racconta. “Belli non si nasce si diventa”, dice Bortolazzi, “la bellezza innata prima o poi finisce, perché il tempo passa per tutti e, soprattutto, passando lascia addosso i segni. Per me la bellezza
è la nostra capacità di regalare emozioni agli altri. Altrimenti, è soltanto estetismo, misura, limite”.

Infatti Norma Jeane, questo era il veno nome di Marylin, non voleva diventare ricca, sognava solo di essere bellissima. La bellezza è arte, è sogno, ricerca di verità e di immortalità. La bellezza è immaginazione, fantasia, intuizione delle forme. La bellezza non riguarda il fisico, ma il corpo. Non è nella perfezione gelida delle linee, per quanto lisce e sinuose, ma nello spirito che pervade la forma, nello sguardo, nel gesto, nell’andatura.


G.B. con le visioni di Marylin scruta un nuovo rinascimento, dove l’uomo deve riappropriarsi delle proprie scelte e del proprio destino, come aveva fatto lei. Le ore buie sono passate, ora è il momento della rinascita, del rinascimento. Marylin era innamorata del nostro Rinascimento.

La mostra prodotta da BHR Group e dalla Galleria di Arte Contemporanea di Villa Del Bene, sarà aperta fino al prossimo 18 luglio durante gli orari di apertura della Villa.

Prenotazioni su www.villadelbene.com

Intervista a MARCO PARENTE: il 23 maggio a Villa del Bene di Volargne di Dolcè (VR)

Domenica 23 maggio alle 18 Marco Parente sarà a Villa del Bene, uno spazio che a Verona mancava e che da ormai qualche tempo – pandemia permettendo – porta avanti un discorso qualitativo notevole, in grado di unire arte, musica, libri ed Eventi.

Fautore di questa rinascita per la zona di Volargne di Dolcé è l’associazione Cultura Innovativa che, grazie alla solerte collaborazione stretta con Anthill Booking di Davide Motta, e al sostegno dell’amministrazione comunale, sta creando un punto di riferimento. Anche per la musica.

le domande a Parente…

Come hai vissuto il 2020 e la pandemia in generale, sia sotto il profilo artistico che umano?

Purtroppo non riesco a scindere l’umano dall’artistico. Posso solo dire che ho molto accusato il colpo, all’inizio con la paura e poi con un’ansia bestiale. Ancora non ne siamo fuori, eppure ho la sensazioni che non abbiamo imparato la lezione. Ne veniamo fuori come degli idioti pieni di ego.

Come vivi il rapporto tra città e provincia? Te lo chiedo perché tu vivi a Firenze ma hai girato anche tanti luoghi di provincia nella tua attività artistica…

La mia infanzia, cioè il periodo più formativo della vita, l’ho passato in un paesino tra Arezzo e Firenze (Poppi). Questo continua ad essere la riserva di nutrimento per affrontare ciò che sono oggi. Nella provincia convive il meglio e il peggio di una comunità,  nelle città l’effimero di quel meglio e peggio.

Che rapporto ti lega oggi con Manuel Agnelli, Carmen Consoli e con le persone che facevano parte del Consorzio Produttori Indipendenti? 

Manuel lo considero un vero amico, Carmen una meteora istantanea, sul consorzio invece non sono ancora abbastanza obbiettivo per esprimere giudizi sensati.

Come si svolge una tua giornata tipo? 

Mi sveglio prestino, faccio colazione, mi lavo, mi vesto, prendo in mano la chitarra, sbrigo le commissioni della realtà…poi improvviso 🙂

Cosa pensi delle metodologie d’ascolto in streaming? Opportunità o limite?

A parte rarissimi casi, trovo il mezzo una magra consolazione. Mi sembra già abbastanza lo spazio e il potere che si prende la rete nella nostra vita. Il giorno che ci sarà un blackout generale, io so come continuare a suonare e farmi sentire, fosse anche solo il mio vicino di casa. Voi?

I migliori dischi dei Void of Silence

di Matteo Roncari

Tra le band che sono state fondamentali per lo sviluppo della mia personalità, crescita e sensibilità artistica ci sono sicuramente i VOID OF SILENCE.

Ho un aneddoto da raccontare a tal proposito: iniziai a interagire via mail nel lontano 2003 con Riccardo Conforti, uno dei principali compositori, che al tempo curava una rubrica di musica dark ambient per il mensile Flash Magazine.

Tra l’altro i nostri dialoghi erano inerenti esclusivamente la dark ambient/noise music e pertanto ignorai che appartenesse alla scena musicale. Appena arrivai a scoprire che Riccardo era uno dei membri dei VOID OF SILENCE, incuriosito e d’istinto, acquistai “Criteria ov 666”, che nella discografia rappresenta il loro secondo tassello.

Al primo ascolto rimasi un attimo distante ma come avviene nella maggior parte dei casi che mi riguardano, i dischi si imparano ad amare assimilandoli a poco a poco. E così ancora oggi “Criteria” è per me un disco unico nella mia “libreria musicale”.

Ma non è tutto: perché i VOID OF SILENCE sono l’unica band assieme ai NOVEMBRE a farmi considerare imprescindibili due loro lavori. Nel 2018 infatti è uscito “The sky over”, il loro ultimo full lenght, che è riuscito a sedurmi ancora di più rispetto ai predecessori anche grazie alla partecipazione vocale di Luca Soi, molto ispirato sia a livello vocale che nella stesura dei testi.

A livello musicale ho sempre adorato la tipologia e le modalità di composizione del duo Conforti/Zara, in grado di mescolare elementi legati al doom metal con elementi di musica elettronica e ambient molto ricercati e di notevole impatto.

1 – THE SKY OVER

Per me è ad oggi il capolavoro assoluto della band: per le tematiche trattate, per il gusto musicale, per il pathos che emana. Splendido il primo pezzo “The void Beyond”, così come gli intermezzi.

Notevole menzione anche per la title track e “Fartheless shores”: ma è tutto il disco a dover essere ascoltato nella sua interezza e consequenzialità. Una citazione particolare per me va alla strumentale “White light horizon” che chiude l’album in modo sublime e disteso grazie alle ritmiche di sinth e di chitarra acustica.

Bellissimo anche l’artwork curato da Francesco Gemelli.

2- CRITERIA OV 666

E’ il disco che mi ha fatto conoscere la band e che ha visto l’attività, oltre al duo Conforti/Zara, di Fabban degli Aborym. Un disco molto sentito, un incubo in musica anche grazie alla performance vocale dello stesso Fabban.

“Anthem for doomed youth”, “With no half-measure”, “Nothing immortal”, “The Ultimate supreme…” alternano riff violenti a momenti onirici e ricercati grazie all’effettistica elaborata da Conforti.  

Personalmente questo album mi ha donato la forza giusta per reagire a situazioni avverse e per questo motivo è ancora oggi per me seminale.

3- HUMAN ANTITHESIS

Anche in questo caso devo mettere al terzo posto questo album non per demerito rispetto ai precedenti, quanto per il fatto che c’è sempre una componente umana ed un trasporto emotivo o periodico che a mio modo di vedere incidono sul nostro approccio all’ascolto.

Va detto tuttavia che parliamo sempre di un capolavoro e non mancano elementi di magia assoluta: i venti minuti della title track valgono da soli l’acquisto del disco, così come “Grey Horizon” e “To a sickly child” dove la coppia Zara/Conforti si avvale del grande A.A.Nemtheanga alla voce.

Che dire poi dell’ultimo brano magnificamente interpretato dalla voce di Atratus dei Tronus Abyss, una lettura di una poesia di Baudelaire che rende i versi ancora più magniloquenti e sinistri.

Intervista e recensione per l’artista hip-hop Tapatìo Machiavelli

Cosa si prova ad essere il primo artista rap su Reverbnation?

È una grande sensazione, lavoro duro per questo. Non sarei in grado di farlo senza il supporto delle persone.

Quest’anno sei impegnato in 4 progetti: ce ne vuoi parlare?

Il 10 gennaio 2021 ho pubblicato un album Mixtape “Estoy De Regreso” dopo 10 anni in cui non ho pubblicato alcun progetto hip hop. In questo momento sta andando abbastanza bene. Pubblicherò altri 4 progetti quest’anno, due album di musica popolare messicana chiamati “Catorce Kilates” e “Negocio Es Negocio” e due progetti hip hop chiamati “Freeze Flowing” e “Freaky Thoughts“. Sono davvero felice di rilasciare tutti questi fantastici progetti quest’anno!

Parlaci dei premi che hai vinto…

Ho vinto 5 premi nella mia carriera. L’anno scorso ho vinto quello come miglior cantante messicano regionale in Flash Awards. È stata una bella sensazione vincere quel premio, e per questo devo ringraziare anche il mio manager Gilberto Lopez, la mia pubblicista Elizabeth Therrien e il promoter Marisol Quinonez e infine il rapper Danger RP e i fan che mi supportano.

Quali sono le tue influenze?

La mia influenza nella musica è varia, sono un grande fan della superstar italiana Andrea Bocelli. Nell’hip hop Sono fortemente influenzato da 2pac Shahkur, Dmx, 50 Cent, Cartel de Santa e molti altri. Nella regione messicana sono stato influenzato da Chalino Sanchez, Vicente Fernandez, Antonio Aguilar, Jose Alfredo Jimenez e molti altri.

Come vivi la musica nella tua città?

Sono cresciuto a Inglewood, una città della California. Sono cresciuto amando l’hip hop grazie a ciò che mi circondava nelle strade. Attualmente vivo in un bellissimo ranch chiamato Belem de Maria, che si trova in un’incredibile città chiamata San Miguel El alto, Jalisco in Messico

Cosa pensi dell’Italia?

Amo tutto dell’Italia, in realtà sono un grande fan del Milan, il mio sogno è andare a una partita di calcio Milan-Inter. Sono un grande fan di Niccolò Macchiavelli, l’Italia è piena di storia, amo quel paese.

Quando e perché hai cominciato a fare hip hop?

Ho iniziato a fare musica hip hop con il mio laptop che i miei genitori mi avevano comprato, era davvero pessima musica hahah. Poi sono andato con il mio amico “Gil Got Beats” e grazie a lui so come scrivere e come capire la musica hip hop, a lui devo gran parte della mia carriera hip hop. Il mio sogno è fare un album hip hop completamente prodotto di “Gil Got Beats”.

Voglio ringraziarti per questa incredibile intervista, è stata una grande esperienza. Voglio ringraziare i miei genitori per il supporto e anche mio figlio, voglio ringraziare le persone che mi supportano, li amo. Spero di visitare presto l’Italia. Grazie.

Fuun, da Monaco il gruppo giusto per il momento giusto, tra psych e post-grunge. Recensione e intervista.

domande di Francesco Bommartini

Il nome del vostro nuovo album è Past. Quali sono le principali differenze con gli altri?

Innanzitutto grazie per l’intervista. È un piacere conoscerti. Il nostro stile era ispirato al rock e al post-grunge. Era un suono piuttosto diretto con la configurazione standard della rock band. Oggi siamo persone di mentalità aperta che amano sperimentare con i suoni di qualsiasi tipo. Siamo curiosi di strumenti che non ci sono familiari, o anche del suono di corrimano nella nostra tromba delle scale. Durante il Covid un chitarrista ha lasciato la band, quindi ora siamo in quattro e ci siamo dovuti muovere prima del Covid. Non meno importante, per creare il nostro ultimo capolavoro ci sono voluti 7 lunghi anni, quindi le storie dietro le canzoni sono ispirate da eventi accaduti molto tempo fa.

Come approcciate la fase compositiva?

Iniziamo suonando insieme, poi la struttura si evolve, e i testi vengono scritti. Quando finalmente siamo decisi su ogni dettaglio, registriamo la canzone. Quando Julian non era ancora nella band e non avevamo uno studio, registrare è stato molto difficile. A quel tempo, pensavamo che una canzone fosse finita dopo la registrazione. Ma non è così. Particolarmente durante il Covid abbiamo beneficiato molto delle possibilità di vivere insieme e di avere il nostro studio a casa, e dell’esperienza di Julian come produttore…e panettiere. Potremmo davvero lasciarci andare alla deriva e sperimentare suoni, arrangiamenti ed effetti diversi. Questa per noi è stata una nuova esperienza.

In che modo pensate di promuovere l’album?

Il Covid ci ha costretti a fare affidamento su una strategia esclusivamente online. Il marketing online ha un vantaggio: puoi raggiungere tutti, non solo gente del posto. Quindi abbiamo pensato: perché non andare in tutto il mondo? Abbiamo già ricevuto alcune recensioni internazionali e siamo curiosi di sentire cosa si dice in Italia. Non appena il Covid lo permetterà vogliamo andare in tour. Ci piacerebbe suonare anche in Italia! Inviateci un’e-mail e lo faremo accadere, di sicuro.

Avete un suono originale. Quali sono gli elementi che lo adattano e avete dei segreti?

Il nostro suono è composto da voci femminili e maschili, equamente rappresentate, accompagnate da un coro a più voci di accordi. Stiamo quindi cercando gruppi di cori locali che si uniscano a noi nel nostro tour dal vivo. Inoltre, abbiamo usato un sacco di strumenti nel nostro album, inclusi violino, violoncello, Fender Rhodes, chitarre, un Framus a 12 corde di 60 anni, 3 bassi, innumerevoli strumenti a percussione come flex-atone e kalimba. Abbiamo utilizzato sintetizzatori vintage Moog, Korg e Yamaha. In studio, abbiamo un’ampia selezione di amplificatori per basso e per chitarra e abbiamo utilizzato un’ampia gamma di effetti sonori psichedelici (tutto ciò che lo studio aveva da offrire e anche di più). SENZA LIMITI. Consiglio speciale del nostro bassista: il pedale Cockfight è il miglior fuzz.

Come avete vissuto con il Covid nel 2020?

Per fortuna ci siamo trasferiti a vivere insieme sei mesi prima del Covid. Solo il nostro batterista vive a poche miglia di distanza, quindi possiamo continuare a suonare insieme e lavorare sugli album. Dopo che tutti i nostri spettacoli sono stati cancellati abbiamo trasmesso in streaming diversi concerti dal nostro soggiorno. Anche il nostro il batterista era connesso dal vivo tramite Skype. In autunno, quando il numero di infezioni diminuiva, ci è stato permesso di suonare un piccolo concerto con un numero limitato di spettatori, che è stato anche trasmesso in streaming. È stata una notte unica per noi. I punti salienti si possono venere sul nostro canale YouTube e sito web. Abbiamo anche pubblicato il singolo Grey Cold Rabbit, abbiamo lavorato duramente sull’album e l’abbiamo terminato l’ultimo giorno dell’anno. Nel frattempo coltivavamo verdure, imparavamo a fare il pane e la pizza e facevamo amicizia con polli e anatre nel nostro giardino, che abbiamo adottato durante la pandemia. Non c’è niente di meglio che rilassarsi guardarli sgranocchiare tutto il giorno.

Fuun live im Backstage Club | Emergenza 2020 | 1st Step No.4 | 28-2-2020 | ?? Tobias Tschepe

Vivete a Monaco. Com’era la scena musicale lì prima di covid?

Abbiamo suonato concerti indimenticabili a Monaco di fronte a folle fantastiche, e ne siamo incredibilmente grati. Speriamo davvero che molti live club sopravvivano a questi tempi difficili e che saremo in grado di suonarci in futuro. La musica è una parte così importante della cultura, si connette con persone a un livello molto personale ed emotivo. Questo non deve morire!

In che modo vivete i vostri concerti?

Preferiamo andare al concerto con i mezzi pubblici. Sul palco, la libertà è la cosa più importante per noi. Ecco perché suoniamo in arrangiamenti sciolti, con spazio per improvvisazione, assoli e realizzazione di idee spontanee insieme. Abbiniamo la nostra configurazione individualmente a ogni luogo, dalle piccole sessioni acustiche a quelle uniche e soffiate up performance, paragonabili a una produzione in studio. Miriamo al suono perfetto per ogni canzone: batteria reale, 2 chitarre elettriche e 2 acustiche con grande pedaliera, basso, 3 voci con effetti vocali, una tastiera, un flauto e tante piccole percussioni. Un concerto con FUUN è sempre una festa. Dopo lo spettacolo, festeggiamo molto con i nostri amati fan. Normalmente siamo tra gli ultimi a lasciare il club. I video diari possono essere trovato su Instagram: @fuunology.

Cosa volete fare in futuro?

Come detto prima, miriamo al dominio del mondo. Inoltre, vorremmo che tutti gli umanoidi fossero amichevoli con il nostro pianeta! Vorremmo adottare un altro simpatico amico pollo. Vogliamo che la nostra musica venga ascoltata ovunque. Dopo il miglioramento genetico di tutti gli umanoidi e la sconfitta di Covid, vorremmo suonare molti spettacoli, vedere il mondo intero e soprattutto fare uno spettacolo in una fattoria biologica in Italia. E vogliamo la pace nel mondo!

Recensione

di Francesco Bommartini

Hanno una strana vivacità i Fuun. Quasi sorprendente, per un periodo così buio. E allora benvenga Past, album che a dispetto del titolo s’incunea nel presente con una freschezza salvifica. La produzione è dinamica, e sottolinea alcune sfumature che la loudness spesso nasconde. Qui invece i tocchi surf e gli arpeggini lisergici, ad esempio dell’opener Loss of time, si sentono, eccome!

Le trovate sonore, forse, sono proprio la cosa più simpatica, e gradevole, degli 11 brani che questi tedeschi, di Monaco, hanno da offrire. Inizialmente nati come band post-grunge, i Fuun hanno ora sviluppato un proprio genere. Ispirato a Pixies, Alt-J, Radiohead, Alice in Chains, ma pure ai The Beatles, con tocchi King Gizzard. Diciamo che è più semplice, e diretto, l’ascolto della descrizione.

Tralasciando l’inquietante vocalità di Lola, che ricorda davvero quella di Cobain, i Fuun sono uno splendido progetto che, ne sono certo, on the road dà il meglio. Lo suggeriscono le stesse dinamiche di cui vi parlavo sopra. E questi inizi di canzoni spesso stranianti, con bassi che sembrano messi lì in modo casuale, quasi da jam, ma invece hanno senso.

La varietà porta l’ascoltatore fino in fondo alle 11 canzoni dell’album con leggerezza. Niente male, visto che viviamo in un mondo in cui l’overload informativo – e musicale – la fa da padrone. E poco male se uno dei cantanti ricordi Cobain – succede anche in Notabomb – visto che Genoveva Dünzinger riequilibra perfettamente, sublimando l’effetto psych.

L’oscurità latente si accompagna alla tranquillità nel nuovo album di Gabriel Douglas

di Francesco Bommartini

Strappa un po’ il cuore l’inizio di Dark Stills, l’album di Gabriel Douglas, questo barbutissimo americano che, a prima vista, sembra un incrocio tra Rick Rubin e un membro dei C+C=Maxigross. Il primo brano si chiama Hearts Want e si muove su una produzione minimale, in linea con il folk primigenio. Si questo mare calmo si staglia la voce di Douglas: imperfetta e quasi solenne.

Ed è questa la chiave di volta di questo lavoro: minimalismo e imperfezione. Una chitarra acustica, una voce, una stanza con un buon riverbero naturale. Sembra di vederlo, Douglas, mentre suona. La voce tenue di una candela ad illuminare il suo viso, gli occhi chiusi, la mano destra che arpeggia la bella Holding Patterns, il collo teso per beccare le note e scoprire la vita.

D’altronde se non fosse voglia di crescere e di vivere, cosa significherebbe questa musica? Senza dubbio, ca va sans dir, questo ambiente favorisce il rilassamento e il pensiero. E non ne abbiamo forse bisogno spesso, specie in tempi che bui lo sono davvero? Douglas mostra le interiore. Forse ha bisogno di farlo, sicuramente vibra. E le tastiere di Kai Brewster fanno da perfetto contraltare.

La tecnica qui non conta. Ce lo dice chiaro quando con lo strumming basilare dei primi brani, ma pure con gli arpeggi – anche se più complessi – successivi. Se la tastiera della strumentale Dark taglierà le lacrime sul vostro viso, How to Make a Home vi farà riaprire gli occhi e alzare gli occhi al cielo. Avete presente Dylan? Ecco, gli echi ci sono. Ma ancor di più mi rimanda alla vocalità dei Fleet Foxes.

Ribadisco, però, la vivacità che si respira, donata proprio da una produzione anti-major, volutamente ritirata, in ombra. Fa piacere ascoltare dischi così dopo tonnellate di loudness, di stronzate latine, di puttanate fatte tanto per mostrarsi su YouTube. Dà speranza, tutto questo. Ovviamente solo a chi ci crede, è capace di assaporare una buona tisana e respirare a fondo…

PRESAVE: https://distrokid.com/hyperfollow/gabrieldouglas/darker-still

INTERVISTA ai THE DROOD per l’album TOTALLY COMFORTABLE

* La band è nata nel 2007. Cosa cambia dall’inizio fino al nuovo album?

Daniel: Molto. La band ha attraversato alcuni cambi di formazione.. Il nuovo album è stato completamente creato da me e Nathan e ci ha permesso di immergerci veramente in ciò che ognuno di noi voleva dire. Non è che non ci piaccia lavorare con gli altri, ma siamo stati davvero in grado di affinare facilmente idee e concetti, in questo modo. Ogni canzone è iniziata come una jam ed è stata plasmata da entrambi.

* Perché avete scelto Totally Comfortable come titolo?

Nathan: Il mondo può sembrare tutt’altro che confortevole in questo momento, quindi la battuta è ovviamente ironica, ma il titolo parla davvero del comfort stesso e di ciò che questo significa per ognuno di noi. Il simbolo del marchio e la copertina generica sono in opposizione al messaggio del titolo e hanno lo scopo di suscitare domande su ciò che è e non è effettivamente comodo e dove si trovano le comfort zone di ognuno.

* Cosa ne pensi del tipo di situazione creatasi con il Covid? Che effetto ha avuto su di voi e sui musicisti?

Nathan: Ha sicuramente avuto un impatto sulla scena musicale, culturale e artistica. Chissà come sarà quando la polvere si sarà depositata. Tutto quello che possiamo fare è continuare a spingere e fare musica.

* Come hanno funzionato le sessioni di registrazione?

Daniel: L’intero album è stato registrato nel nostro home-studio vicino a Denver.

Nathan: Per questo album abbiamo davvero creato tutto insieme, improvvisando con sintetizzatori, batteria, loop e qualsiasi altra cosa. Poi prendevo le registrazioni e perfezionavo le melodie e la voce, e Daniel e io ci suonavamo sopra ancora e ancora, finché non sentivamo che erano pronte.

* Quali sono le vostre principali influenze e come cambiano il vostro modo di fare musica?

Daniel: Nathan ed io proveniamo da un background industriale / punk / new-wave, che è una delle cose che originariamente ci ha uniti. Gli artisti che entrambi rispettiamo includono The Legendary Pink Dots, Radiohead, Orbit Service, Download, Mark Spybey e molti altri ancora.

* Com’è la situazione musicale di Denver?

Daniel: Denver fa il suo. Ha una vasta gamma di band e stili davvero buoni con molti locali e numerosi festival musicali.

Cosa pensate dei social media e dello streaming?

Daniel: La distribuzione digitale sembra la naturale evoluzione del modo in cui le persone consumano le cose. È conveniente e sembra anche cambiare il modo in cui percepiamo la proprietà. Sicuramente c’è più accesso per le persone, sia per quanto concerne la ricezione che la registrazione, ma c’è anche più rumore. Inoltre qualcosa sembra in qualche modo perso, forse, con l’assenza di interazione fisica. Ad esempio, ora è tutto solo nella tua testa

Nathan: Penso che sia per questo che gli album in vinile e altre forme di merchandising fisico sono ancora preziosi per le persone. Dà loro un piccolo pezzo della band a cui aggrapparsi. Abbiamo in programma di rilasciare una versione in vinile da 180 grammi di Totally Comfortable nei prossimi mesi.

Cosa accadrà in futuro per The Drood?

Nathan: Speriamo di continuare a raggiungere nuovi ascoltatori a cui piace quello che facciamo. Per noi è un rito. Diamo il benvenuto a chiunque ami il nostro esperimento.

Daniel: Il nostro obiettivo è semplicemente esprimerci nel modo più onesto possibile e che i risultati raggiungano coloro che lo desiderano. Stiamo pianificando un concerto gratuito in streaming live per il nostro nuovo album Totally Comfortable a breve, quindi controlla thedrood.com e altri siti social per i dettagli.

intervista con PATRICK DJIVAS (PFM): “Il mestiere del musicista è in crisi. De andre’ voleva smettere prima dei concerti insieme. La tv uccide la nostra arte, e i talent…”

di Francesco Bommartini

Sabato 19 settembre sera alle 21 la Pfm, gruppo rilevante del progressive rock italiano e mondiale, suonerà a Cerea (VR), nello spazio dell’Area Exp (acquista il biglietto).

Per celebrare quest’occasione tutt’altro che comune ho deciso di contattare Patrick Djivas, bassista del gruppo dagli anni ’70. Ne è nata una lunga chiacchierata piena di spunti, veramente interessanti. Di seguito è possibile ascoltare l’audio, a seguire la trascrizione.

L’audio intervista con Patrick Djivas

Partirei dal live che farete a Cerea, nel sud veronese: cosa devono aspettarsi i fan da questo TVB – The Very Best Tour?

Si devono aspettare intanto una carrellata della storia della PFM. Partendo anche da pezzi dell’inizio, ovviamente non tutte le tappe, altrimenti il concerto durerebbe 8 ore. Una carrellata abbastanza significativa del lavoro che abbiamo fatto. Compreso anche parti di PFM in Classic, compreso anche qualche brano di Fabrizio. Insomma, la storia della PFM.

Quasi in toto…

Esatto. Tutto tutto no, perché sarebbe veramente difficile. Però con molti episodi che hanno costellato la nostra storia.

Quanto prevedete di suonare?

Di solito suoniamo due ore, due ore e un quarto.

Cosa è rimasto fuori dalla raccolta “The Very Best” e come è avvenuta la selezione?

Considerando che abbiamo fatto una ventina di album, ovviamente c’è molta roba che rimane fuori. Di solito facciamo le cose che il pubblico ama sentire. Che comunque ci rappresentano moltissimo, quindi ci sono certi brani che non possiamo non fare. Però ci sono anche delle cose un po’ particolari, come ti dicevo: PFM in Classic, facciamo anche delle cose di Fabrizio, facciamo qualche cosa della Buona Novella, che è molto forte musicalmente. E quindi c’è un po’ di tutto. Sempre con questa mentalità di rendere ogni concerto un evento abbastanza unico perché, sai, la PFM non è mai esattamente nelle stesso modo. La nostra fortuna è che tanti anni fa abbiamo deciso (ma non per un fatto di snobismo, ma per non voler essere fagocitati in una situazione) di non utilizzare i computer. Questo per darci un po’ più di libertà, per permetterci di allungare, di accorciare. È un po’ la nostra mentalità, noi abbiamo fatto circa 6000 concentri da quando abbiamo cominciato ed è ovvio che fare 6000 concerti tutti uguali sarebbe una cosa da diventare matti. Quindi abbiamo questo approccio molto, molto libero ai brani. Non so quante volte ho suonato Celebration, ma mai due volte uguale. Credo che questo valga un po’ per tutti, nel senso che è quello che ci fa rimanere vivi sul palco, con la voglia di suonare. Poi ogni tanto viene bene, ogni tanto un po’ meno, però la gente gode sempre del fatto che ogni cosa sembra fatta, non dico, per la prima volta ma…

Spontanea.

Sì, che ci piace fare con l’appoggio del momento, che non sia un vecchio brano rivisitato e fatto mille volte sempre nello stesso modo, perché tanto lo conosciamo a memoria. Ecco questo non appartiene alla PFM come modo di fare.

La mia curiosità resta sulla selezione. Nel senso che mi piacerebbe capire, nel momento in cui c’è stata la scelta di fare questa grande compilation, cosa avete fatto? Vi siete trovati tutti, c’è qualcuno che ha selezionato più di altri?

Sai, le selezioni di solito sono quasi automatiche. Come avviene con le scalette dei concerti. Ogni volta che facciamo le scalette cerchiamo di metterci dalla parte del pubblico. Non siamo di quelli che dicono “ah io quel brano lì non lo voglio più suonare”. Perché se il pubblico se lo aspetta e vuole sentire quel brano lì, glielo facciamo. Magari in modo diverso, un po’ particolare, modificando sia l’arrangiamento che le proprie parti personali.

Scusa se ti interrompo, ma io intendevo la compilation sotto forma discografica.

Quello è lo stesso discorso. È un discorso che arriva dai concerti, da quello che succede dal vivo. Franz (Di Cioccio) è sempre stato quello che faceva le scalette, ha sempre avuto questo pallino da quando abbiamo cominciato. A lui piace molto fare questa cosa qua, poi ne parliamo tra di noi e ognuno dice la sua. Però anche nei dischi Franz tiene molto alla scaletta, è uno che sta molto attento a queste cose. Magari io un po’ meno, perché ho un approccio più da musicista, tradizionale. A me interessa di più suonare, non mi interesso a certe cose. È questo il bello di essere in un gruppo: ognuno ha un suo ruolo. Questo avviene nella PFM sia per le situazioni di tutti i giorni sia musicalmente. La PFM è stato sempre un gruppo con musicisti completamente diversi tra di loro. In un gruppo hard rock ci sono 4 musicisti che suonano hard rock, che sono nati con l’hard rock e moriranno con l’hard rock. Invece la PFM no: ha un musicista che è arrivato dal rock, uno che arriva dal jazz, uno che arriva dalla musica classica, ognuno ha il suo mondo, in cui è nato. E bene o male quel mondo te lo porti dietro per tutta la vita. Diventa un po’ la tua specialità, anche se ovviamente essendo un musicista da tantissimi anni, hai una evoluzione, acquisisci esperienza. Però la tua partenza rimarrà per tutta la vita ed è una cosa molto bella della PFM, questa. Ed è quello che ci ha permesso di fare il lavoro di Fabrizio per esempio. Perché c’è molta ecletticità, perché ogni musicista ha un bagaglio suo che mette a disposizione del gruppo e la cosa bella è che ognuno ha il totale rispetto dell’altro. Non esiste il musicista più debole nella PFM, non esiste quello che ha meno voce. Ognuno ha il suo strumento e ognuno ha la stessa voce di un altro.

Democrazia soprattutto.

È una democrazia che si basa sul rispetto mutuo, l’uno dell’altro. Soprattutto all’inizio della PFM, questa è una cosa che mi ha colpito molto quando sono entrato. Arrivavo dagli Area ed ero più improntato, come mia natura, sul rhythm and blues e dal jazz. Che erano i miei due pallini e lo sono tutt’ora. E quando sono entrato nella PFM sono stato molto sorpreso da come loro si sono aperti totalmente ai miei modi di vedere e come io sono riuscito subito a dare un mio contributo dal punto di vista musicale, non stravolgendo assolutamente quello che ero. Anzi loro volevano questa cosa qua, ed è una cosa bella. Ed è quello che ci ha permesso di fare PFM in Classic, che ci ha permesso di fare Jet Lag, che ci ha permesso di fare il lavoro con Fabrizio che è completamente diverso, è una musica che non so nemmeno come definire. Ci ha permesso di fare degli scatti di immaginazione, perché è una musica molto minimalista in certi punti ed è addirittura free rock in altri. Quindi spazia a 360°. Questa è la cosa bella della PFM e questo avviene perché ogni musicista ha la sua personalità e non ci rinuncia, e ognuno ha il totale rispetto di quello che fa l’altro.

L’hai citato prima: De André. PFM suona De André, cosa ti ricordi del concerto ritrovato, che è stato pubblicato quest’anno?

Sai queste cose sono strane perché, quando le fai, non sai cosa succederà. Non immaginavamo all’epoca, quando abbiamo fatto questa proposta a Fabrizio, che poi si è concretizzata appunto con un concerto, anzi con 40 concerti che abbiamo fatto insieme più o meno, che avrebbe avuto questa portata. È quasi di cultura in Italia perché è diventato un evento enorme e non immaginavamo che questa cosa sarebbe stata così. Quindi noi l’abbiamo vissuta molto più serenamente, cioè molto più tranquillamente, senza sentire la responsabilità di fare qualche cosa che avrebbe forse cambiato la vita a tante persone. Perché Fabrizio aveva deciso di smettere in questo mestiere. Abbiamo fatto il lavoro insieme perché lui si è buttato a fare questa cosa ma quasi come ultimo… invece l’ha cambiato completamente, ha cambiato la persona perché lui si è reso conto in quel momento che aveva ancora tantissimo da dire, che non aveva ancora detto. Che era tutta la parte musicale. Poi lui era veramente bravo perché, dopo tutto il lavoro che abbiamo fatto insieme, ha fatto dei dischi estremamente importanti, con delle produzioni importanti che non hanno niente a che vedere con le produzioni normali di cantautori. Ma chi poteva dirlo? Sai, noi abbiamo fatto la proposta e lui dopo un po’ l’ha accettata. Il mondo intero italiano diceva che era una cosa assurda, che non avrebbe mai funzionato, nessuno lo voleva fare. Ma poi Fabrizio si è incaponito, lo voleva fare e alla fine si è fatto. Ma nessuno immaginava che avrebbe avuto questa portata.

Sono qua che sto sorridendo mentre mi dici queste cose perché comunque, effettivamente, anche i lavori che De André ha fatto dopo quel ’79 sono cose che rimangono. Come anche le cose che ha fatto prima, per carità, però con una capacità musicale, con una visione musicale diversa…

Con una completezza. È diventato lì l’artista a 360°. Adesso, non per denigrare qualcuno, perché per carità ci sono tanti altri artisti fantastici (all’inizio ho suonato anche con Lucio Dalla), ma credo che Fabrizio sia il più grande di tutti, in assoluto. Una produzione così importante, con brani così importanti che attraversano i decenni come se nulla fosse, perché quei dischi che abbiamo fatto insieme nel ’79 li ascolti oggi e…

Trasmettono ancora pienamente, cioè riescono ad essere opere immortali.

Sì esatto, perché sono testi, musiche, arrangiamenti, modi di suonare che non hanno età. Non sono legati ad un genere, non sono legati ad una situazione particolare, sono musica totale. Testi e poesia totale. E che tra parecchi decenni saranno ancora lì. Perché i giovani li scopriranno sempre. È stata senz’altro una cosa molto importante per noi, ma come tante altre cose. Per esempio, PFM in Classic è stato per noi fondamentale come esperienza perché, come sempre, abbiamo fatto un’esperienza che non era la solita che fanno gli artisti rock con la musica classica. Di solito cosa si fa? Si prende un pezzo di Mozart, o di Beethoven oppure di altri autori, e si suona con l’organo o con le chitarre etc. Noi non abbiamo fatto questo, questo è troppo facile da fare. Senza nulla togliere, ma per esempio Pictures at an Exhibition di Emerson, Lake e Palmer: hanno preso musica e l’hanno fatta moderna. Però non è tanto difficile fare questo. Quello che abbiamo fatto noi è completamente diverso: abbiamo preso la sinfonica che suonava esattamente la musica originale. Quindi suonava per esempio la musica di Beethoven, ah Beethoven non c’è perché non siamo riusciti a farlo con lui perché è talmente completo nelle sue cose che non puoi aggiungere niente. Ma per esempio Mozart, l’orchestra suona esattamente la partitura originale, e noi abbiamo aggiunto quello che forse Mozart avrebbe aggiunto se avesse avuto la PFM. Quindi abbiamo creato musica nuova all’interno della musica creata da Mozart. Ci vogliono i pazzi per fare questa cosa qua. Eppure l’abbiamo fatta, è stato uno dei lavori che ci ha preso di più in assoluto perché è molto complicato da fare. Però ci piaceva questa idea di inserirci all’interno di un pezzo di musica classica, immaginando che cosa avrebbe fatto l’artista se avesse avuto la PFM, che cosa le avrebbe fatto fare, se ci fosse stata la chitarra elettrica, l’organo.

È un’attualizzazione completa di qualcosa che è stato fatto prima ma che viene comunque rivisitato in un’ottica…

Viene quasi riscritta perché abbiamo aggiunto delle cose. Non è cambiata, non abbiamo modificato niente, abbiamo solo aggiunto. Per esempio, il brano parte con un pezzo di Mozart e comincia con un assolo di basso. Probabilmente a Mozart sarebbe piaciuto perché era pazzo più di noi. Ma è stata una cosa molto azzardata, invece secondo me, e non solo secondo noi, ma anche da un punto di vista di critica (noi eravamo preoccupati da cosa avrebbe detto il mondo della musica classica) abbiamo avuto delle soddisfazioni enormi sotto questo aspetto.

Non stento a crederlo. Dopo Emotional Tattoos avete qualcos’altro che bolle in pentola, di completamente nuovo?

Certo, assolutamente. Domani io sono in studio di registrazione. Stiamo facendo il disco nuovo, siamo già a buon punto.

Qualche anteprima?

L’unica anticipazione è che non c’è niente di nuovo e che è un disco completamente diverso da tutti gli altri.

Quindi è tutto nuovo?

Tutto nuovo assolutamente. Ma non solo i brani, ma proprio l’approccio, il modo di suonare, i suoni, come abbiamo sempre fatto. Non abbiamo mai fatto dischi uguali a parte i primi due che si assomigliavano abbastanza. Ma da quando sono entrato io nel ’73 non abbiamo più fatto un disco uguale ad un altro.

Siete veramente progressivi.

Progressivi nel senso che andiamo avanti. Fondamentalmente noi siamo musicisti e quindi in partenza quello che cerchiamo di fare è divertirci. Per avere un certo tipo di resa, questo non vale solo per la musica ma per qualsiasi cosa nella vita, per qualsiasi mestiere o attività, si deve fare il massimo che sei in grado di fare, non ci sono storie. Non è che, cercando di risparmiare le forze o le energie oppure il tempo, tu riesci a fare delle gran cose. Mai. Quando tu ti impegni a fondo su ogni cosa, e questo la PFM l’ha sempre fatto su ogni nota. Non abbiamo mai lesinato su queste cose. Il lavoro con Fabrizio si basa su queste cose perché lui faceva la stessa cosa con i suoi testi, e noi l’abbiamo fatto con gli arrangiamenti, le note, gli accordi. Abbiamo lavorato finché ogni nota non poteva essere modificata. Finché non eravamo sicuri che quella era la nota giusta. Abbiamo sempre avuto questo tipo di approccio, abbiamo sempre avuto questa mentalità e questo ci ha permesso sempre di metterci alla prova, ma nemmeno questo, perché non è un discorso di vedere se sono in grado di fare questo. Ho 73 anni, che me ne frega di quello che sono in grado di fare. È una mentalità, è un modo di essere, se tu sei così sei così per tutta la vita, è un’indole e diventa una regola di vita che tu applichi a qualsiasi cosa che fai.

Spingere sull’acceleratore il più possibile per dare il meglio.

Si, per dare il meglio di quello che sei in grado di fare. Questa è la cosa importante, non è tanto dare il massimo: dare il massimo non vuol dire niente. Cos’è il massimo? C’è il mio massimo, il tuo massimo, il massimo di qualcun altro. Quello che esiste è il tuo limite e se tu sei sempre al tuo limite questo prima o poi si alza. È una specie di scala che piano piano si alza, l’esperienza diventa costruttiva. È per questo che ogni disco è completamente diverso. Perché per noi sarebbe impossibile fare un disco che assomiglia a quello che abbiamo fatto prima perché magari ha avuto successo. In America l’establishment diceva che la PFM sarebbe diventata uno dei più grossi gruppi al mondo perché facevamo tournée, la gente impazziva ai concerti, etc… Ma noi cosa abbiamo fatto? Abbiamo fatto un disco di jazz, che è Jet Lag, e ci siamo tagliati le gambe da soli praticamente. Dal punto di vista commerciale non è la migliore cosa da fare. Però noi volevamo fare quello, perché in America eravamo molto a contatto con il mondo del rock jazz, per esempio Zappa. Eravamo molto amici di queste persone, ci suonavamo insieme, ed eravamo influenzati, e volevamo suonare queste cose qua. Non abbiamo pensato a fare qualcosa che assomigliasse a ciò che funzionava bene. La cosa importante è che tu fai le cose che ti piace fare, che vuoi fare. In questo forse ci abbiamo rimesso perché non siamo diventati uno dei più grandi gruppi al mondo come diceva l’establishment americano. Però a distanza di 35 anni siamo ancora qua.

Sì e avete anche ricevuto molti premi, anche recentemente, anche dall’estero, dal Regno Unito stesso.

Siamo stati votati gruppo internazionale dell’anno nel 2018, mi sembra, proprio in Inghilterra. Siamo arrivati al 49° posto dei 100 artisti più importanti di tutti i tempi. Abbiamo avuto grossissime soddisfazioni sotto questo aspetto. A parte il fatto che noi apparteniamo alla periferia dell’impero perché non siamo né americani né inglesi. Ed è proprio difficile per un fatto tecnico, perché tu non abiti in America o in Inghilterra. Tu sei in Italia quindi qualsiasi cosa fai la devi fare esattamente come quando loro vengono in Italia, che non è una cosa che appartiene al loro mondo. Come facevamo a lasciare tutto e ad andare a vivere in America o in Inghilterra? Come avremmo dovuto fare per raggiungere certi risultati? Ci saremmo arrivati di sicuro perché avevamo l’appoggio di tutti, dei critici, del pubblico, dei discografici, delle televisioni. Al “The Old Grey Whistle Test” che era uno show in Inghilterra all’epoca estremamente importante, dove erano passati tutti, Beatles, Rolling Stones, la prima volta che dovevano andare in diretta, perché è sempre stata registrata (e tra l’altro avevano una situazione di registrazione straordinaria, sembrava uno studio di registrazione di serie A e quindi la qualità del suono che c’era in quelle riprese era strabiliante) hanno scelto la PFM. Questa è una cosa che nessuno sa ma per noi è stata una grande soddisfazione. Hanno scelto noi perché, suppongo, che con noi erano tranquilli, che le cose sarebbero andate bene. Infatti sono andate benissimo e abbiamo avuto una soddisfazione incredibile. C’era questo presentatore che aveva questi modi di fare e questo modo di parlare, a voce bassa, molto molto pacata. Anche quando presentava i gruppi di hard rock, le cose più tremende, più potenti del mondo, lui aveva sempre questo modo molto british e non faceva mai un commento. Lui presentava e basta, mai un commento. Quella volta quando abbiamo fatto la nostra composizione perché ci avevano detto che doveva durare 9 minuti, lui aveva fatto questo gesto che il giorno dopo era su tutti i giornali, perché non aveva mai fatto un commento, né positivo, né negativo. questa è stata una grandissima soddisfazione ed è stata la volta in cui era in diretta per la prima volta. Eravamo molto felici perché era andata bene. Sai, noi all’epoca facevamo 300 concerti all’anno, perché in Italia facevamo pomeriggio e sera. Facevamo due concerti al giorno per tutta l’estate, e poi facevamo la tournée americana che di solito si componeva di almeno 80 concerti, perché ci sono tutta una serie di spese che devi ammortizzare in un certo modo. Quindi noi suonavamo molto nelle università. Facevamo una tournée americana, una tournée europea e una tournée asiatica. All’epoca non suonavamo ancora in Sudamerica. Quindi facevamo tranquillamente 300 concerti all’anno. Avevamo una forma fisica che era… l’anno scorso abbiamo fatto 109 concerti ed è una cosa che per oggi è una specie di record.

109 nel 2019 equivalgono ai 300 nel passato.

Esattamente, noi all’epoca ne facevamo di più perché avevamo la forma fisica, eravamo ragazzini.

Credo che questa trasversalità che vi portate dietro, anche fra Italia ed estero, il fatto che siate piaciuti nel tempo e abbiate mantenuto probabilmente una credibilità profondo nei confronti del pubblico nonostante i continui cambiamenti a livello discografico. Però appunto c’è questa credibilità che poi traspare anche dalle tue parole e che quindi vi permette ancora oggi di girare molto. Giusto?

Bene o male se vai a vedere la PFM sei abbastanza sicuro che non sarai deluso. Troverai anche qualcosa di diverso dal solito, anche se ci hai visto centinaia di volte. Un giorno faremo un concorso e daremo una medaglia chi ci ha visto di più perché c’è gente che ci ho visto non so quante volte. Eppure questa gente dice di non stancarsi mai, che è sempre diverso e questa è la cosa più interessante del nostro mestiere. Ed è quello che ci permette di andare avanti dopo tutti questi anni senza perdere entusiasmo.

Tra l’altro mi permetto di dire, allacciandomi al discorso che facevi prima, sull’impero inteso come britannico e americano, che in realtà anche all’interno dell’Italia ci sono delle città che hanno dei vantaggi dal punto di visto dei contatti musicali e del music business. Mi vengono in mente Milano e Roma, soprattutto. Magari ci sono città, come Verona dove vivo io, in cui se nasci lì e vivi lì magari fai più fatica.

Questo è un po’ un male dei tempi. Questo succede dappertutto, anche in America, in Inghilterra: se sei di Sheffield non avrai mai le stesse possibilità di uno di Londra o di Liverpool. La stessa cosa vale in Francia. Io sono francese, abitavo a Nizza dove ho iniziato a lavorare e non c’era niente, si doveva andare a Parigi. Però la differenza è che all’epoca io ho preso le mie cose sono andato a Parigi. Questa è la differenza che c’è con oggi. Oggi, perché le cose sono cambiate, non so se sia diventato più facile o più difficile vivere. C’è chi dice che prima era molto più facile, ma io ti posso garantire che ho fatto sei mesi di fame pazzesca a Parigi, mangiavo un giorno sì e tre no.

Posso portare il punto di vista dei miei coetanei: c’è stata una liberalizzazione del viaggio, inteso proprio come spostamento, perché gli aerei costano di meno però ci vuole comunque… Però se ti sposti a Londra il costo della vita è di un certo tipo, di solito o hai la possibilità oppure facendo altri lavori… Però penso che anche all’epoca fosse così, più o meno.

Ma certo, non c’è stata un’epoca d’oro in cui tutto era facile per il musicista. Almeno quando abbiamo cominciato, non solo io ma anche i ragazzi, come Franz, è stata un’era assolutamente facile, assolutamente. È chiaro che c’era meno gente, che c’era meno concorrenza. Però, sai, non avevamo nessun tipo di formazione, non c’erano scuole, non c’erano metodi. Per suonare dovevi inventarti le cose più assurde, ascoltare più musica possibile, cercare di tirare fuori le parti dai dischi, che non era facile perché all’epoca potevi mandare un 45 giri a 33 giri per rallentarlo e cercare di capire, però andava un’ottava sotto e non capivi più niente. Non era come oggi che invece puoi fare quello che vuoi con il computer.

Può essere che gli sforzi di cui parlavi prima hanno nobilitato anche la professione.

Il risultato è stato che all’epoca, proprio il fatto che il tuo interesse per la musica, per le musiche, perché si ascoltava qualsiasi cosa, qualsiasi cosa era un’informazione, qualsiasi situazione ti insegnava qualche cosa. Io mi ricordo che ascoltavo Amália Rodrigues, che era la cantante del Fado, portoghese, bravissima. Ascoltavo Trini Lopez, che era uno che faceva una musica strana. Poi ovviamente ascoltavo i Beatles. Ogni cosa era una sorgente di informazioni. Il risultato è che imparavi ad essere musicista prima di essere strumentista perché avevi un approccio molto musicale. Lo strumento era complicato perché non c’era nessuno che ti insegnava come utilizzarlo, dovevi farlo da solo e chiaramente perdevi più tempo. Mentre adesso è esattamente il contrario. Adesso il ragazzino che inizia a suonare, che va a scuola, in 6 mesi fa le scale, le cose.

Ma anche con internet, con YouTube ci sono le cose…

Trovi mille informazioni, che ti insegnano tutti i trucchi, però diventi strumentista prima di diventare musicista.

Stavo proprio pensando a questo, al fatto che avere tutte queste basi e queste possibilità oggi possa diventare quasi un vincolo eccessivo per l’aspetto creativo e di ricerca, intesa come la intendi tu.

In un modo diverso, anche perché oggi ci sono ragazzi fantastici nella ricerca, nella creatività. Però la maggioranza oggi lavora in quel modo. Lavora sullo strumento prima di lavorare sulla musica. Quindi questi saranno i musicisti che faranno delle gran scale per tutta la vita, delle cose molto veloci ma difficilmente troveranno la loro strada.

Come abbracciate voi lo streaming digitale e che idea ti sei fatto tu sulle attuali dinamiche del music business? C’è qualcosa che cambiato e che ti dà fastidio magari?

A me tendenzialmente non dà fastidio nulla perché il mio percorso musicale già l’ho fatto. Sono molto preoccupato però per il futuro dei musicisti di oggi. Sinceramente 40 anni fa se tu mi chiedevi: “incoraggeresti un figlio a diventare musicista?”. Io ti avrei risposto di sì, senza dubbio perché è un mestiere meraviglioso, perché ti insegna ad organizzare la tua fantasia, e poi potevi vivere, magari non diventavi ricchissimo però potevi viverne. Oggi invece gli direi di fare il musicista per divertirsi, non di farne un mestiere. Perché è un mestiere che non esiste più questo.

Lo farei anche io per il giornalista.

Il mondo digitale ha un po’ stravolto tutto. Chiaramente non si può dire che sia meglio o peggio, è diverso. È completamente diverso. È un po’ come i ciabattai, non esistono più. Ci sono un sacco di mestieri che non esistono più, ma questo non vuol dire che dovrebbero esistere. È così, è l’andamento delle cose. È ovvio che per chi ha vissuto un determinato periodo ci siano delle mancanze oggi, soprattutto per chi deve fare questo mestiere. Che poi è quello che succede con lo streaming, su Youtube per esempio prendi lo 0,000001 ad ogni passaggio, che è praticamente il niente, il nulla. Infatti se tu guardi a quello che sta succedendo al mondo della musica, il 95% dei musicisti vive dando lezioni. I musicisti si dividono in due categorie adesso: quelli che imparano e quelli che insegnano.

E poi magari suonano col gruppo perché vorrebbero farlo diventare un lavoro.

In realtà non funzionano nemmeno più i gruppi, da un punto di vista professionale sto dicendo, perché poi per divertimento, per carità, tutto funziona ancora come prima, con la passione. Ma anche le cover band non funzionano più, per esempio vai in un locale per suonare e la prima cosa che ti chiedono è quanta gente sei in grado di portare.

Sentito dire da uno della PFM fa un po’ specie…

Ma è così. Noi abbiamo molti rapporti con ragazzi che ci vengono a parlare. Le cover band una volta funzionavano, 15 anni fa, 20 anni fa, c’era un certo giro. Suonavano tutti i weekend, riuscivano a vivere in qualche modo. Se tu non porti gente ai locali non ti pagano, ti pagano in rapporto a quanta gente porti.

Non è sostenibile. Io ho sempre detto, nel mio piccolo, nelle mie esperienze personali a livello musicale, che tu come band offri un minimo di servizio, e per quanto poco ti diano, anche nell’ordine, per le band emergenti, di poche centinaia di euro, deve essere comunque garantito. Non può essere un cappio al collo il discorso di quanta gente mi porti, per poi andare a prendere quello che ti spetta a fine serata e sentirti dire “sì c’è la gente ma non ha bevuto abbastanza”.

Questa cosa deriva dal fatto che la musica è diventata gratis, su internet è gratis, ormai è tutto gratis.

Questa gratuità come concetto che forse ha rovinato una serie di cose anche a livello musicale.

Ha portato tanti altri benefici. Cioè, le cose si modificheranno, non so come. Io spero che questo mestiere riesca a stare in piedi. Questa è la cosa preoccupante. Perché, sai, ci sarà comunque una selezione sempre più importante e chi riuscirà a vivere e a campare di musica saranno sempre di meno. E saranno sempre quelli più bravi, quelli che ci mettono meno tempo a fare, quelli che costano meno. Ma questo è preoccupante perché può anche darsi che si arrivi ad un punto in cui il mestiere… Non sparirà mai perché c’è la passione per la musica, per suonare. Io ricordo che quando ho iniziato a suonare vivevo solo per quello. Non avevo nessun altro interesse, pensavo solo a quello, 24 ore su 24. È una passione che ti prende ed è più forte di qualsiasi cosa. All’epoca quando cominciavi tutto poteva succedere, ma non immaginavi mai di guadagnare, di riuscire a vivere di questo mestiere. Io non ci ho mai pensato, e poi alla meglio tu immaginavi di fare il musicista finché non andavi al militare o ti sposavi. Poi finito. Forse per quello che io non mi sono mai sposato e non ho neanche fatto il militare.

Anche oggi, sembra che sia tutto libero, però rimangono questo tipo di riferimenti…

Oggi però è un po’ normale. Come fai a prenderti la responsabilità di avere una famiglia, magari un figlio, avere delle spese se fai il musicista? Basta guardare cosa è successo con il COVID-19, perché in assoluto i musicisti e il mondo dello spettacolo sono la categoria più massacrata.

Tra l’altro ti dico questo, che è venuto fuori da altre interviste nel corso degli anni. Io vedo sempre di più che i gruppi e gli artisti sono tantissimi, sarà anche che con internet si ha più visibilità, magari ce n’erano anche prima così tanti ma si vedevano di meno, si mostravano di meno. Pare quasi, oggi, che pur essendo i soldi sempre meno in questo settore, gli artisti vanno nella direzione opposta, cioè aumentano. Magari si impegnano anche molto ma vengono ripagati in visibilità, ma che è una visibilità caduca perché si parla di milioni e milioni di artisti che sono su Spotify, quindi alla fine non è una visibilità effettiva. Diminuiscono i soldi, aumenta la visibilità e aumentano gli artisti. Mi sembra un controsenso.

Per quanto tempo faranno l’artista? In Italia le uniche cose vengono fuori sono quelle che vengono fuori dalla televisione. Da X-Factor per esempio. Se però ti fai i conti, quanti sono rimasti, quanti hanno tenuto?

Due più o meno.

Questo è per quello che dicevi. Perché tutto e subito, però dura quello che dura perché non ha sostanza.

Infatti nei talent quando esci di solito ti mandano a fare, se hai avuto un buon piazzamento, il firma copie nei centri commerciali, pieni di gente. Poi ad un certo punto vengono messi da parte e magari vanno dallo psicologo perché non ci stanno dentro, perché sono passati dalle luci dei riflettori al buio.

Esattamente quello che sta succedendo oggi e poi ci sono altri fattori. Il pubblico, non dimentichiamo questa cosa, di queste trasmissioni è un pubblico giovanissimo e molto di questo pubblico non esce la sera e non va ai concerti. Ha 14 anni, la gente ha paura di mandarli ai concerti. E quindi tu vedi delle cose che hanno un risvolto discografico importante, poi vai ai concerti: “tournée cancellata”, perché il pubblico è poco. Il loro pubblico è troppo giovane per andare ai concerti. È una situazione paradossale però è così, è un cambiamento tutto questo, perché è avvenuto talmente velocemente, da un giorno all’altro. Internet che è nato un po’ zoppicante, non si capiva e poi è esploso in un modo talmente incredibile, ed è stata una cosa stravolgente che nemmeno un autore di fantascienza avrebbe potuto immaginare.

Dal Grande Fratello in poi, perché internet in Italia si è iniziato a caricare in contemporanea con quella trasmissione, che sembrava orwelliana almeno nel titolo. Da lì è iniziato ad essere un declino dal punto di vista del pubblico, non c’è un ricambio generazionale. Io sono dell’83, diciamo che gli ultimi che vanno ai concerti sempre più rari hanno sopra i 25 anni, per stare bassi.

Andrà sempre avanti questa storia. C’è anche da dire che l’Italia è uno dei paesi più difficili, nel senso che in Inghilterra per esempio si suona molto di più, ci sono molti più locali. Magari non sono grandi cose ma riesci ad essere musicista. Anche in Francia è lo stesso.

In Germania non ne parliamo, è ancora meglio, sono esplosi generi come l’heavy metal, l’hard rock.

L’Italia è particolarmente massacrata anche perché la situazione in Italia è esclusivamente legata alla televisione. Internet ha dato la botta finale, ma la botta grossa l’ha data la televisione che si è accaparrata la musica. La televisione ha preso la musica e l’ha fatta diventare delle trasmissioni televisive. La musica non è più trattata come una arte a sé ma come una trasmissione televisiva. La nostra storia musicale è attraverso la televisione. X-Factor, Amici, Sanremo e via dicendo.

Si può dire che i talent siano una bolla che ha portato un pubblico intero, soprattutto una generazione giovane, ad interpretare la musica in una certa maniera e di conseguenza anche a non dare il ricambio generazionale che dicevo prima, ai live. Ai live inteso come live rock, diciamo di musica che non è prettamente mainstream, quindi non ricalca una serie di situazioni che servono nei talent.

Perché sono trasmissione televisive e non gliene frega nulla della musica. Hanno dei parametri molto precisi da seguire, altrimenti la gente non li guarda. Questi parametri vanno seguiti. Io ho lavorato parecchio per la televisione, nei periodi in cui facevo le sigle, queste cose qui, sono diabolici i ragionamenti che fa la televisione. Quando abbiamo fatto la sigla del TG5, ci hanno dato un papiro di 15 pagine, di quello che volevano, dovevamo dire questo, fare questo, pensare questo, e doveva durare 7 secondi. La televisione però pensa tutto, non c’è niente a caso, niente, è tutto pensato e ragionato. È tutto falso e pilotato. Quindi le cose non potevano che andare in questo modo. E poi la botta di Sanremo, che è la trasmissione più importante. I discografici che cosa fanno? Si occupano solo delle persone che vanno a Sanremo oppure che fanno i talent show. Altrimenti non hai nessuna possibilità di emergere.

Anche perché gli investimenti a pioggia, diciamo, sono di altri tempi, mi dicevano anche altri artisti indipendenti. È più facile rispetto a darti una mezza chance e poi vieni scaricato.

Se non c’è un ritorno immediato televisivo sei fritto. Puoi essere il più bravo del mondo ma non gli interessa. Perché i parametri sono totalmente diversi. Non esiste una trasmissione come Taratata, per esempio, molto forte sulla musica, The Old Grey Whistle Test, di cui parlavamo prima, Midnight Special in America, che noi abbiamo fatto molte volte, che sono trasmissioni di musica in televisione. Però sono trasmissioni di musica, in cui tu vedi un gruppo che suona dal vivo, che viene registrato e ripreso benissimo, che ha un buon pubblico. Ma questo in Italia non c’è più da tantissimo tempo, anzi non c’è mai stato veramente.

Quindi è una situazione culturale, diciamo, abbastanza profonda anche se negli anni che furono c’era più libertà di svisare anche a livello mentale sulle varie musiche. Anche la gratuità stessa è stata un peccato perché banalmente il disco comprato aveva già un valore nel momento in cui si spendevano i soldi. Dandogli anche una serie di opportunità e un certo tipo di approfondimento, cosa che invece oggi manca nel 99% dei casi attraverso lo streaming.

Prima c’erano i telefoni in cui dentro c’erano 3000 brani, 3000 canzoni. Dimmi tu come fai a sentire 3000 canzoni? Ne ascolti metà, poi ne ascolti un altro, sono lì e non ne fai niente. L’importante è che come al solito ciascuno si diverte. Ieri abbiamo suonato a Roma abbiamo avuto grande soddisfazione perché intanto era sold out, per quello che si può immaginare, perché era un luogo di 3500 posti, ma i biglietti in vendita erano solo 1000, per il discorso del COVID. Ed è stata una grande soddisfazione perché sono stati venduti tutti. Il pubblico era fantastico, è stato molto caloroso, veramente bello, con ancora più entusiasmo del solito se possibile. I concerti sono sempre i concerti non c’è niente da fare.

Quelli con la C maiuscola della PFM sicuramente.

KNIGHTS DEI BLACK NOTE GRAFFITI: UN SINGOLO CHE SI DISEGNA SENZA SCHIZZI SUL MURO DEL ROCK

La voce di Gabrielle trascina. Ed è bello poter dire di una voce femminile quanto cazzuta sia. E non vedeteci niente di sessista, perfavore. Siamo seri. E’ che Gabrielle s’instilla come una regina rock sopra l’intelaiatura trascinante di Knights, singolo che i Black Note Graffiti hanno deciso di estrarre di licenziare.

E hanno fatto bene, perché chi è in cerca di un tipo di rock che ammicca al pop ma con dignità potrà goderne. Se le armonizzazioni vocali sono il punto forte del pezzo, altrettanto si può dire delle distorsioni che caratterizzano la chitarra di Cris.

Dopo un’intro sorniona, ma in cui le previsioni su quello che verrà poi sono piuttosto chiare, l’esplosione appaga le aspettative. Difficile non notare la cura che è stata messa in fase produttiva per unificare i singoli strumenti in un unico mood rockish.

Da Hollywood a New York, i ragazzi suonano live anche in questi periodi poco rassicuranti. Quindi bravi loro, per questo e per la freschezza che mettono nella loro arte dopo anni di lavori, ed immagino sacrifici. D’altronde resta l’unica via per nobilitarsi.

SLUT MACHINE: lo stoner rock di quattro ragazze che non hanno paura di osare. Intervista e recensione.

INTERVISTA

Da cosa nasce la voglia di suonare insieme e mettervi alla prova discograficamente e live?

Vi sono senz’altro una forte ambizione e passione alla base, che appartiene a tutte. Oltre ad aver trovato una grande chimica personale e lavorativa che ci porta a spingere sull’acceleratore.

Ho notato che non avete paura di osare. Quali sono i vostri riferimenti, tanto in ambito stoner quanto in rock e alternative?

Quello che produciamo dopotutto è frutto dei nostri ascolti! Le principali band di riferimento sono: Queens Of The Stone Age, Kyuss, Led Zeppelin, Royal Blood, Black Stone Cherry, Guano Apes, Rage Agaist The Machine…

Che tipo di caratteristiche secondo voi vi possono differenziare davvero rispetto ad altri “colleghi”?

Il sound, come prima cosa. Siamo difficilmente catalogabili per via delle tantissime influenze che caratterizzano i nostri brani. E la concezione stessa di show, che va oltre la semplice esecuzione.

Si è parlato tanto di questo tema…ma, voi vi siete mai sentite discriminate per il fatto di essere una all female band? O, al contrario, valorizzate? In che situazioni?

C’è sempre la doppia faccia della medaglia. Da una parte è innegabile la presenza di “vantaggi” (se così li possiamo chiamare) dal punto di vista di “attenzione mediatica” in quanto le all female band sono una minoranza e di conseguenza c’è una buona richiesta; dall’altra si deve purtroppo lottare
contro i pregiudizi che precludono ed associano la figura delle musiciste donne ad un puro fattore estetico/visivo, senza tener conto poi di quelle che sono le effettive capacità tecniche.

Dove provate, quanto e come preparate un concerto?

Abbiamo la nostra saletta, che ci permette di avere a disposizione tutto il tempo necessario senza restrizioni. Poi tutto dipende da che cosa si deve preparare, dal punto di vista della difficoltà e della quantità di materiale.

Come state vivendo questa situazione di sospensione e cosa sperate per il futuro?

Lockdown a parte, non ci siamo mai fermate. Abbiamo continuato a lavorare anche a distanza e lo stiamo facendo tutt’ora, preparandoci per i concerti futuri. Sfruttiamo questo momento di stallo per tornare poi più forti di prima.

RECENSIONE

Vi piacciono le belle donne che suonano rock, vero?! Beh, e se suonassero stoner rock? Vi assicuro che vi piaceranno ancor di più! Mi riferisco nello specifico alle Slut Machine, giunte al quarto album in studio intitolato Black Cage. Le sei tracce esplorano la parte più oscura e profonda della mente, con testi che descrivono azioni e reazioni, luci e ombre di stati mentali estremi.

Quello che salta subito all’orecchio, fin da I’m Done, è la cazzutaggine del sound. Tipico, sì, dello stoner più ferale, e quindi apparentemente inadeguato ad una band femminile. Che però se ne sbatte, e fa bene. E si sente anche quando Sara Matera intona arie melodiche, ma sempre toste, come nella riuscita Bug in the Glass.

Questo lavoro è in realtà più ascrivibile all’ep, ma il termine album mi torna utile per sottolineare quanto riuscito sia tutto il platter, adatto quindi per essere inserito nella cosiddetta “discografia ufficiale” della band. Che non rinuncia mai a mostrarsi per come è, anche con sound più alternativi (Man in the Black Cage).

Servono gruppi così, che si lascino andare aldilà degli steccati. I’m the Sun, con un lungo incipit atmosferico, ne è esempio definitivo. E ancora una volta riuscito. Le Slut Machine mettono da parte le figatine tipiche dello shredder e mettono tutto al servizio di Black Cage. Brave!