Intervista al musicista MULTATO mentre va a prendere la batteria per lavorare

di Francesco Bommartini (supporta il blog con l’equivalente di un caffè al mese: https://www.patreon.com/accessoriservato)

Multato, si è rifiutato di pagare. E’ quanto successo a Dimitri Reali, musicista amatoriale emiliano che martedì 28 aprile è stato fermato da una pattuglia dei Carabinieri che, a suo dire, non hanno voluto sentire ragioni sulla sua giustificazione per aver lasciato temporaneamente la sua abitazione.

Il musicista infatti, come si legge sulla multa, ha dichiarato ufficialmente di essersi recato in un “magazzino per ritirare degli strumenti musicali che devo utilizzare essendo un musicista”. Ma, come comprovato dall’immagine, i Carabinieri hanno contestato “l’assenza di comprovate esigenze lavorative”.

L’ho contattato.

Chi sei, qual è il tuo mestiere e come si chiama la tua band?

Sono Dimitri Reali, 31 anni, attualmente sono musicista e suono la batteria nelle band Ponzio Pilates e Urali.

Raccontami cos’è successo esattamente?

La multa l’ho presa ieri a Santarcangelo di Romagna, alle 18:20. Stavo tornando a casa verso San Leo dopo aver recuperato la mia batteria da allenamento, che era depositata presso un luogo privato a Cesenatico. Durante il mio percorso non ho frequentato alcun luogo pubblico nel pieno rispetto delle norme, munito di mascherina e guanti protettivi. Intraprendevo questo viaggio perché, non avendo altro modo di tenermi in allenamento se non quello di tentare la via dello smart working, ossia nel mio caso sfruttare i social network in cui è possibile ricevere donazioni in cambio di performance di vario tipo (come ad esempio Twitch), mi occorreva uno strumento, ho così deciso di recuperare almeno la mia batteria da studio, quella di riserva. Questo perché si trovava ben più vicina a me. Il mio strumento da live è situato attualmente a Ravenna, comune ancora più distante rispetto a San Leo (i due comuni distano circa 80 km l’uno dall’altro).

Hai subito condiviso la tua esperienza con tanto di foto della multa. Ritieni che si tratti di una discriminazione vera e propria nei confronti del lavoro del musicista?

Non penso sia una discriminazione nei confronti dei soli musicisti e non voglio colpevolizzare gli agenti che mi hanno fermato, quanto più il modo in cui si è deciso di far agire gli agenti stessi. Quello che mi ha ferito e fatto profondamente arrabbiare è stata una risposta zelante che il carabiniere mi ha dato, magari anche senza intenzioni prettamente denigratorie, ma che riflette la visione generale che si ha nei confronti della professione del musicista. Credo che questa visione venga resa forte da una carenza nella nostra legislazione di tutelare non solo i musicisti, ma una lunga serie di figure che lavorano attorno alla musica che va dai performer, ai tecnici e tocca anche i gestori di locali che ospitano eventi legati alla musica. Credo che, più in grande, sia un problema legato a tutti coloro che lavorano nell’arte e per l’arte. Quello che mi lascia traumatizzato è che nonostante gli incredibili sacrifici, gli oneri e l’indubbia complessità del mondo dell’arte, dello spettacolo e dell’intrattenimento, ancora sia radicata l’idea che si possa essere musicisti, artisti, per solo hobby.

Dimitri

In Italia, a tuo parere, c’è arretratezza culturale sul tema del musicista inteso come lavoro? Hai avuto esperienze ulteriori che ti confermano questo?

Penso sia chiaro a tutte le persone appartenenti al settore che in Italia il tema della musica e dell’intrattenimento creativo sia spinoso. Per lungo tempo siamo stati il paese dell’arte e della musica, ma trovo che oggi si viva l’argomento in modo controverso. Esistono tanti programmi televisivi legati alla musica, tante cerimonie in cui la musica ancora è imprescindibile, ma parallelamente gli enti che dovrebbero salvaguardare il settore, non solo dal punto di vista di chi si esibisce ma di tutta la macchina che permette una corretta e fruibile esibizione, non sono così forti come potrebbero. L’informazione e la formazione, specialmente riguardo gli aspetti legali, è scarsa, la SIAE impone tasse in molti casi spropositate sia a chi ospita, che chi diffonde, che chi crea musica e secondo molti, me compreso, si occupa di distribuire i crediti che accumula in modo poco trasparente. Esistono paesi come la Germania in cui ci sono enti e associazioni (ad es. ISDV) che offrono maggiori tutele agli appartenenti del settore, non solo a coloro che si esibiscono sul palco ma a tutti i lavoratori che occorrono per la buona resa di uno spettacolo. Tutte le esperienze che ho vissuto come musicista convergono nel confermare ciò in cui credo. Dalla mia esperienza ho imparato che solo chi con la musica fa i “grandi numeri”, chi in genere con la musica può fatturare cifre davvero grandi, per non dire enormi, viene premiato dalle norme fiscali vigenti e dal meccanismo di distribuzione dei crediti legati al copyright. La spirale del lavoro nero che ci costringe molti artisti a stare con la testa bassa e a venire spesso scherniti e mal visti è ciò che in fondo ci divide e ci impedisce di essere considerati pari agli altri; io sogno un paese in cui ogni musicista, ogni tecnico ed ogni gestore di sale da concerto abbia la possibilità di pagare SIAE, ex ENPALS e curare la propria P.IVA con dignità e pagando giustamente ogni tassa, riuscendo a vivere dignitosamente, come accade per molte altre professioni.

METAL DETECTOR: membri della security di Malpensa suonano una video cover dei JUDAS PRIEST. Intervista

di Francesco Bommartini (offri un caffé al mese per sostenere Accesso Riservato e le sue inchieste ed interviste https://www.patreon.com/accessoriservato)

Si chiamano Metal Detector, lavorano nell’aeroporto di Malpensa e sono saliti alla ribalta in queste ore per la loro cover di Breaking the Law dei Judas Priest. Mascherine, vestiti d’ordinanza, il 25 aprile hanno caricato su YouTube quella che hanno chiamato la “Home virus version”. Eccola qui sotto e, appena dopo, l’intervista con Ermes Pecorari, cantante dei Metal Detector con una storia tutt’altro che limitata a livello musicale!

Il clip dei Metal Detector

Ciao Ermes, puoi presentarti?

Sono Ermes Pecorari e vivo a Varese, più precisamente nel “ridente” paesino di Luvinate. Quest’anno compirò 50 anni, sono sposato e ho una “bimba” di 12 anni. Sono un agente di sicurezza aeroportuale a Malpensa da un sacco di anni e, ovviamente, il mio hobby, la mia passione e tutto il mio tempo libero si racchiudono in una parola, MUSICA! Dall’età di 15 anni ho la passione per il canto, il canto molto molto rock ovviamente. Mi diletto a registrare musica e a montare video, sopratutto adesso con molto/troppo tempo libero. Sono da sempre nel mondo metal/hard rock italiano. Negli anni ’90 ho dato vita a diversi progetti musicali e ho registrato 2 dischi (Insane Souls e New Kernel) con la mia storica band, gli Abnegate. Siamo apparsi su tantissime riviste di settore e siamo passati in un sacco di radio che proponevano il nostro genere. Con loro abbiamo fatto tour in tutta Italia aprendo spesso concerti a band nazionali e internazionali. Per un periodo ho, tra l’altro, militato negli Extrema, forse la più famosa e longeva metal band italiana, con i quali ho fatto parecchi live shows in tutta la penisola in sostituzione del loro storico cantante. Tra i vari progetti metal c’è stato anche quello dei Pwr. Con questa band ho registrato un disco (Silence) che ci ha portato anche a suonare come band di apertura al Gods of Metal del 1999 con i Metallica. Dopo il periodo metal ho dato vita a diversi progetti di rock/hard rock italiano con i quali sono stati registrati vari brani. Attualmente canto in una rock cover band, i Giudybrutto, con la quale ci esibiamo nei rock club (…ormai quasi in estinzione purtroppo!) lombardi e piemontesi e in un sacco di raduni di bikers, feste della birra e motoraduni. Da qualche anno faccio parte della mega band Rock in 1000 con la quale mi sono esibito in alcune manifestazione (Courmayeur – Val Veny, Milano – Linate, Milano – piazza del Duomo) e, probabilmente, parteciperò anche all’edizione 2021(l’edizione di quest’anno è ovviamente saltata!) di Parigi, allo Stade De France. Far parte di questa mega band è un’esperienza musicale favolosa, che esce da tutti i classici canoni delle rock band. Qui sono azzerati i virtuosismi, le interpretazioni personali e le improvvisazioni. Ognuno di noi deve imparare le proprie parti. Sai, 1000 musicisti sono difficili da tenere a bada! Suonare e cantare con 250 batteristi, 400 chitarristi, 300 bassisti e 300 cantanti è una cosa unica. Il bello è che tra i 1000 (ora siamo circa 1300!) trovi le più svariate etnie, le più svariate provenienze musicali, i più svariati ceti sociali, i più svariati professionisti. Puoi trovare fianco a fianco un avvocato, un ragazzo super punk, un poliziotto, un pilota di aerei di linea, un super metallaro insomma un mondo intero! L’amore per la musica metal, però, non si è mai spento. Infatti con una nuova band, gli Heil to the Empire, ho inciso un disco (Materia, con Amici musicisti che frequento da più di 30 anni e qualche altro “giovanotto”) che ha da poco visto la luce. In contemporanea all’uscita del primo singolo è uscito anche un primo videoclip.

Chi sono gli altri protagonisti dei Metal Detector? Si tratta di una vera e propria band?

La band Metal Detector non è una vera e propria band, mi piace definirlo un progetto virtualmusicale! Siamo 5 amici, colleghi e musicisti con un immenso amore per il rock e il metal. C’è chi suona o ha suonato più o meno seriamente e chi lo fa per gioco. La particolarità è che ci siamo trovati una sola volta in sala prove qualche annetto fa per strimpellare qualche canzone metal poi, per questioni di tempo e impegni vari, non ci siamo più trovati in una sala. È rimasto però un ottimo ricordo della serata e un progetto, i Metal Detector, che aleggiava su di noi! Per quello lo considero un progetto virtuale ma…non si sa mai!

Perché avete scelto i Judas Priest e quella canzone in particolare?

Ho voluto creare questo video per far sentire, in questo maledettissimo periodo, anche la voce di chi lavora in un aeroporto. Abbiamo scelto questo brano dei Judas Priest (nota band metal inglese) perché è una sorta di inno contro le guerre e le avversità e quindi anche uno stimolo a combattere, con tutte le nostre forze, questo maledetto virus! Tieniamo duro e andiamo avanti a testa bassa. I Metal Detector sono : Ermes Pecorari (voce), Maurizio Somma (chitarra), Fabio Donatiello (basso), Claudio Frascoli (chitarra) e Giovanni Tralongo (batteria).

Come é lavorare come security in aeroporto oggi e prima del lockdown?

Il lavoro nella security di un aeroporto prima di questo lockdown, era molto spesso frenetico e stressantissimo! Con il nostro lavoro si interagisce con migliaia di passeggeri provenienti da tutto il mondo è di tutte le etnie e religioni ogni giorno! Si conviveva con code quasi inestinguibili di passeggeri sempre. Questo maledetto virus cambierà drasticamente il mondo del trasporto aereo per molto tempo ma speriamo di tornare a vedere le nostre favolose e interminabili code. Già, sembra assurdo, ma un po’ ci mancano. La nostra società, la Sea spa, che gestisce in toto gli aeroporti milanesi, è una grande azienda con migliaia di dipendenti, ma è da sempre molto vicina a tutti i suoi lavoratori. Anche in questo brutto periodo si è dimostrata attenta nel cercare di tutelare al meglio la salute di tutti noi. Tra l’altro ha trovato l’iniziativa dei Metal Detector molto interessante e ci ha chiesto di poter utilizzare il video nei suoi canali di comunicazione. La cosa, ovviamente, ci ha fatto molto piacere e ci ha inorgoglito parecchio!

Pensate farete altri video o avete altri progetti? 

Magari nascerà qualche altra iniziativa musicale dei Metal Detector visto il grande successo, chissà! Speriamo di far sentire la nostra voce e quella di tutti gli operatori aeroportuali alle istituzioni perché il nostro lockdown potrebbe durare molto tempo!

110 e lode per la tesi sul Death Metal scritta da un ragazzo toscano, tra Morbid Angel, Death e…Subhuman

di Francesco Bommartini (sostieni il blog con un caffè al mese https://www.patreon.com/accessoriservato)

Si chiama Gabriele Lazzerini l’autore da 110 e lode della tesi sul death metal che sta facendo parlare gli amanti del genere di tutta Italia. Il titolo completo dell’elaborato é “Produrre l’impatto: verso una definizione dell’esperienza d’ascolto del death metal”. 30 i dischi presi in esame: da Cause of Death degli Obituary a Indecent and obscene dei Dismember, da None so Vile dei Criptopsy a Nightmare made flesh dei Bloodbath, passando per Considered Dead dei Gorguts, Symbolic dei Death, Fury and Flames degli Hate Eternal, Surgical Steel dei Carcass…un modo per coprire anche cronologicamente l’evoluzione del genere.

Da quanto si può evincere dall’intervista qui sotto, Gabriele ha un approccio tutt’altro che manieristico nei confronti della materia. Ed è anche andato a ricercare album francamente inaspettati. Tra questi Tributo di Sangue degli ottimi Subhuman, che ho visto live a La Spezia nell’estate 2018.

In cosa consiste esattamente la tua tesi e quanto lavoro ti ha richiesto?

Ciao Francesco, ti ringrazio per il tuo interessamento. Alla base della mia tesi c’è un interrogativo di più ampio respiro sulle motivazioni per cui l’essere umano continua ad ascoltare e a fare musica oggi. Mi pongo da sempre un sacco di domande che a loro volta ne generano altrettante, e di base posso dirti che circa tre anni fa le riduzioni – per me troppo semplicistiche – al gusto soggettivo, al tanto reclamato “istinto” e alle necessità di tutto il regno animale di comunicare in maniera artistica e creativa non sono più bastate. Già questi ultimi punti sono estendibili di “perché” a cui sarebbe bello, un giorno, poter dare risposta. E dato che sono proprio i dettagli a dar forma alle vite e al pallore del quotidiano, appena finito il percorso di laurea triennale a Pisa, ho deciso di trasferirmi a Cremona iscrivendomi al biennio magistrale in Musicologia. Tagliando corto e sintetizzando, alla base della mia tesi c’è la banale constatazione che la maggior parte di coloro che non posseggono familiarità con il death metal tendano a riassumerne i connotati stilistici con frequenti associazioni al rumore, il che porta a comuni desinenze all’approfondimento del genere stesso. Certo, per rilevare questo non servivo io e un anno e mezzo dedicato interamente alla scrittura: la cosa però si fa più interessante quando ci ricordiamo che di rumore, proprio, non si tratta. Cosa genera in automatico, allora, questi misunderstandings? Quali sono le tipicità del death metal maggiormente imputabili a innescare questi frettolosi giudizi? La mia ricerca, durata tutto il percorso, ha permesso di evidenziare come molte delle “bussole” con cui sono abituati ad orientarsi nell’ascolto coloro che ricercano nel consumo della musica un momento di svago disinteressato, nel death metal, vengano negate o compromesse. Per fare solo pochi esempi, nel genere le strutture formali (ritornelli, strofe, bridge ecc) sono poco chiare, sovrapponibili, e spesso confluiscono l’una nell’altra attraverso transizioni musicali improvvise; vi è inoltre un abbondante utilizzo, in sede compositiva, di scale simmetriche (cromatica, esatonale, aumentata, diminuita ecc) per cui il senso di tensione e risoluzione dato dall’asimmetria intervallare che invece interessa la scala maggiore viene perso. Virtualmente, in termini molto semplici, ogni punto dei riff può rappresentare il suo inizio o la sua fine, e ciò può causare disorientamento per chi non è abituato all’ascolto. Tuttavia ho ipotizzato che l’elemento che va a rendere maggiormente complesso un primo approccio al genere sia proprio il timbro. La distorsione, che in gran parte della Popular Music interessa essenzialmente la chitarra, nel death metal è estesa all’intero organico strumentale e alla voce. In generale è quindi possibile parlare di spettromorfologie inarmoniche, che nel contesto storico e culturale occidentale vengono spesso fraintese con il rumore e considerate alla stregua di un unico fenomeno acustico privo di dignità formale e artistica (seppure, sul piano dell’identità spettrale, si tratti di elementi differenziati e dunque DA DIFFERENZIARE!). A questo proposito, tutto il passato della nostra tradizione compositiva e della liuteria ha fatto sì che nella società si radicasse l’idea che il rumore (e parallelamente l’inarmonico) fosse un entità da respingere e che, inoltre, fosse interrelato all’esperienza del dolore, rappresentando qualcosa che potenzialmente è in grado di provocarlo. Ciò che a questo punto diventa interessante considerare è che la nostra percezione del suono non dipende unicamente dal ricavato informazionale del senso dell’udito. Al dato puramente acustico si vanno infatti ad integrare ulteriori stimoli che ne ricercano automaticamente il legame con il contesto della fonte che lo ha generato, ma anche fattori intermediali di natura extra-contestuale legati, ad esempio, all’esperienza personale del suono stesso, al significato che esso assume nella cultura d’appartenenza dell’ascoltatore, a che sensazione proverei se lo avessi generato personalmente, oltre che ad associazioni metaforiche con oggetti o soggetti che ne condividono aspetti qualitativi (motivo per cui spesso un suono grave viene associato a un oggetto “visivamente” pesante, per dirne una). Ho quindi ipotizzato che alla base dei frequenti fraintendimenti con il death metal ci possano essere (al di là del gusto, della tolleranza, e delle dinamiche strettamente soggettive) anche i meccanismi che regolamentano la percezione, per cui i livelli di saturazione inarmonica che lo contraddistinguono porterebbero, sul piano cognitivo, a processarne i timbri caratteristici anche in accordo a un immaginario da cui, culturalmente e storicamente, siamo abituati a “difenderci”, a fuggire (in questo anche l’estetica di abbondante gorehorror e satanismo gioca un ruolo molto significativo) o a sminuire. Questo è, appunto, il motivo per cui una tesi di laurea magistrale sul death metal suscita così tanto scalpore. Ci sono inoltre le basi fisiologiche: l’analisi algoritmica del segnale sonoro, portata avanti servendomi del software Sonic Visualiser mi ha permesso di rilevare, ad esempio,  che per il campione d’analisi dei trenta dischi da me selezionati sia presente un valore di centroide (concentrazione energetica) medio di 3333 Hz. Il risultato diventa particolarmente significativo se pensiamo che la frequenza di risonanza del canale uditivo coincida con i 3-4 kHz: siamo particolarmente sensibili e reattivi a questa fascia, percependo i suoni che “vi ricadono” come più intensi rispetto al volume reale. Ma non finisce qui.. gli aspetti che ho analizzato sono tanti altri e questi sono solo pochissimi esempi. Mi è quindi venuto spontaneo interrogarmi su quale sia la disposizione d’ascolto, messa in pratica dai metalhead, che permetta prima di abituarsi e interiorizzare, poi di ricercare e amare, suoni “potenzialmente” spiacevoli e dall’indiscutibile impatto. Sono in particolare debito con teorie quali l’ecoute reduite di Pierre Schaeffer e l’active listening di Andrew Hugill, ma alla fine ne sono venuto a capo con una personale. Una seconda parte della mia tesi è infine dedicata all’indagine dei piaceri d’ascolto del death metal, in cui ho voluto mettere in evidenza come le peculiarità timbriche e compositive di questo genere musicale possano cooperare, innescando un’esperienza d’ascolto immersiva e coinvolgente in un universo musicale che rivendica il suo status primario di suono, interagendo anche con le nostre strutture corporee.

Gabriele in azione

Perché hai scelto di trattare proprio il tema del death metal?

Al di là di quello che già sarà trapelato dalla scorsa risposta, che sottintende la volontà di indagare profondamente le strutture intime che animano ciò che più mi sta a cuore, ho scelto un tema come il death metal perché la letteratura accademica che lo approcci in maniera più scientifica è oggettivamente scarsa. Studi che ne ripercorrono seriamente le principali fasi storiche, così come quelli incentrati sulle dinamiche più sociologiche e culturali, sono fortunatamente già stati fatti (anche se raramente in Italia). Penso tuttavia che necessitino di venire accostati da altri interrogativi che ne esaltino la complessità e la dignità anche su altri piani dell’estetica e dell’arte. Altra motivazione è stata, ovviamente, l’averlo suonato tanto, suonarlo ancora ed essermene conseguentemente innamorato, anche per le particolari disposizioni che richiede per essere insegnato-appreso compiutamente sullo strumento.

Cosa significa essere metallaro per te?

Cosa voglia dire essere metallaro dipende dalle inclinazioni soggettive di chi fa parte della scena e dall’influenza  di chi sta fuori.  Può voler dire gonfiarsi di birra, possedere gelosamente tutte le prime demo e le magliette di tutte le band più importanti per il genere, fino a conoscere a memoria i nomi e la data di nascita di tutte le tizie che hanno deliziato i nostri paladini in tour. Può voler dire sentirsi legati indissolubilmente ai propri “fratelli” in giro per il mondo, commuoversi guardando Rocky e “cinguettare” amabilmente agli animaletti domestici mentre dall’esterno tutti ti vedono come l’antitesi del bravo ragazzo in grado di provare empatia. Può voler dire decidere di identificarsi in quel “cattivo ragazzo”, mandando tutti a quel paese senza fornire spiegazioni, forti del fatto di poter contare sulla musica “più tosta di tutte” come supporto incondizionato. Essere metallaro può voler dire impermeabilità nei confronti di nuove “minacciose” proposte musicali, essere reazionari e talvolta vivere in un passato che non si è mai vissuto, forse distorto e idealizzato, il tutto per partito preso e senza la voglia (lecita) di capire il perché. Essere metallaro vuol dire anche apertura al dialogo e al confronto con gli altri, accettando che forse i migliori dischi delle band non sono solamente i primi due. O forse sì, sono proprio i primi due. Ma essere metallaro, in ogni caso, vuol dire vivere un rapporto personale profondo con la propria musica, un rapporto di onestà e sincerità che porta a smembrarla e a volerla conoscere anatomicamente, quel tanto che basta a soddisfarci nella nostra “fame” singolare, individuale. Quello che conta, secondo me, è proprio la volontà di raggiungere questo stato di felicità e completezza. Ognuno deve poter fare come vuole.

Il brano Immortal Rites dei Morbid Angel, tratto da Altar of Madness

Che tipo di riscontro hai avuto dal tuo relatore e dalla commissione?

Il rapporto con il mio relatore, Alessandro Bratus, è sempre stato ottimo in quanto sin da subito mi sono messo nella posizione di colui che deve solo imparare. Affacciarsi a un certo tipo di percorso universitario con la spocchia di chi conosce già tutto è la più grossa cavolata che uno può fare, magari solo perché chi abbiamo di fronte è estraneo al genere. Il death metal, seppur collocandosene ai confini, fa sempre parte della Popular Musicbranca di studi musicologici di cui Alessandro è davvero esperto.Quello di cui io avevo bisogno era un metodo d’analisi che mi permettesse di rispondere alle mie domande nella speranza di contribuire in maniera originale alla letteratura specialistica. Per quanto riguarda la commissione, avevo sostenuto esami con ognuno dei membri, che a Cremona guida corsi specifici (dall’approfondimento analitico dei repertori post-tonali, seriali, allo spettralismo, alla sociologia della musica ecc), quindi in parte già mi conoscevano come studente. Inoltre, per fortuna, docenti infinitamente competenti e preparati, seppure di estrazione musicale più “colta”, sanno bene che se la Musicologia si affronta con il paraocchi si va poco lontano. L’importante è, ripeto, la volontà di mettersi in discussione, con l’umiltà di ascoltare chi è più competente di te, che di certo non ha interesse nel raccontarti baggianate. Tutti dovremmo esserlo, più umili, soprattutto verso noi stessi. La discussione è andata per il meglio, 110 e lode!

Hai suonato in tre band importanti per la scena underground estrema. Vivendola, cosa ti senti di dire? Si tratta di una scena viva e…che problemi ci sono da affrontare in Italia dal punto di vista della musica live?

Ti ringrazio. Nel panorama estremo ho suonato come chitarrista in Electrocution, Handful of Hate e Neurasthenia. Non sai quanto mi manchino i “tupatupa” e i blast beat! Nella pratica musicale sono state tra le esperienze più significative della mia vita. Se sono ciò che sono non posso che ringraziare Neil Grotti, Matt Lehmann, Mick Montaguti, Rudy Mariani, Vella, Nicola Bianchi e tutti gli altri membri delle band per aver creduto in me. Tornando al presente, sto suonando con Il Garage Ermetico assieme a Roberto Diatz, Simone Busatti e Giovanni Palmitesta (Room 6) in cui proponiamo un progressive influenzato dallo stoner e dal grunge di scuola Seattle. Stiamo finendo di registrare il primo EP che speriamo di poter presentare al pubblico quanto prima. Al di là di questo, nell’ultimo anno ho collaborato a un po’ di progetti che stanno per uscire: uno di cui sono particolarmente fiero è il disco Fatberg del mio caro amico Marco Capellazzi (Caplaz) che uscirà il primo di maggio, ve lo consiglio perché lui è veramente un musicista ENORME. Parlandoti della scena estrema posso dirti che in Italia, a mio avviso, è estremamente viva e feconda per quello che riguarda le risorse umane…il problema è che come sempre ci tocca guardare all’estero..

Segui riviste e siti?

Seguo essenzialmente metal-archives.commetalitalia.commetal.ittruemetal.itrockandmetalinmyblood.commetallized.itmetallus.it.

DENTRO O FUORI; scegli una delle due risposte e spiega perché.

Morbid Angel o Cannibal Corpse?

Ti direi Morbid Angel perché Altars of Madness è in assoluto l’album che mi ha fatto avvicinare al death metal. Non la butterò sullo “scientifico” e l’accademico, mi limiterò a rispondere a quest’ultima parte dell’intervista di getto senza pensarci troppo. In assoluto penso che sia stato anche il primo vero disco del genere in cui ogni elemento era maturo e la brutalità della heavyness tangibile (non me ne vogliano Possessed, Carcass e Death).

Vino o birra?

Sono toscano, veda lei! Dai…è un po’ come se mi avessi chiesto se voglio più bene a mamma o a papà!

Slayer o Testament?

In questo caso ti rispondo Slayer per il contributo infinitamente enorme che hanno dato alla nascita di quello di cui stiamo parlando. Se non ci fossero stati gli Slayer avremmo qualche migliaio di dischi in meno, e forse in tanti non avrebbero nemmeno cominciato a suonare.

Cd o vinile?

CD perché passo gran parte della mia vita in macchina e, per ora, il lettore legge solo quelli.

Intervista a ENRICO SILVESTRIN: da vj di MTV a fondatore di ALIVE, sempre a suon di musica

di Francesco Bommartini

Attore in film e serie tv, polistrumentista, radio speaker e vj di Mtv. Ma oggi Enrico Silvestrin è innanzitutto fondatore e conduttore di Alive, canale YouTube in cui parla di musica attorniato da amici ed esperti.

E’ così, Enrico?

Si è questo lo spirito, diciamo che sono più amici e persone qualunque amanti della musica in maniera informale che esperti. Non ho mai amato più di tanto la prosopopea dell’esperto. Io per primo non mi considero tale: sono un appassionato di musica che può conoscere più o meno dischi, più o meno storie, più o meno cantanti. Sono come te, come tanti. La definizione di esperto non so neanche dove si possa conseguire. Non la puoi ottenere con degli studi. Anche il titolo di critico musicale non ti viene assegnato da nessuno, semmai puoi diventare giornalista.

Qual è il vero motivo per cui ha ideato questo canale e perché gli dedichi così tanta energia?

E’ un discorso di libertà editoriale, di avere un canale che sia fatto a mia immagine e somiglianza. Da un certo punto di vista è un’esposizione molto pericolosa. Sono stato 15 anni in tv come volto di operazioni che non erano mie, di una linea editoriale diversa, anche se nel posto più bello del mondo (Mtv). Non che sia necessario per chiunque, ma per me avere voce in capitolo è fondamentale, perché la musica che passo mi definisce e altrettanto come ne parlo. Sono arrivato allo streaming dopo anni di tentativi su piattaforme diverse, cercando di capire come poter ottimizzare. Dopo un anno e mezzo del mio canale, che ha cambiato più nomi, ho capito cosa funziona e cosa non funziona. Il feedback è importante. Ci sono format che sono nati e sono morti dopo tre puntate, perché capisci che non funzionano, anche se per te può essere il format più bello del mondo. Oggi ho un una proposta piuttosto precisa, ma sono sicuro che quando finirà la quarantena ci saranno delle cose che dovrò sacrificare. So benissimo qual è la ciccia del canale: sono le le Tierlist, sono le League of Rock…però cerco sempre di proporre altri format. In questo periodo non ci sono i programmi caricati, salvo rarissime eccezioni. Non pubblico da 20 giorni, ma sono in diretta tutte le sere. L’attività del live streaming per me è molto importante. Ho scoperto recentemente che Youtube non è il posto migliore per fare live streaming, quindi adesso mi sono spostato su Twitch.

La Tier List dei Police su Alive

A riprova del fatto che non sia stata “buona la prima” proprio oggi mi sono imbattuto in una tua puntata del 2018, con la scritta “Enrico Silvestrin tv” a video. La videocamera sfocava, tu e una ragazza bionda parlavate di Nutshell degli Alice in Chains. Ho pensato che c’è stato un miglioramento incredibile…

L’importante è partire con dei minimi requisiti, poi inizi a capire di che cosa hai bisogno. Adesso ho un assetto che è abbastanza definito. Ho il mio mixer, le mie due luci, i miei tre elementi scenici e allo stesso tempo so qual è la mia videocamera di riferimento. Ho un setup che è quello lì, prima di aggiungere qualcosa so che dovrà essere assolutamente una miglioria. Quando ho iniziato avevo la c 920 Logitech, cioè lo standard. C’era il green screen dietro, perché mi andava che ci fossero dei rimandi a quella che è stata la mia storia. Alla fine quello che conta secondo me è sempre quello che offri. Nel canale c’è un’educazione molto alta, la community non mi impone di dover bannare persone. Ho tre moderatori, da ieri ne ho aggiunto un terzo, ma stanno lì e si divertono. Di base non devono mai cacciare praticamente nessuno. Io lavoro tanto con i messaggi vocali, per me e il pubblico ha la voce! I messaggi vocali sono la base dell’interazione delle persone e non devo neanche mai scremarli per sentire se c’è la bestemmia, la parolaccia. Mi seguono un discreto numero di persone. So che potrei attirarne molte di più che ascoltano questo tipo di musica, che non sanno che hanno una voce, che hanno un luogo dove possono essere liberi di ascoltare quello che preferiscono, esprimendo la propria passione, così come lo facciamo noi. Il canale crescerà, ne sono sicuro.

A proposito di gente che ti segue…nell’ultima live sulla League of rock c’erano una media di 600 spettatori, quindi parecchi considerato che le dirette Youtube, almeno in Italia, non funzionano particolarmente. L’avvento di internet è stato sicuramente rivoluzionario. Tu come vivi la digitalizzazione della vita a livello personale e lavorativo?

Al 100%, perché io lavoro in digitale da casa, quindi per me è tutto digitale dalla fruizione della musica (perché non passo né vinili né tantomeno supporti fisici) al tipo di interazione. Faccio votare il pubblico attraverso Google. Ho risentito psicologicamente della quarantena ma non tecnicamente, nel senso che a me ha spostato poco. Certo, avrei voluto fare un format sui concerti dal vivo, e quindi uscire dallo studio, ma rimando a quando si potrà fare. Con il digitale posso entrare dentro casa di chiunque. Sono indipendente dalla tv, ed è un metodo che permette di differenziarti. Adesso è tutto diverso rispetto a quando in tv dovevi scegliere un programma per tutta la famiglia. Ora ognuno può vedere quello che gli pare su più dispositivi, in contemporanea. In questa differenziazione mi ci trovo bene. Certo, mantengo delle cose analogiche, come un format che si chiama Slow listening durante il quale si ascoltano gli album in maniera totalmente analogica, per far sì che il disco sia il centro della nostra attenzione in quel momento. Come succedeva una volta, quando per quei 45 minuti tu eri lì con il vinile sulle tue gambe a leggere i testi, a guardare le fotografie, a lasciarti ammaliare. Ovviamente, come tutte le esperienze fisiche, lascia una memoria che è fisica, perché tu ricorderai non soltanto l’ambiente dove ascoltavi quel disco se l’emozione è forte, ma anche le foto dell’interno, l’illustrazione, i testi. Oggi non succede perché magari stiamo facendo altro, perché magari stiamo ascoltando un album nel traffico con le cuffie, oppure con l’autoradio, oppure mentre facciamo jogging. Questo porta a una distrazione. I testi ce li perdiamo per strada molto spesso, se non si tratta di un album di musica italiana. E quindi io cerco di fare proprio questo: dare un format dedicato a un ascolto lento. Anche la chat viene disattivata. Stiamo facendo questo format su tanti dischi nuovi, proprio perché i nuovi erano quelli che ti andavi a comprare e che anche oggi hai bisogno veramente di ascoltare meglio. Allo stesso tempo faccio un format sulle copertine dei dischi intitolato Discover. Vengono mostrati tutti i dettagli della copertina: dietro ognuno c’è una storia. Questo è quasi old school come atteggiamento, secondo me. Insomma, mantengo uno spirito analogico nella digitalizzazione, cerco di equilibrare.

L’intervista video completa a Silvestrin

A me piace molto come parli di musica. Ci sono dei periodi della tua vita in cui inserire generi musicali specifici e gruppi per te importanti?

Sì, in adolescenza sicuramente. Come tutti ho avuto delle fasi. Quella iniziale è stata passiva, quindi ascoltavo i dischi che c’erano in casa, dove fortunatamente giravano da Pierino e il lupo di Prokofiev ai dischi di Lucio Dalla, da John Lennon a una compilation con i migliori successi di Battiato. Making Movies dei Dire Straits è stato un altro disco fondamentale per me. Suonando pianoforte ho proprio aperto gli orizzonti. Poi, da un certo momento in poi, nell’84 o 85, iniziai a far entrare l’heavy metal nella mia vita. C’era un amico che lo ascoltava e mi ha contagiato. E quindi sono iniziati a entrare nei miei ascolti gli Iron Maiden, i Metallica, Queensryche, i Deep Purple. Mentre i miei ascolti erano divisi tra metal e classica ho avuto una grandissima botta con gli U2, che sono stati la mia band preferita per diversi anni. Continuando a sommare ascolti sono passato al progressive, quindi mi sono avvicinato agli Area, ai Marillion, ai Genesis e ai King Crimson. Allargando ulteriormente ho iniziato a contenere sempre più sfaccettature, quindi per me la musica è sempre stata un insieme di generi. Nei primi ‘90 ho scoperto l’hip hop che per me è stato fondamentale, perché mi ha avvicinato alla cultura nera, che voleva dire soul e funk. Aprendo ulteriormente gli orizzonti ho avuto il periodo di passione per l’elettronica, che mi mancava totalmente. Un aspetto musicale che è diventato sempre più presente fino a che non mi ha dato la spinta per fare il dj. Per tanti anni sono stato un selecter che non sapeva mixare ma poi ho colmato questo handicap imparando a farlo con la musica edm, e ho iniziato a comprare decine, centinaia di vinili, anche di dance, house, tech house. Una delle mie più grandi fortune è sempre stata quella di essere molto aperto musicalmente. Non sopporto il termine “ostico”, nel senso che ogni musica può essere decodificata. Poi c’è un discorso chiaramente di piacevolezza. Ma quest’ultima arriva quando tu decodifichi qualcosa, perché anche un’espressione algebrica può essere un incubo, ma può diventare un piacere se la risolvi. In tutto c’è una soluzione. Quindi trovare le chiavi di accesso di certa musica secondo me è fondamentale. E’ un po’ anche quello che sto cercando di predicare all’interno del canale, perché mi rendo conto che avendo tante persone che vengono dal rock c’è astio nei confronti di tutto quello che è elettronico, di quello che è nero. La stessa musica dance non è considerata esattamente colta. Cerco di aprire la mente e rendere meglio predisposte le persone.

Una summa del periodo iniziale da vj di Silvestrin per Mtv

A proposito delle chiavi di lettura per comprendere i vari generi musicali mi viene anche da dire che forse questo era più semplice quando il tipo di ascolto era più concentrato, quindi legato al supporto fisico. Invece oggi con Spotify solitamente si parla di un ascolto più background. Ti trovi d’accordo?

Sì, è quello che dicevo. Siamo in una fase in cui la musica è parte di un multitask, quindi sta a noi toglierla dal flusso e valorizzarla. Poi ti abitui a riceverla anche in streaming. Strumenti come Spotify sono fondamentali oggi. Avere tutto per uno come me è un’opportunità. Non mi interessa avere un archivio fisico, mi interessa la qualità. Mi mancano le cose fisiche per i testi e le copertine: quelle sono le uniche due cose su cui faccio fatica ad adattarmi. E infatti conosco molti meno testi oggi rispetto una volta, quando avevo anche i libri dei testi dei Metallica, dei Joy Division che faceva Arcana.

Li fa ancora

Ne sono felice. Insomma, è un’esperienza comunque legata a un pubblico nostalgico. Da quel punto di vista il tema della nostalgia è importante sul canale, e io cerco di dargli un giusto equilibrio. C’è questo format che si chiama New Classics che ho dedicato ai nuovi classici. Così si permette di scoprire musica nuova, perché altrimenti resteremmo sempre ancorati ai dischi del passato. E’ come se all’improvviso ti chiudessi in isolamento totale. Immagina se a 40 anni non conoscessi più nessuno di nuovo, non facessi più nuove amicizie, non avessi un nuovo partner perché tanto hai già vissuto e le cose di prima sono le migliori…è un concetto assurdo! La musica per fortuna continua ad essere bella, quindi io mi scateno contro il luogo comune che non si faccia più musica buona dal…’91, dal 2005, dal ’94, dal ’95…”la musica di oggi è tutto uno schifo, una monnezza”, si sente dire spesso. No ragazzi, é che non la ascoltate la musica di oggi, non la cercate, non avete più la voglia. Siete diventati pigri! Perché è impensabile che la creatività dell’essere umano sia continuata in altre arti – come il cinema, la scultura, la pittura, la scrittura – ma incredibilmente si sia arenata nella musica. E’ impossibile da pensare che l’uomo non sappia più scrivere canzoni che non siano in grado di emozionare. Se non sai dove cercarle il mio è un canale che assolve a questa funzione. Se fosse un canale solo di nostalgia per disillusi, per disincantati, per pigri…sarebbe la morte. Da me c’è una rotazione quotidiana di 20 o 30 brani. Sono canzoni che hanno una settimana di vita, e la settimana dopo si cambiano! Ci sono persone che scrivono dei commenti dicendo che da quando frequentano Alive hanno talmente tanta roba in più che non riescono neanche a trovare il tempo per ascoltarla. Quindi pensate che valanga di musica c’è! Poi puoi fare i paragoni tra la qualità nei singoli anni. Ieri abbiamo fatto una puntata dedicata al 1971, uno degli anni più incredibili. C’erano un sacco di artisti molto in gamba ma se avessimo preso quell’anno settimanalmente e lo avessimo vissuto così, scomponendolo, probabilmente avremmo trovato anche tanta monnezza in mezzo a quei capolavori. Il problema è che quando tu guardi un album fotografico fai già una selezione, ma il rullino è una roba diversa. Il 2019 è stato un anno fantastico per la musica con dischi importantissimi, e questo 2020 è ancora meglio perché stanno uscendo dei capolavori. L’ultimo disco di Fiona Apple è uno dei più importanti della storia della musica e avrà quel valore. Ma è uscito adesso. Su Metacritic è il disco con le più alte medie di recensione di sempre. E’ una risposta in faccia a chi dice che la musica non esiste più. A me spiace quando ci sono portali come Rockol che dicono che la musica è morta nel ’91. Io veramente vorrei chiedere: perché vi mettete in bocca una frase del genere? Con quale arroganza spegnete anche percettivamente gli entusiasmi delle persone? Il mio canale si chiama Alive, non si chiama “dead”. Perché se la musica fosse morta nel ‘91 non avrebbe senso nulla. Per fortuna non è così. Mi chiedo perché lavorare su messaggi negativi quando invece bisognerebbe lavorare su quelli positivi, soprattutto per quanto riguarda l’arte.

Nel corso della tua carriera quali sono stati gli artisti che ti hanno reso la vita più difficile e quali invece quelli che hanno superato le aspettative in termini di affidabilità e disponibilità?

Mah…notoriamente difficile da intervistare era Mark Lanegan perché è molto chiuso e risponde solo ad alcune domande. Si era instaurato tra me e lui un rapporto stranissimo. L’ho intervistato 3 o 4 volte, soprattutto mentre militava nei Queens of the Stone Age. Ricordo che durante un’intervista lui era in un angoletto e mi rispondeva quasi a monosillabi, anche un po’ infastidito. Però ha capito che c’era in me genuinità e passione, che gli volevo bene. Magari la volta dopo si faceva la foto con me dandomi degli attestati di stima, ma nel momento in cui partiva l’intervista si spegneva: non ti dava nessun tipo di soddisfazione. Magari gli chiedevo: “quando eri adolescente che musica ascoltavi?” e lui rispondeva “io non sono mai stato adolescente”! Dava sempre risposte chiuse, non c’era speranza di cavargli fuori nulla. L’artista che ho amato di più intervistare invece è stato Noel Gallagher. Era uno difficile. Se lo prendevi male ti massacrava, ma se andavi nel verso giusto ti dava tantissimo. L’ultima intervista che ho fatto con lui nel 2005 é una delle più belle. Si trattava di un’intervista in inglese che è stata divorata dai fans internazionali. I commenti sono principalmente di stranieri e quasi tutti hanno delle parole di apprezzamento per il lavoro che feci.

Dove fu pubblicata?

Per Supesonic di Mtv, tratta da un concerto all’Alcatraz di Milano. Se oggi dovessi spendere una fiche per intervistare qualcuno sarebbe sempre la stessa fiche, su di lui.

Hai dei riferimenti a livello lavorativo? Mi riferisco in particolare all’ambito musicale, quindi speaker radiofonico-televisivi e giornalisti…

Assolutamente. Io amo Zane Lowe. E’ stato molto importante in un periodo cruciale nei primissimi anni 2000. Faceva dei programmi che per me sono stati una rivelazione su come si potesse condurre in maniera molto sobria ma allo stesso tempo accattivante. Mi ha consentito di fare poi una scelta anche di campo per i programmi che conducevo, cioè abbandonare quelli pop e specializzarmi in quello che piaceva a me, quindi i programmi di profilo musicale alternativo. Ci sono altri due riferimenti di oggi. Uno è Rick Beato, che parla di musica e condivide in maniera molto calda anche il tecnicismo. Lui ti spiega come si suona un brano, come è stato registrato, isola le tracce per riascoltarle. Quel tipo di comunicazione è fondamentale. Fantano mi piace molto per il tipo di personaggio, lo trovo però molto freddo per quanto sia estremamente preciso e abbia un linguaggio perfetto. Io amo il calore, a me piace la critica fatta da chiunque. Lui è fantastico nel contestualizzare, le parole che usa sono perfette. Gli manca quel tipo di calore che aveva John Peel, che è stato per me il monumento. Jools Holland invece non lavora tanto sulle parole ma sul trasporto. In Italia siamo in pochi a fare i divulgatori ed è secondo me il ruolo che manca. E’ sempre stato fatto in maniera sbagliata, da professore, da maestro, da portatore sano di prosopopea, da snob. Se penso ai critici musicali mi viene in mente gente con voci nasali, con un modo di parlare totalmente distaccato. Ogni tanto mi arrabbio con la community perché se passo un pezzo il primo pensiero è “questo assomiglia a”…sì, ma ti piace o no? Prima dimmi questo, poi vai a pensare a che cosa ti può ricordare! Perché l’esercizio non è quello di scoprire che cosa ti ricorda, tu ascolti un brano per capire se ti piace, se ti da un’emozione. Più perdi tempo a pensare a che cosa assomiglia più ti allontani dall’emozione. Ed è il motivo per cui purtroppo non ci facciamo arrivare il bello delle cose: perché siamo troppo concentrati su questioni secondarie

Uno dei motivi per cui credo di essermi appassionato molto alla scena metal è proprio questo, il fatto che tendenzialmente i metallari hanno questo spirito molto libero, scevro da queste sovrastrutture. Quindi quando c’è un pezzo che piace si fa headbanging o lo si dice in modo molto viscerale. Ti faccio l’ultima domanda: come hai conosciuto Armandino, Polgar e De Gregori?

Armandino è uno storico dj romano e l’ho conosciuto tanti anni fa ormai, all’inizio degli anni 2000. Siamo diventati amici nel corso degli anni e ha condiviso con me una grossa parentesi, quella dell’inizio della mia fase di streaming. Insieme provavamo, in maniera un po’ goffa, su Facebook finché sono arrivati alle minacce per farci smettere. Con Armando volevamo fare vere e proprie trasmissioni di video musica, quindi mandavamo i video proprio perché ancora non sapevamo come si stava al mondo. Il problema è che se mandi un video ti “uccidono”. Poi insieme abbiamo condiviso un anno in radio. Andrea De Gregorio e Gabriele Polgar sono semplicemente i miei due migliori amici, sono due ragazzi come tanti. Gabriele è un assicuratore e istruttore di krav maga che ho conosciuto qualche anno fa allenandomi, invece Andrea è un amico ormai da quasi 15 anni, e gli ultimi 10 li abbiamo vissuti con maggiore intensità. Il mio canale è fatto di persone normali. Mi fa ridere il fatto che le persone vadano a cercare Gabriele Polgar pensando che sia un critico musicale. E invece no.

Cercando Polgar su YouTube escono video di scacchi…

Sarà opera di un omonimo…

…oppure sarà una terminologia degli scacchi. Sta di fatto che ti ho dato un’arma per dileggiarlo in diretta

Assolutamente. Lo spirito è quello: se io mettessi quattro critici musicali a decidere qual è la migliore canzone degli Iron Maiden farei una roba di un pesante…non esistono quattro critici che si ritrovano a fare quella roba lì, ma esistono quattro amici che si ritrovano davanti a delle birre a cercare di capire qual è la migliore canzone degli Iron Maiden. Io sono esattamente quella persona lì. Non sono un intenditore di musica o chissà che cosa, sono un appassionato che ama parlare di musica con altri due o tre appassionati, con tutti gli errori possibili comporta. Questo è un canale per nerd musicali.

La condivisione di passione è fondamentale, sono completamente d’accordo con te, così come concordo sulla pesantezza di chi guarda sempre il bicchiere mezzo vuoto…

Io sono abituato a fare i conti con quello che ho e spesso non ho tanto. Io farei una League of Rock prendendo 10 dischi a caso. Noi passeremmo due ore a divertirci come i pazzi, non perché siamo lì a pensare che manca qualcosa ma perché saremmo concentrati su quello che abbiamo in quel momento. Quello è lo spirito che bisogna recuperare: passione e consapevolezza che la musica sia viva, che esiste.

Se penso ai critici musicali mi viene in mente gente con voci nasali, con un modo di parlare totalmente distaccato.

Enrico silvestrin

Dentro o fuori

Oasis o Blur?

Allora, dentro gli Oasis e fuori Blur fino a che si sono sfidati con le stesse armi, dentro Blair e fuori Oasis nel momento in cui i primi hanno capito di essere una band che poteva innovare. Non riesco a fare una summa. I Blur hanno avuto tre momenti: fino a ParkLife, da quello in poi e poi tutta la fase diciamo ultima, dei dischi di grande spessore. Gli Oasis di base hanno una fase. Scelgo i Blur come musicisti e Noel Gallagher come compositore.

Vino o birra birra?

Birra

Nirvana o Peral Jam?

Dentro i Nirvana. E’ una sfida impari perché non sappiamo che cosa avrebbero fatto i Nirvana successivamente, come sarebbero diventati se avessero avuto la stessa longevità dei Pearl Jam. I Nirvana non hanno mai avuto un calo, i Pearl Jam hanno inseguito un disco, oggi è il pubblico che insegue loro, ma non godo con i Pearl Jam da tanto tempo.

The Smiths o The Cure?

Gli Smiths dentro perché sono più importanti per la storia della musica. I Cure sono un fantastico esempio di longevità, di esigenza di scrivere, di continuare a fare musica con dei capolavori maestosi assoluti. Disintegration è uno dei miei dischi preferiti di sempre. Ma gli Smiths sono fuoco e fiamme per i pochissimi anni in cui sono stati in vita e hanno un impatto nei confronti non solo della musica britannica della musica mondiale che poche band hanno avuto.

Radio o tv?

Radio, sempre radio. Ho bisogno delle immagini ma ho più bisogno della voce e ho bisogno di un linguaggio comodo, come quello della radio. Non mi piace però la radio troppo veloce come è quella di oggi, con troppo poco tempo per parlare. Parlano tutti perché sono quasi sempre talk ma parlano pochissimo.

Iron Maiden o Metallica?

Sono due carriere un po’ simili, alti e poi bassi. Ti dico i Metallica perché sono meno barocchi rispetto ai Maiden. Preferisco la sintesi dei Metallica dei primi quattro dischi che non la grandezza dei Maiden dei primi sette.

ITALY EXPORT: i SOVIET SOVIET, dal tour Usa annullato ai successi in Messico e Sud America

Italy Export è un’indagine sui gruppi italiani che superano i confini nazionali con la loro musica, a livello discografico e/o live. Partiamo dai Soviet Soviet, autori di splendidi dischi, tra i quali ho amato particolarmente Summer Jesus.

risponde: Alessandro Ferri (batteria)

Quando è stata la vostra prima data all’estero e come l’avete vissuta?

La nostra prima data all’esterno è stata a Nizza in un piccolissimo locale underground di spalla alla band francese Frank (Just Frank). Siamo partiti il mattino da Pesaro senza pensarci troppo, avevamo solo voglia di suonare
e di fare quest’esperienza. Non sapevamo nulla, nemmeno dove dormire. Il concerto è stato pazzesco. Il locale era pieno di gente. Ci siamo divertiti un sacco ed è stata una sensazione incredibile. Era davvero strano vedere tutte queste persone che ballavano, urlavano e applaudivano alle nostre canzoni. Ancora ci ricordiamo quella situazione ed è uno dei più bei ricordi che abbiamo.

Quali sono le principali differenze tra un live in Italia e uno all’estero?

Penso che la principale differenza sia il pubblico. Le persone fuori Italia ci sono sembrate sempre più curiose. Più interessate alla musica e alla voglia di conoscere un gruppo. Penso sia la differenza maggiore. I concerti iniziano presto e le persone hanno la possibilità di godersi il live e poi di fare serata in altri locali. In Italia non è così. Il concerto spesso inizia a tarda notte quando si è raggruppata un pò di gente. All’estero non è cosi. Il concerto ha una propria dimensione e la gente è curiosa e interessata.

Come funziona la strutturazione di un vostro tour?

La strutturazione del tour è gestita e pianificata dalla nostra agenzia di booking. In base al periodo disponibile e alle richieste che riceviamo, l’agenzia struttura il tour.

E come vivete il trasporto tra una location e l’altra?

Il viaggio è parte integrante del tour e quindi il trasporto tra una location all’altra è sempre un momento da vivere insieme. Si può passare parlando, scherzando o ascoltando musica. In alcuni casi quando si è davvero stanchi si può anche dormire perché spesso non ci sono molti momenti per
riposarsi all’interno del tour.

Cosa dovrebbe cambiare, in Italia, per favorire la musica dal vivo?

Sicuramente sarebbe utile un maggiore interesse da parte delle emittenti radiofoniche e televisive. Un interesse maggiore alle band e alla musica che non sia “commerciale” e “pop”. Ci sono moltissimi generi musicali e di formazioni che meritano di essere scoperte e conosciute ed è un peccato che non abbiano l’esposizione mediatica sufficiente.

Raccontate 3 aneddoti curiosi, positivi o negativi, vissuti durante un tour estero.

Ci sono successe una marea di situazioni e aneddoti durante i nostri tour all’estero. Abbiamo assaggiato e mangiato un sacco di piatti locali bizzarri (cavallette in Messico ad esempio) e bevuto drink incredibili in giro per i tour. Abbiamo fatto un tour nell’est Europa con un furgone Ducato dell’82 ed è stato un delirio tra problemi tecnici dovuti al freddo e tratte interminabili come Macedonia – Turchia che è durata più di 16 ore con diversi fusi orario. Ne abbiamo talmente tanti che è veramente difficile fare una cernita tra tutti gli aneddoti.

Sempre pensando all’estero: 3 date memorabili e perché.

La prima data all’estero è stata eccezionale: Nizza in apertura ai Frank (Just Frank). Come ho raccontato prima, è stato un live bellissimo, pieno di gente che ballava e si divertiva con la nostra musica. Per quanto riguarda le altre date è sempre difficile fare una classifica perché ci sono state veramente tantissime date memorabili. Posso citarti l’apertura ai PIL nelle date italiane, il tour con gli A Place to Bury Strangers, il live con gli Horrors ecc Oppure posso citarti le date in Russia e in Messico dove abbiamo una fortissima fan base.

Quale paese è più ricettivo nei vostri confronti?

Probabilmente Messico e Sud America.

Numeri: dati di vendita, biglietti venduti o quant’altro di interessante
vi sentite di segnalare a riguardo delle vostre esperienze fuori dallo
stivale.

Sono sempre dati che cura la nostra agenzia di booking e quindi faccio fatica a riportarti questi dati. Sicuramente è più facile per noi fare sold out fuori Italia ed è sempre una bella sensazione quando capita.

Quali colleghi italiani hanno, a vostro parere, un effettivo respiro internazionale o potrebbero averlo e perché?

C’è una band che come noi, ha fatto tantissimi tour all’estero ed è della nostra stessa città Pesaro. Loro sono i Be Forest e sicuramente hanno respiro internazionale.

Nel 2017 il vostro tour in Usa è stato bloccato. Potete spiegarci cosa è successo e cosa ha significato per voi quel momento?

Il problema era legato alla tipologia dei nostri visti. Il tour era promozionale e non avremmo percepito nessun tipo di guadagno o paga. Il nostro visto era l'”esta” che prevede viaggi di turismo e viaggi di lavoro promozionali. Il
problema principale fu che in alcuni concerti avevano messo il pagamento di un biglietto all’entrata che serviva per pagare le spese del locale (barista, fonico ecc ecc) e per questo motivo gli agenti dell’aeroporto hanno ritenuto che il nostro visto fosse sbagliato. Avremmo dovuto avere un visto lavorativo. Quello che è successo poi è stata una nottata in cella di detenzione in prigione a Seattle e l’immediato ritorno il giorno successivo è stata un’esperienza veramente dura dove per colpa della nostra ex etichetta americana abbiamo passato molti guai. Abbiamo perso la possibilità di fare il tour negli Stati Uniti, di suonare a Seattle al KEXP e al SXSW. E’ stata una notevole perdita anche dal punto di vista economico perché avevamo comprato tutti i biglietti dei voli aerei. E’ stato un momento molto difficile ma ci sono stati anche episodi positivi. La stessa emittente radio KEXP si è schierata dalla nostra parte e ci ha supportato. Lo stesso moltissime persone e band americane.

Intervista ai PARADISE LOST: la pietra OBSIDIAN sostiene 32 anni di storia

intervista di Massimiliano Sebastiani

È con immenso piacere ed emozione che ho intervistato Greg Mackintosh membro, fondatore dei seminali Paradise Lost, in uscita il prossimo maggio con il loro diciassettesimo album in studio. Ne è venuta fuori una piacevole chiacchierata che ha riguardato l’intera carriera di questa fondamentale band…

Il nuovo album Obsidian (Nuclear Blast) uscirà il 15 maggio. L’ossidiana è una pietra dura e scura, possiamo dire che il tipo di musica che possiamo aspettarci dal nuovo album possa essere ricollegata a queste caratteristiche?

Io e Nick (Holmes) stavamo parlando del titolo dell’album e Nick mi ha detto “hai mai sentito parlare dell’ossidiana?”. Ho fatto delle ricerche in merito a questa nera roccia vulcanica e ho scoperto che era molto usata nel folklore precristiano e pagano in Europa e in Inghilerra. Questo tipo di iconografia e il riferimento a simboli di tempi precristiani ci ha aiutati nella realizzazione dell’artwork dell’album. Noi non crediamo in queste cose, abbiamo solo pensato che fosse un concetto interessante. Ci è piaciuta l’idea dell’arte e l’ossidiana, è quello che ci ha dato questa idea, ed è questa la ragione per cui abbiamo chiamato così l’album.

Il singolo che anticipa il nuovo album

Nick ha definito questo album come uno dei dischi più eclettici che avete realizzato. Ascoltandolo con attenzione mi sembra il compendio di tutto quello che avete fatto nella vostra lunga carriera….a sonorità riconducibili alle ultime release ho trovato atmosfere del periodo Symbol of life e One second soprattutto nell’uso della voce e negli arrangiamenti del basso. Sei d’accordo con me?

Sì, assolutamente! Non era qualcosa che ci eravamo prefissati di fare, volevamo solo fare qualcosa di più vario ed eclettico rispetto agli ultimi album. Non avevamo un piano preciso, come quello di creare un unico suono rappresentativo della storia della band. Abbiamo scritto una canzone alla volta, ma quando abbiamo finito di comporre tutte le canzoni e le abbiamo riascoltate ci siamo detti “wow, abbiamo fatto il compendio dell’intero suono della band!”. Ma di questo non ce n’eravamo resi conto fino a che non abbiamo concluso l’intero album.

Quello che mi ha sempre più colpito di voi sono le differenze tra le canzoni, ognuna delle quali resta riconducibile al marchio “Paradise Lost”. Può derivare dal fatto che siete una band che comunque negli anni ha mantenuto una line-up solida?

Probabilmente sì…siamo cresciuti insieme fin da ragazzini, andiamo d’accordo non solo personalmente e come amici, ma anche come musicisti. Sappiamo molto bene come suona ognuno di noi, come suoniamo insieme, come la gente interpreterà le canzoni. Sì, siamo molto a nostro agio tra di noi, e immagino che questo si manifesti anche nella musica. Penso che Obsidian sia molto più riflessivo degli ultimi 2 o 3 dischi, non ci sono testi o musiche aggressive, è molto più introspettivo, è un disco maturo e credo che questo sia probabilmente dovuto al fatto che siamo insieme da tanti anni.

La cover di Obsidian

Il 2019 è stato l’anno della vostra prima biografia No celebration (in Italia uscirà solo nel 2020). Com’è stato raccontarsi dopo 30 anni di carriera?

E’ stato strano, interessante. Due mesi dopo la pubblicazione di Medusa siamo stati contattati per realizzare la biografia. Venivamo intervistati ogni settimana per 2 ore, è stata una sorta di terapia. Quando abbiamo finito eravamo infastiditi, volevamo addirittura bloccare l’intervista, ma quando l’abbiamo letta è stata davvero una strana esperienza vedere la tua vita attraverso gli occhi di qualcun altro. Ho ritrovato cose che ormai non ricordavo più ed è stato interessante riscoprire cose che avevamo già fatto.

Il 2020 è l’anniversario di Lost Paradise, il vostro primo disco. Cosa pensi oggi di quell’album? Ti ricordi come fosse la scena musicale di quei tempi?

Ricordo che eravamo molto giovani ed inesperti ma veramente eccitati di avere una nostra prima uscita discografica. Volevamo che suonasse come il nostro secondo demo, ma dopo che siamo stati nello studio e abbiamo registrato il suono che ne è uscito era molto diverso da quello che volevamo. Le canzoni erano le canzoni di quel tempo, però posso dirti che preferiamo il suono del secondo demo a quello del nostro primo album per le particolari atmosfere che aveva.

Siete stati e siete tutt’ora un punto di riferimento per tante band…della “nuova leva” ce n’è qualcuna che ti sentiresti di consigliare o che sentite di aver influenzato in modo importante?

A dirti la verità solo parlando con le persone mi è stato detto che sono stati influenzati da noi. Katatonia, HIM, Moonspell, Tiamat, così come molti altri gruppi sono stati ispirati da noi nel loro primo disco, e poi hanno continuato in uno stile proprio. Mi ricordo di una band israeliana, Orphaned Land, che ho sentito per la prima volta in un tributo ai Paradise Lost. Hanno fatto una cover di Mercy e ho pensato che fosse veramente incredibile. Questa è la ragione per cui abbiamo fatto un tour con loro e li abbiamo avuti come support band in un altro tour europeo. Nel corso degli anni continuo a trovare un sacco di band che mi dicono “oh, siamo stati ispirati da voi”. E’ molto piacevole avere qualcuno che ti dice questo, è il riconoscimento più grande sapere che qualcuno ha cominciato la sua musica a causa della tua musica! Io sono sempre alla ricerca di nuove band, che molto spesso mi influenzano. Adoro la piattaforma Bandcamp, ci vado continuamente e scopro bands nuove e poco conosciute, di solito di musica estrema. Ci trovo un sacco di cose interessanti e penso che ci si trovino cose più interessanti del mainstream metal, perché molte delle band nella piattaforma sono più diversificate e non hanno nessun timore, come invece hanno alcune delle band più conosciute. Penso che Bandcamp sia veramente un’ottima piattaforma per le nuove band.

Concludendo, dimmi i 3 album della tua vita, non necessariamente di ambito metal.

La prima potrebbe essere a dire il vero una scelta un po’ strana…fin da piccolo ho sempre ascoltato con grande passione la colonna sonora di Jesus Christ Superstar, fin da piccolo ero appassionato di Ted Neely, io e i miei fratelli siamo cresciuti ascoltando questa colonna sonora tutti i giorni: ancora oggi l’apprezzo in quanto ritengo che la musica di qualità non abbia tempo. Un altro disco che veramente apprezzo è Within the realm of a dying sun dei Dead Can Dance. Mi sono letteralmente perso nei loro dischi, amavo e amo tutt’ora a volte spegnere le luci ed ascoltarli. Abbiamo anche coverizzato un loro pezzo, Xavier, e sono stati una grossa influenza, soprattutto per me e Nick. Per il terzo è una difficile scelta, tra il primo disco del Candlemass o il primo dei Celtic Frost…ma alla fine penso di scegliere i Celtic Frost perché è stato in assoluto il primo album che mi ha aiutato ad introdurmi ad apprezzare il genere metal.

Da Goccia dopo Goccia a Mi Manchi: la vita dell’autore di canzoni nell’intervista a FRANCO FASANO

di Francesco Bommartini

Franco Fasano non avrebbe bisogno di presentazioni, se non fosse che l’autore è una figura dicotomica per il grande pubblico. Le canzoni si cantano, si omaggiano gli interpreti, ma spesso non si conoscono gli autori. Mi fa quindi particolarmente piacere la possibilità – fornitami dalla collaborazione con Eventsmaybe e la trasmissione “Quattro chiacchiere con…” di Marco Biasetti – di intervistare Fasano.

Dall’alto della sua esperienza: quali sono le competenze necessarie per scrivere una bella canzone?

Intuizione, spirito di osservazione e musicalità. A differenza delle
poesie o dei racconti una canzone ha bisogno di essere “cantabile”.
Il veicolo, a mio avviso, determinante è la capacità di saper unire “frasi melodiche” che possano essere la colonna sonora delle parole. Non è difficile per chi ha talento ma, come per tutte le cose, bisogna sapersi ascoltare.

Tra le sue partecipazioni sanremesi quali sono quelle che ricorda con più piacere e perché?

Tra interprete di me stesso e autore sono tante e ognuna ha la sua storia. Dopo l’esordio nel 1981 con Un isola alle Hawaii, il 1989 per me è stato magico e irripetibile Terzo posto nelle “Nuove proposte” con E quel giorno non mi perderai più e due brani in gara tra i big: La fine del mondo interpretata da Gigi Sabani e Ti lascerò che vinse anche grazie all’unione di due grandi voci: Fausto Leali e Anna Oxa. Nel 1990 grazie ad Adriano Aragozzini ritornò la grande orchestra e io c’ero con Vieni a stare qui, secondo sempre tra i “Giovani” per approdare finalmente nei “Big” in coppia con Flavia Fortunato due anni dopo. Difficile scegliere.

Ti Lascerò, scritta da Fasano

Mi può indicare qualche nuova leva delle musica italiana che
ha una marcia in più?

Non faccio nomi ma il livello delle voci si è notevolmente alzato. Forse quello manca è la personalità. Stranamente ci sono più cantanti che interpreti ma avverto la mancanza di autori di canzoni vere. Forse perché la melodia non è più considerata di moda. Intanto però si continuano a cantare le grandi canzoni del cosiddetto passato la cui forza sta proprio nella melodia. Un motivo ci sarà: ed è proprio nella cantabilità del loro “motivo” che è riuscito a imprimersi nella memoria di tanti al di là delle
generazioni.

Quali sono le tre canzoni che è più orgoglioso di avere scritto?

Le canzoni sono come dei figli. Alcune di esse riesce a darti più
soddisfazione di altre ma non per questo le considero migliori.
Comunque tre titoli? Mi manchi, Goccia dopo goccia e Una piccola
parte di te
….per ora!

Cosa ama ascoltare negli ultimi tempi?

Non sono mai stato un grande ascoltatore di musica perché ho sempre investito il mio tempo a suonare, cantare e scrivere la mia. Oggi però la velocità con cui nel giro di un click su un link passi da Mozart ai Queen, da Puccini a Dalla o da Jannacci a Carlo Antonio Fortino…aiuta!

Quali sono gli artisti con cui vorrebbe aver lavorato ma non
è mai riuscito?

Tantissimi, troppi… Le voci per antonomasia ma anche cantautori, storici e più recenti, in cui ogni tanto mi riconosco nell’ascoltarli. A parte che non è mai detta l’ultima parola…

Deve scegliere uno solo dei due:

Birra o vino? Vino!

Battisti o De André? Battisti!

Pop o rock? Pop!

Beatles o Rolling Stones? Beatles!

P.s. Anche se una bella birra mi fa pensare alle estati ad Alassio o
ritornare ai tempi del liceo quando Blackmore dei Deep purple con
Smoke in the water illudeva tutti i chitarristi spronandoli a suonare
il famoso riff o Mick Jagger che, non ancora quarantenne, era già
da anni insoddisfatto..Forse perché non sapeva ancora con
certezza di sopravvivere a Il suonatore Jones!

Grazie infinite, ci aggiorniamo presto.

Intervista a Bjorn “Speed” Strid: i 20 anni di THE CHAINHEART MACHINE e i SOILWORK, ieri e oggi

di Francesco Bommartini

L’idea di intervistare la voce – e l’anima – dei Soilwork è nata pensando a The Chainheart Machine. Il secondo album della band svedese ha infatti appena compiuto 20 anni. Un periodo lungo che, per quanto mi riguarda, rappresenta esattamente quel quid di tempo che mi ha permesso di conoscere il mondo del metal. E proprio The Chainheart Machine è stato uno dei primi album che ho ascoltato.

Ricordo, e lo dico anche all’inizio della video-intervista con Bjorn Strid, quando il mio compagno di superiori e bassista dei Riul Doamnei (Fabrizio Tondini) mi prestò quel disco. Come accadeva spesso allora, lo ascoltai mentre lo registravo su una cassetta vergine. Poi ho sempre ascoltato quintalate di musica, e tantissimo metal.

La video-intervista a Bjorn Speed Strid

I Soilwork ho continuato a seguirli con molto rispetto ed un po’ di distacco. L’amore per le sonorità più dure e i casi della vita non mi hanno comunque impedito di apprezzare A Predator’s Portrait e, più recentemente, Stabbing the Drama e Figure Number Five. Ho però sempre avuto un grande apprezzamento per la vocalità di Bjorn Strid, specie nei suoi Terror 2000.

Il mio speciale sui Terror 2000 per Metal.it

Il concerto che hanno tenuto nel 2019 al Live di Trezzo sull’Adda (nel link trovate la mia recensione per Rumore) è stata come la semi-chiusura di un cerchio, di cui ho trovato l’ultima parte con l’intervista a lui, Bjorn “Speed” Strid, una delle voci più esaltanti del melodic death svedese.

Cosa ricordi del periodo in cui avete registrato The Chainheart Machine e cosa ricordi del mondo di 20 anni fa?

Wow, mmm, sto cercando di ricordare. Avevamo appena finito il tour europeo (in una specie di camper) per Steelbath Suicide e stavamo pensando a come approcciare il nuovo album. Eravamo elettrizzati, si di aver creato Steelbath Suicide che di poter fare un nuovo album e registrarlo nei celebri Fredman studio, lo studio dei sogni per ogni metallaro. In quel periodo siamo cresciuti molto velocemente come musicisti. In quegli anni City di Devin Townsend, con i suoi Strapping Young Lad, ci ha molto ispirati. Quel thrash tecnico mischiato con l’industrial, gli accordi aperti molto atmosferici, qualche ritornello…Anche noi volevamo fare qualcosa di più atmosferico, prendendo ispirazione anche dalla scena di Goteborg. Una realtà che era molto grande, anche se noi eravamo di Helsingborg. Ma volevamo comunque creare qualcosa di personale. Credo che Chainheart Machine sia thrashy ma sinfonico, nella modalità indicata da Malmsteen, come si può notare dagli assoli. Abbiamo cercato di fare qualcosa di ambizioso, di unico, di diverso. Era quello che volevamo all’epoca. Credo sia stato l’ultimo disco registrato nella location originale dei Fredman Studios. Ero molto contento del risultato.

Quanti giorni ha richiesto la registrazione?

3-4 settimane, mi pare. Sicuramente più tempo del precedente, per il quale avevamo lavorato per 2  settimane. Abbiamo cercato di avere un suono più organico. Il primo album era tutto un: “che figata! Senti questo riff che thrash, questa parte è death!”…il secondo è più focalizzato. Ricordo che per la voce io ero più sicuro di me, più veloce a cantare. La possibilità di cantare ogni giorno durante il tour di Steelbath Suicide ha fatto accadere qualcosa. Eravamo mentalmente preparati ed eccitati di poter pubblicare qualcosa di nuovo. Sono passati 20 anni, pazzesco!

Back Cover di The Chainheart Machine

Ti ricordi qualcosa di più del mondo di allora e di come lo vivevi, a 22 anni?

Non avevo (ci pensa)…oh sì, avevo solo 22 anni! Vivevo a Helsingborg, dove ho avuto il primo appartamento nel 1999. Me ne sono andato da casa in quell’anno. Ricordo un sacco di festa, chiacchierate con tanti musicisti. Ho anche registrato con i Darkane…qualche anno prima. Ascoltavamo tanta musica insieme agli altri della band. Henry Ranta (batteria) e Ola Flink (bassista) condividevano un appartamento. Mi ricordo seduto in quell’appartamento all’ultimo dell’anno. Abbiamo suonato a mezzanotte, con diversi gradi sotto zero. E’ stato pazzesco. La musica è stata una parte grande della mia vita, sempre, soprattutto allora. Vivevo in una bolla. Era tutto facile, ogni cosa. Non mi facevo domande esistenziali allora. Tutto avveniva naturalmente.

Sei l’unico membro originale di Soilwork. Ti sei tenuto in contatto con i musicisti che hanno registrato The Chainheart Machine?

Sono rimasto in contatto con Peter (Wichers). Tutto bene con lui. Nessun problema, nessuna stranezza. Non sento Henry (Ranta) da molto. Ho provato anche a scrivere un paio di volte a Ola Flink, ma non mi ha mai risposto. Non so perché. Non credo ci sia niente che non va tra noi. Credo semplicemente che si voglia lasciare alle spalle la vita precedente. Ora fa il secondino. Ha smesso con la musica, si vede che non voleva continuare. Posso anche ammirarlo. Non è sempre facile svegliarsi in un tour bus nel mezzo del nulla, senza sapere dove ti trovi. Capita sicuramente di chiedersi “cosa e perché lo sto facendo”? Non è facile stare via un mese in tour, poi tornare, poi ripartire. E non è facile far coesistere la normale vita casalinga con questo modo di vivere. E’ comprensibile una visione diversa. Spero che stiano tutti bene.

Penso che sia la reale differenza tra essere o fare l’artista…

C’è molta incertezza. Non è una vita stabile, quella del musicista. Nemmeno finanziariamente. Quando cresci e magari ti devi sposare, parlare di bambini ecc…è dura. Forse voleva qualcosa di più stabile…

Quali sono le differenze tra la composizione dei Soilwork di oggi e quelli di 20 anni fa?

Credo che gli ultimi 3 album siano molto connessi con i primi 3. Figure Number Five, Stabbing the Drama e Sworn to a Great Divide penso siano album ottimi, specie Stabbing the Drama. A quel tempo ero molto orgoglioso. Voglio essere chiaro: sono fiero di tutti, ma quei tre dischi non coincidono con quello che volevo fare con i Soilwork quando li ho fondati. Credo che gli ultimi 3 album siano più connessi con quello che voglio fare davvero. Figure, Stabbin e Sworn non suonavano focalizzati nello stesso modo. Sono molto groovy, catchy ecc. Ma i riff dei Soilwork non devono essere per forza bouncy, secondo me. Quei tre lavori sono stati influenzati dal sound americano. Molte death metal band svedesi hanno cominciato a fare tour in America in quel periodo, con un sacco di metalcore bands. C’è stato un influenzamento bidirezionale: la scena svedese ha influenzato quella americana e viceversa.

Quando è stata l’ultima volta che hai ascoltato The ChainHeart Machine e cosa ne pensi ora?

Non l’ho ascoltato per molto tempo. Credo che l’ultima sia stata quando Netflix mi ha contattato per la serie The Oa. Volevano usare una canzone da quell’album, Possessing The Angels. E’ accaduto 3 anni fa. Perché quella canzone? Perché non dall’ultimo album? Chi lo sa!

Quella è una delle più thrash dell’album…

Ricordo l’emozione di quando ho scritto quella canzone. Vivevo con i miei genitori in un piccolo paese e anni dopo Netflix mi ha chiesto proprio quel brano. Non una novità. Chi l’ha scelta dev’essere stato un fan dei Soilwork old school. Ho visto l’episodio di The Oa, il secondo della seconda stagione, se non sbaglio. Puoi sentire la canzone in sottofondo, a basso volume, con la mia voce che urla nel mezzo del brano, durante una scena molto sanguinolenta, durante un omicidio. Surreale! Mi ha dato una nuova prospettiva sulla cosa. Ho avuto la conferma che quel disco ha influenzato molta gente, soprattutto tante band metal americane. Anche Natural Born Chaos ha avuto molta influenza, un’ulteriore sfumatura direi.

Credo che anche A Predator’s Portrait sia un passaggio importante per la vostra crescita, perché siete stati in grado di unificare in un unicum aggressività e melodia. Tornando a The Chainheart Machine qual è la tua canzone preferita e il tuo testo preferito?

Wow…lasciami pensare (guarda i testi su internet). La mia preferita è Millionflame. Non ricordo esattamente il testo ma leggendo il nome ho realizzato nuovamente quanto sia connesso con quella canzone.

Millionflame live

Ricordi come è stato il tour relativo a quell’uscita?

Certo. Non abbiamo fatto un tour europeao come per Steelbath Suicide. Facevamo show nei weekend. Ricordo concerti in Belgio, in Olanda…un paio di volte con i Darkane. Erano weekend pazzi e lunghissimi! Ricordo anche live con Angelscorpse, Defleshed, Marduk, Cannibal Corpse.

Molto brutale…

Il pubblico ci urlava di andare a casa! Erano puristi del metal. Tempi interessanti. Prima che il disco fosse pubblicato andammo in Giappone.

Come fu?

Da teenager avevo volato solo una volta fino a Stoccolma. La seconda volta da Copenaghen al Charles De Gaulle di Parigi, per poi ripartire per Tokyo. Pazzesco, è stato uno dei periodi più incredibili della mia vita. “Andiamo in Giappone!”. Quando l’ho detto ai miei genitori forse hanno capito che la mia passione stava diventando una cosa seria. Siamo passati dal viaggiare in Europa in camper a suonare con Ozzy Osbourne. Poi siamo tornati in Giappone per ogni album, circa 10 volte. Si è creata una bella relazione con quel territorio, con quella gente. E ho realizzato che questa vita può funzionare. Tempi da sogno. Un sogno che diventa realtà.

Suonare gratis per aiutare la musica e i locali. La polemica contro gli EX nell’intervista a Pisani

intervista di Francesco Bommartini

Gli EX non hanno mai raccolto tanto riscontro come da quando hanno lanciato l’iniziativa “La musica guarda avanti: Band per i locali, suoniamo gratis“. Aggiungendo poi: “Se hai una band o un locale e sei interessato contattaci”. Ma che i “15 minuti di gloria” non siano necessariamente positivi lo testimonia la gravità dei commenti. “Fatela in Africa la data gratis così salvate la fame nel mondo”, “è proprio il caso che in Italia venga fatta una vera distinzione tra chi lo fa davvero per professione e chi invece è un dopolavorista che pur di suonare scrive ste cose pur di aver qualche data per saziare il proprio ego”, “Vergogna…pubblicizzare di lavorare gratis dopo mesi di disoccupazione?!”.

Quasi 300 commenti e oltre 100 condivisioni per il post incriminato

Insomma, ennesima riprova che, sui social, dire qualcosa di criticabile accende la critica sana ma pure il flame (riporto: “messaggio offensivo o provocatorio inviato da un utente di una comunità virtuale a un altro utente o all’intera comunità”). Noi siamo contrari in partenza a questa iniziativa, sia chiaro. Lo sa anche Stefano Pisani, che conosco dal 2005, quando mi portò una copia dell’album Gion Uein da recensire. L’ho poi apprezzato live con la band in vari frangenti, l’ho sempre visto ai concerti rock di altre band veronesi e sempre sentito sostenere la scena, sia a parole che con i fatti. Non è poco, in tempi in cui i social sembrano essere l’unica base per la propria credibilità.

E siccome, oltre all’iniziativa in questione, non mi piace nemmeno il linciaggio mediatico e gli preferisco l’empatia e la condivisione democratica ho deciso di intervistarlo per capire meglio e dare una chiave di lettura un po’ più approfondita, anche per eventuali critiche.

Come nasce esattamente la vostra iniziativa “La musica guarda avanti”?

Nasce dalla considerazione che il sistema musicale è costituito da vari fattori, di cui le band e i locali sono le due realtà più evidenti, spesso legate da un rapporto di amore/odio, ma di certo dipendenti l’una dall’altra. E anche dal fatto che in queste settimane viviamo tutti momenti di difficoltà, e che quando si potrà ricominciare a suonare sarà tutto diverso.

Vuoi spiegarla bene, e magari puntualizzare qualche passaggio che forse è passato sotto silenzio?

La ripresa dell’attività sarà difficile per tutti; tanti locali, magari aperti da poco, saranno in difficoltà, qualcuno non riaprirà per niente. Abbiamo sempre avuto un rapporto conflittuale con i locali, come quasi tutte le band, perché pensiamo che la musica vada pagata e il musicista rispettato. Però nel tempo abbiamo anche incontrato locali che ci hanno trattato bene.
Se qualcuno di questi sarà in difficoltà, gli regaleremo una data di riapertura, con altri gruppi che vogliano eventualmente aggregarsi. Il messaggio controverso è quello che invita altre band a fare lo stesso, perché è stato inteso come “da allora in poi suoneremo sempre gratis”. Che – giustamente – è un’eresia che non abbiamo mai contemplato.

Ti aspettavi tutto questo riscontro? Ho letto commenti pesanti…

Ovviamente no, forse il messaggio poteva essere scritto meglio…quel “suoniamo gratis” un po’ generico ha fatto alzare la temperatura; molti professionisti si sono offesi. Qualche post chiarificatorio è andato perso nel putiferio; l’impressione è che non interessi capire, quanto piuttosto condannare (ma è una modalità classica dei thread web). Con qualcuno che ci ha contattato direttamente e ci ha chiesto info siamo riusciti a spiegare meglio la cosa, anzi è stata occasione per confrontarsi su alcuni suggerimenti, ma in generale si è gonfiato un caso in cui siamo stati accusati di non rispettare il lavoro e la dignità dei musicisti.

Non credi che la gratuità sia un palliativo che spesso svaluta le singole proposte, si tratti di dischi o di live?

Come band ci siamo sempre battuti per il riconoscimento dei sacrifici e dell’impegno, per suonare sempre pagati; ma il nostro “campo d’azione” è quello dei gruppi di base, underground, un livello che gravita anche su locali specifici… raramente ci siamo incrociati con professionisti; nelle band che fanno musica propria al nostro livello non militano tantissimi musicisti di professione. La proposta era principalmente rivolta a questo tipo di band. Poi ognuno ha la libertà di accettare, criticare, confrontarsi, su questo non ci siamo mai tirati indietro. Gli attacchi e gli insulti invece non ci interessano, perché non portano da nessuna parte. Il mondo della musica è molto variegato, c’è di tutto e quasi tutto è motivo di scontro: le tribute band, le cover band, chi paga per suonare, chi suona gratis pur di suonare, chi cerca di mantenere una propria integrità e coerenza. Ma poi ognuno fa come gli pare, e questo presuppone tutti i pro e contro di una scelta libera.
I professionisti (cioè chi vive di musica) si sentono defraudati dai musicisti amatoriali, ma la musica originale (rock) è prevalentemente portata avanti proprio da questi ultimi. Chi ha ragione? Mi sembra limitante pensare che solo chi è un professionista abbia il diritto di suonare, come d’altra parte è sacrosanto che chi vive di musica abbia tutte le tutele del caso per preservare la propria professione. Non abbiamo una soluzione, cerchiamo solo di pensare al futuro. E non è un futuro dove le band sono costrette a suonare gratis.

Quali sono le criticità effettive, a tuo modo di vedere, del rapporto tra band e locali nel veronese?

Come in tutte le realtà ci sono band più o meno affidabili e locali più o meno preparati alla gestione della musica live. Lo scontro classico è tra le band che vogliono vedere riconosciuto il loro lavoro e locali che pensano solamente al profitto. Ma non tutti sono così, non è tutto bianco o nero. Per questo vorremmo supportare quei locali che hanno dimostrato sensibilità e rispetto. Da anni esistono mille difficoltà che hanno causato la sparizione di molti luoghi dove suonare dal vivo, come pure lo scioglimento di band. Ma è un sistema circolare: i gruppi non esistono se non possono suonare live, i locali non esistono se non ci sono gruppi. Ora, che la situazione di emergenza eleva tutto alla massima potenza, per noi è importante fare un gesto di supporto per un futuro con più opportunità per tutti. Lo facciamo anche con le band, cercando di valorizzare i gruppi di musica originale sul territorio. Il che non vuol dire smettere di battersi per un giusto compenso. Vuol dire dare un segnale, una tantum. Non ci vediamo nulla di male, né di catastrofico, a supportare la riapertura di un locale che lavora seriamente. L’appello alle band era questo: se c’è un locale
che vi ha trattato bene, supportatelo con una data di apertura a costo zero. Poi si ricomincerà a litigare per il giusto compenso. Secondo noi questo non danneggia nessuno, né musicisti amatoriali, né professionisti. Un locale che riapre significa anche un palco per decine e decine di band. Si può anche non essere d’accordo, ma ognuno è libero di fare la sua scelta. Certo è che in periodi eccezionali, non si può pretendere di ragionare come fosse tutto normale.

Aldilà della bontà di quanto proposto in queste situazioni si ripresenta la criticità comunicativa dei social. Non trovi che la comunicazione su questi mezzi sia spesso priva di sfumature?

Certamente sì. Sul web la regola è attaccare senza approfondire, giudicare senza sapere né fare autocritica, seguire la tendenza piuttosto che fermarsi un attimo a ragionare. Ma c’è anche la possibilità di confrontarsi, se si è disposti a mettersi in gioco.

Il regalo di David Ellefson alla Croce Rossa registrato da ALESSIO GARAVELLO, italiano a Londra. Intervista

di Francesco Bommartini

Alessio Garavello l’ho conosciuto ad inizio anni 2000, quando suonava in tutto il veronese, e in mezzo mondo, con gli Arthemis. Per noi piccoli metallari di provincia erano dei semi-dei, seguitissimi. Alessio da molti anni vive a Londra e qui gli è capitato di registrare Simple Truth, singolo che il bassista dei Megadeth Dave Ellefson ha letterlamente donato alla Croce Rossa Italiana.

Un bel gesto, coadiuvato dal chitarrista veronese Andrea Martongelli, che suona fisso con Ellefson. E, come ha dichiarato in un video di recente, si sente regolarmente con il lungocrinito, e davvero mitico, bassista americano. Nella band milita anche Paolo Caridi, batterista degli Hollow Haze.

Di seguito il succo dell’intervista che ho fatto con Alessio Garavello.

Come è nata la collaborazione con Ellefson & co per la registrazione di Simple Truth? Immagino centri qualcosa il tuo amico Andrea Martongelli…

Ciao Francesco, assolutamente! Come saprai Andy e’ il chitarrista della Ellefson band e la collaborazione e’ nata lo scorso novembre, quando sono venuti in tour in Europa e Inghilterra. Conosco Andy da più di vent’anni e poco prima del tour mi ha chiesto se fossi libero per fare da bass tech a David per le due date inglesi. I ragazzi hanno poi registrato lo show di Milano e mi hanno mandato le tracce da mixare qui a Londra. Il mio primo lavoro per loro e’ stato quello! Sono stati molto contenti del risultato ed abbiamo continuato la collaborazione.

Parlami del lavoro per l’ep: di cosa ti sei occupato esattamente?

Il nuovo EP contiene 4 tracce ed io ho lavorato a 3 di esse. Per il singolo Simple Truth ed i due pezzi live ho curato reamping, mixing e mastering che ho fatto qui ai Rogue Studios di Londra. La quarta traccia e’ un mix di Max Norman tratto dal primo disco di David Sleeping Giants.

Hai qualche succoso aneddoto a riguardo delle registazioni? Come è stato condividere lo spazio con Ellefson e così grandi artisti?

Posso dirti che abbiamo bevuto mille o duemila caffe! (ride) David è stato qui un paio di giorni con Andy a fare songwriting e devo dire che l’atmosfera in studio era assolutamente fantastica. Eravamo tutti in sintonia e questo ha creato il perfetto workplace per poi continuare a lavorare in remoto. David registra le tracce di basso in Arizona, Andy al suo Diablo Studio a Verona, Thom registra in Minnesota e Paolo a Bologna. Poi mandano tutto a me e lavoriamo al resto. Devo dire che è un team fantastico e siamo tutti molto “driven” nell’ottenere il massimo possibile.
Ora stiamo lavorando al nuovo disco e siamo in contatto giornalmente

Garavello in azione.

Tu, oltre ad aver cantato per molti anni negli Arthemis, hai una tua band, gli A New Tomorrow. Che programmi hai in tal senso?

Sono stato parte di Arthemis e Power Quest per una decina d’anni assieme ad Andy ed abbiamo registrato e suonato moltissimo. Quando mi sono trasferito qui in Inghilterra ho fondato assieme ad Andrea Lonardi gli A New Tomorrow e qualche anno fa rilevato assieme i Rogue Studios.
Abbiamo lanciato il nostro debut album Universe lo scorso 8 dicembre per Frontiers Music e stiamo programmando concerti per autunno e fine anno.
Ovviamente per la situazione attuale tutto e’ stato rimandato a livello concertistico, ma stiamo lavorando al futuro. Abbiamo inoltre iniziato la stesura del nostro secondo disco!

Con chi stai lavorando in studio e quanto ti ha cambiato Londra?

Stiamo lavorando con molte band underground e più conosciute. In questo momento sto terminando il mixing del debut album dei Memories Of Old, band power metal che vede Tommy Johansson dei Sabaton alla voce. Grande disco! Sentirai… Abito in Inghilterra da 11 anni ormai e devo dirti che sono contento. Ho trovato la mia strada a livello professionale e musicale e sono felice dei risultati ottenuti! Londra e’ una città aperta a tutti e questo è sempre stato quello che mi ha affascinato, fin dalle prime volte che sono venuto a visitarla! Come ogni grande città bisogna lavorare sodo per ottenere risultati, ma mi ha dato molto e non posso che esserne grato.