Da Goccia dopo Goccia a Mi Manchi: la vita dell’autore di canzoni nell’intervista a FRANCO FASANO

di Francesco Bommartini

Franco Fasano non avrebbe bisogno di presentazioni, se non fosse che l’autore è una figura dicotomica per il grande pubblico. Le canzoni si cantano, si omaggiano gli interpreti, ma spesso non si conoscono gli autori. Mi fa quindi particolarmente piacere la possibilità – fornitami dalla collaborazione con Eventsmaybe e la trasmissione “Quattro chiacchiere con…” di Marco Biasetti – di intervistare Fasano.

Dall’alto della sua esperienza: quali sono le competenze necessarie per scrivere una bella canzone?

Intuizione, spirito di osservazione e musicalità. A differenza delle
poesie o dei racconti una canzone ha bisogno di essere “cantabile”.
Il veicolo, a mio avviso, determinante è la capacità di saper unire “frasi melodiche” che possano essere la colonna sonora delle parole. Non è difficile per chi ha talento ma, come per tutte le cose, bisogna sapersi ascoltare.

Tra le sue partecipazioni sanremesi quali sono quelle che ricorda con più piacere e perché?

Tra interprete di me stesso e autore sono tante e ognuna ha la sua storia. Dopo l’esordio nel 1981 con Un isola alle Hawaii, il 1989 per me è stato magico e irripetibile Terzo posto nelle “Nuove proposte” con E quel giorno non mi perderai più e due brani in gara tra i big: La fine del mondo interpretata da Gigi Sabani e Ti lascerò che vinse anche grazie all’unione di due grandi voci: Fausto Leali e Anna Oxa. Nel 1990 grazie ad Adriano Aragozzini ritornò la grande orchestra e io c’ero con Vieni a stare qui, secondo sempre tra i “Giovani” per approdare finalmente nei “Big” in coppia con Flavia Fortunato due anni dopo. Difficile scegliere.

Ti Lascerò, scritta da Fasano

Mi può indicare qualche nuova leva delle musica italiana che
ha una marcia in più?

Non faccio nomi ma il livello delle voci si è notevolmente alzato. Forse quello manca è la personalità. Stranamente ci sono più cantanti che interpreti ma avverto la mancanza di autori di canzoni vere. Forse perché la melodia non è più considerata di moda. Intanto però si continuano a cantare le grandi canzoni del cosiddetto passato la cui forza sta proprio nella melodia. Un motivo ci sarà: ed è proprio nella cantabilità del loro “motivo” che è riuscito a imprimersi nella memoria di tanti al di là delle
generazioni.

Quali sono le tre canzoni che è più orgoglioso di avere scritto?

Le canzoni sono come dei figli. Alcune di esse riesce a darti più
soddisfazione di altre ma non per questo le considero migliori.
Comunque tre titoli? Mi manchi, Goccia dopo goccia e Una piccola
parte di te
….per ora!

Cosa ama ascoltare negli ultimi tempi?

Non sono mai stato un grande ascoltatore di musica perché ho sempre investito il mio tempo a suonare, cantare e scrivere la mia. Oggi però la velocità con cui nel giro di un click su un link passi da Mozart ai Queen, da Puccini a Dalla o da Jannacci a Carlo Antonio Fortino…aiuta!

Quali sono gli artisti con cui vorrebbe aver lavorato ma non
è mai riuscito?

Tantissimi, troppi… Le voci per antonomasia ma anche cantautori, storici e più recenti, in cui ogni tanto mi riconosco nell’ascoltarli. A parte che non è mai detta l’ultima parola…

Deve scegliere uno solo dei due:

Birra o vino? Vino!

Battisti o De André? Battisti!

Pop o rock? Pop!

Beatles o Rolling Stones? Beatles!

P.s. Anche se una bella birra mi fa pensare alle estati ad Alassio o
ritornare ai tempi del liceo quando Blackmore dei Deep purple con
Smoke in the water illudeva tutti i chitarristi spronandoli a suonare
il famoso riff o Mick Jagger che, non ancora quarantenne, era già
da anni insoddisfatto..Forse perché non sapeva ancora con
certezza di sopravvivere a Il suonatore Jones!

Grazie infinite, ci aggiorniamo presto.

Sei SERIE TV serie per stuzzicare le tue serate solitarie

di Francesco Bommartini

Il lockdown ci ha costretti a cambiare. E a guardare la tv via streaming. A parte gli scherzi, effettivamente il tanto tempo passato a casa ha portato milioni di italiani ad accendere internet e la tv con una certa continuità. Che si tratti di Amazon Prime, Netflix, Disney + o Dazn, lo streaming video la fa sempre più da padrone, specie in questo periodo. Lo conferma un articolo del Corriere, in cui si parla di quasi un miliardo di abbonati alle piattaforme di intrattenimento video.

Io e Barbara fruiamo spesso di Netflix e, saltuariamente, di Chili ed Amazon Prime. Se i film sono un ottimo diversivo, altrettanto si può dire per trasmissioni tv (come Report, Blob, Deal With It…) e per le Serie Tv. Queste ultime sono ormai da tempo negli schermi e sulle bocche di tutti. La scelta è enorme, e spesso si passano le ore su menù infiniti, indecisi su cosa vale la pena vedere.

Proprio per favorire la scelta pubblichiamo di seguito la nostra top 6:

Mad Men

Merita un posto d’onore, se non altro perché siamo riusciti a reggerla per 7 lunghe stagioni. Solitamente duro la metà. Ma questa serie é speciale. I colpi di scena sono continui, il contesto interessante, i personaggi interessanti. Provate a non innamorarvi di Don Draper e della sua vita estrema, intrisa di pubblicità (soldi), sesso e alcol.

Narcos (almeno le prime due stagioni)

La storia di Escobar é interessante di suo, portata sullo schermo con questa veemenza ancora di più. Le prime due stagioni sono quasi a sé, e se amate l’azione e le storie torbide vanno viste. Anche la versione Mexico, le altre due stagioni, valgono la pena ma sono diesel: escono alla distanza.

Mindhunter

Una serie dedicata ad un cercatore di serial killer: fa già venir voglia così, non trovate? Tratta da una storia vera, la serie americana creata nel 2017 ha unito i giudizi positivi di migliaia di spettatori.

Lost (le prime tre/quattro stagioni)

Si può considerare come la serie TV che ha sdoganato tutta l’attuale moda di…vedere serie a rotta di collo. Emozionante fin dai primi fotogrammi, nelle prime tre stagioni da il meglio di sé facendoti sentire parte di un gruppo che lotta per la sopravvivenza. Unica pecca: nelle ultime due stagioni. Ma è un must see.

Walking Dead (fino alla quarta stagione)

Io, e soprattutto Barbara, ci siamo approciati a questa serie con molti dubbi. Si parla pur sempre di zombie e nessuno di noi é particolarmente fanatico dell’horror. Le atmosfere apocalittiche che si respirano passo passo in questa serie ci hanno fatto presto cambiare idea. Da guardare con il fiato sospeso…

Gomorra

Avete presente il libro di Saviano? Ecco, questa è la trasposizione sotto forma di serie, la stessa che lanciato D’amore Nell’olimpo degli attori italiani. Personalmente l’ho evitata, ma Barbara mi ha convinto ad inserirla nella top 6.

Altre serie tv viste, e quindi valutate:

Sex Education, The Crown, Glow, Homeland, La Casa di Carta, Dark, Better Call Saul, The Dome, Bloodline, Sherlock, Prison Break, Baby, Collateral, Broadchurch, House of Cards, Il Caso Oj Simpson, The Americans, Heroes, Dexter.

Top 3: album, film, libri preferiti da MARCO PARENTE.

La Top 3 di Marco Parente, commentata.

Vi consiglio di vedere il video per avere una visione più ampia di Marco Parente e dei suoi album, film e libri preferiti. Prima di scriverli sotto vi segnalo che nel video Marco spiega approfonditamente le motivazioni delle singole scelte.

Eccole:

ALBUM

FILM

LIBRI

Leggi ora l’intervista a Marco Parente.

Intervista a Bjorn “Speed” Strid: i 20 anni di THE CHAINHEART MACHINE e i SOILWORK, ieri e oggi

di Francesco Bommartini

L’idea di intervistare la voce – e l’anima – dei Soilwork è nata pensando a The Chainheart Machine. Il secondo album della band svedese ha infatti appena compiuto 20 anni. Un periodo lungo che, per quanto mi riguarda, rappresenta esattamente quel quid di tempo che mi ha permesso di conoscere il mondo del metal. E proprio The Chainheart Machine è stato uno dei primi album che ho ascoltato.

Ricordo, e lo dico anche all’inizio della video-intervista con Bjorn Strid, quando il mio compagno di superiori e bassista dei Riul Doamnei (Fabrizio Tondini) mi prestò quel disco. Come accadeva spesso allora, lo ascoltai mentre lo registravo su una cassetta vergine. Poi ho sempre ascoltato quintalate di musica, e tantissimo metal.

La video-intervista a Bjorn Speed Strid

I Soilwork ho continuato a seguirli con molto rispetto ed un po’ di distacco. L’amore per le sonorità più dure e i casi della vita non mi hanno comunque impedito di apprezzare A Predator’s Portrait e, più recentemente, Stabbing the Drama e Figure Number Five. Ho però sempre avuto un grande apprezzamento per la vocalità di Bjorn Strid, specie nei suoi Terror 2000.

Il mio speciale sui Terror 2000 per Metal.it

Il concerto che hanno tenuto nel 2019 al Live di Trezzo sull’Adda (nel link trovate la mia recensione per Rumore) è stata come la semi-chiusura di un cerchio, di cui ho trovato l’ultima parte con l’intervista a lui, Bjorn “Speed” Strid, una delle voci più esaltanti del melodic death svedese.

Cosa ricordi del periodo in cui avete registrato The Chainheart Machine e cosa ricordi del mondo di 20 anni fa?

Wow, mmm, sto cercando di ricordare. Avevamo appena finito il tour europeo (in una specie di camper) per Steelbath Suicide e stavamo pensando a come approcciare il nuovo album. Eravamo elettrizzati, si di aver creato Steelbath Suicide che di poter fare un nuovo album e registrarlo nei celebri Fredman studio, lo studio dei sogni per ogni metallaro. In quel periodo siamo cresciuti molto velocemente come musicisti. In quegli anni City di Devin Townsend, con i suoi Strapping Young Lad, ci ha molto ispirati. Quel thrash tecnico mischiato con l’industrial, gli accordi aperti molto atmosferici, qualche ritornello…Anche noi volevamo fare qualcosa di più atmosferico, prendendo ispirazione anche dalla scena di Goteborg. Una realtà che era molto grande, anche se noi eravamo di Helsingborg. Ma volevamo comunque creare qualcosa di personale. Credo che Chainheart Machine sia thrashy ma sinfonico, nella modalità indicata da Malmsteen, come si può notare dagli assoli. Abbiamo cercato di fare qualcosa di ambizioso, di unico, di diverso. Era quello che volevamo all’epoca. Credo sia stato l’ultimo disco registrato nella location originale dei Fredman Studios. Ero molto contento del risultato.

Quanti giorni ha richiesto la registrazione?

3-4 settimane, mi pare. Sicuramente più tempo del precedente, per il quale avevamo lavorato per 2  settimane. Abbiamo cercato di avere un suono più organico. Il primo album era tutto un: “che figata! Senti questo riff che thrash, questa parte è death!”…il secondo è più focalizzato. Ricordo che per la voce io ero più sicuro di me, più veloce a cantare. La possibilità di cantare ogni giorno durante il tour di Steelbath Suicide ha fatto accadere qualcosa. Eravamo mentalmente preparati ed eccitati di poter pubblicare qualcosa di nuovo. Sono passati 20 anni, pazzesco!

Back Cover di The Chainheart Machine

Ti ricordi qualcosa di più del mondo di allora e di come lo vivevi, a 22 anni?

Non avevo (ci pensa)…oh sì, avevo solo 22 anni! Vivevo a Helsingborg, dove ho avuto il primo appartamento nel 1999. Me ne sono andato da casa in quell’anno. Ricordo un sacco di festa, chiacchierate con tanti musicisti. Ho anche registrato con i Darkane…qualche anno prima. Ascoltavamo tanta musica insieme agli altri della band. Henry Ranta (batteria) e Ola Flink (bassista) condividevano un appartamento. Mi ricordo seduto in quell’appartamento all’ultimo dell’anno. Abbiamo suonato a mezzanotte, con diversi gradi sotto zero. E’ stato pazzesco. La musica è stata una parte grande della mia vita, sempre, soprattutto allora. Vivevo in una bolla. Era tutto facile, ogni cosa. Non mi facevo domande esistenziali allora. Tutto avveniva naturalmente.

Sei l’unico membro originale di Soilwork. Ti sei tenuto in contatto con i musicisti che hanno registrato The Chainheart Machine?

Sono rimasto in contatto con Peter (Wichers). Tutto bene con lui. Nessun problema, nessuna stranezza. Non sento Henry (Ranta) da molto. Ho provato anche a scrivere un paio di volte a Ola Flink, ma non mi ha mai risposto. Non so perché. Non credo ci sia niente che non va tra noi. Credo semplicemente che si voglia lasciare alle spalle la vita precedente. Ora fa il secondino. Ha smesso con la musica, si vede che non voleva continuare. Posso anche ammirarlo. Non è sempre facile svegliarsi in un tour bus nel mezzo del nulla, senza sapere dove ti trovi. Capita sicuramente di chiedersi “cosa e perché lo sto facendo”? Non è facile stare via un mese in tour, poi tornare, poi ripartire. E non è facile far coesistere la normale vita casalinga con questo modo di vivere. E’ comprensibile una visione diversa. Spero che stiano tutti bene.

Penso che sia la reale differenza tra essere o fare l’artista…

C’è molta incertezza. Non è una vita stabile, quella del musicista. Nemmeno finanziariamente. Quando cresci e magari ti devi sposare, parlare di bambini ecc…è dura. Forse voleva qualcosa di più stabile…

Quali sono le differenze tra la composizione dei Soilwork di oggi e quelli di 20 anni fa?

Credo che gli ultimi 3 album siano molto connessi con i primi 3. Figure Number Five, Stabbing the Drama e Sworn to a Great Divide penso siano album ottimi, specie Stabbing the Drama. A quel tempo ero molto orgoglioso. Voglio essere chiaro: sono fiero di tutti, ma quei tre dischi non coincidono con quello che volevo fare con i Soilwork quando li ho fondati. Credo che gli ultimi 3 album siano più connessi con quello che voglio fare davvero. Figure, Stabbin e Sworn non suonavano focalizzati nello stesso modo. Sono molto groovy, catchy ecc. Ma i riff dei Soilwork non devono essere per forza bouncy, secondo me. Quei tre lavori sono stati influenzati dal sound americano. Molte death metal band svedesi hanno cominciato a fare tour in America in quel periodo, con un sacco di metalcore bands. C’è stato un influenzamento bidirezionale: la scena svedese ha influenzato quella americana e viceversa.

Quando è stata l’ultima volta che hai ascoltato The ChainHeart Machine e cosa ne pensi ora?

Non l’ho ascoltato per molto tempo. Credo che l’ultima sia stata quando Netflix mi ha contattato per la serie The Oa. Volevano usare una canzone da quell’album, Possessing The Angels. E’ accaduto 3 anni fa. Perché quella canzone? Perché non dall’ultimo album? Chi lo sa!

Quella è una delle più thrash dell’album…

Ricordo l’emozione di quando ho scritto quella canzone. Vivevo con i miei genitori in un piccolo paese e anni dopo Netflix mi ha chiesto proprio quel brano. Non una novità. Chi l’ha scelta dev’essere stato un fan dei Soilwork old school. Ho visto l’episodio di The Oa, il secondo della seconda stagione, se non sbaglio. Puoi sentire la canzone in sottofondo, a basso volume, con la mia voce che urla nel mezzo del brano, durante una scena molto sanguinolenta, durante un omicidio. Surreale! Mi ha dato una nuova prospettiva sulla cosa. Ho avuto la conferma che quel disco ha influenzato molta gente, soprattutto tante band metal americane. Anche Natural Born Chaos ha avuto molta influenza, un’ulteriore sfumatura direi.

Credo che anche A Predator’s Portrait sia un passaggio importante per la vostra crescita, perché siete stati in grado di unificare in un unicum aggressività e melodia. Tornando a The Chainheart Machine qual è la tua canzone preferita e il tuo testo preferito?

Wow…lasciami pensare (guarda i testi su internet). La mia preferita è Millionflame. Non ricordo esattamente il testo ma leggendo il nome ho realizzato nuovamente quanto sia connesso con quella canzone.

Millionflame live

Ricordi come è stato il tour relativo a quell’uscita?

Certo. Non abbiamo fatto un tour europeao come per Steelbath Suicide. Facevamo show nei weekend. Ricordo concerti in Belgio, in Olanda…un paio di volte con i Darkane. Erano weekend pazzi e lunghissimi! Ricordo anche live con Angelscorpse, Defleshed, Marduk, Cannibal Corpse.

Molto brutale…

Il pubblico ci urlava di andare a casa! Erano puristi del metal. Tempi interessanti. Prima che il disco fosse pubblicato andammo in Giappone.

Come fu?

Da teenager avevo volato solo una volta fino a Stoccolma. La seconda volta da Copenaghen al Charles De Gaulle di Parigi, per poi ripartire per Tokyo. Pazzesco, è stato uno dei periodi più incredibili della mia vita. “Andiamo in Giappone!”. Quando l’ho detto ai miei genitori forse hanno capito che la mia passione stava diventando una cosa seria. Siamo passati dal viaggiare in Europa in camper a suonare con Ozzy Osbourne. Poi siamo tornati in Giappone per ogni album, circa 10 volte. Si è creata una bella relazione con quel territorio, con quella gente. E ho realizzato che questa vita può funzionare. Tempi da sogno. Un sogno che diventa realtà.

Suonare gratis per aiutare la musica e i locali. La polemica contro gli EX nell’intervista a Pisani

intervista di Francesco Bommartini

Gli EX non hanno mai raccolto tanto riscontro come da quando hanno lanciato l’iniziativa “La musica guarda avanti: Band per i locali, suoniamo gratis“. Aggiungendo poi: “Se hai una band o un locale e sei interessato contattaci”. Ma che i “15 minuti di gloria” non siano necessariamente positivi lo testimonia la gravità dei commenti. “Fatela in Africa la data gratis così salvate la fame nel mondo”, “è proprio il caso che in Italia venga fatta una vera distinzione tra chi lo fa davvero per professione e chi invece è un dopolavorista che pur di suonare scrive ste cose pur di aver qualche data per saziare il proprio ego”, “Vergogna…pubblicizzare di lavorare gratis dopo mesi di disoccupazione?!”.

Quasi 300 commenti e oltre 100 condivisioni per il post incriminato

Insomma, ennesima riprova che, sui social, dire qualcosa di criticabile accende la critica sana ma pure il flame (riporto: “messaggio offensivo o provocatorio inviato da un utente di una comunità virtuale a un altro utente o all’intera comunità”). Noi siamo contrari in partenza a questa iniziativa, sia chiaro. Lo sa anche Stefano Pisani, che conosco dal 2005, quando mi portò una copia dell’album Gion Uein da recensire. L’ho poi apprezzato live con la band in vari frangenti, l’ho sempre visto ai concerti rock di altre band veronesi e sempre sentito sostenere la scena, sia a parole che con i fatti. Non è poco, in tempi in cui i social sembrano essere l’unica base per la propria credibilità.

E siccome, oltre all’iniziativa in questione, non mi piace nemmeno il linciaggio mediatico e gli preferisco l’empatia e la condivisione democratica ho deciso di intervistarlo per capire meglio e dare una chiave di lettura un po’ più approfondita, anche per eventuali critiche.

Come nasce esattamente la vostra iniziativa “La musica guarda avanti”?

Nasce dalla considerazione che il sistema musicale è costituito da vari fattori, di cui le band e i locali sono le due realtà più evidenti, spesso legate da un rapporto di amore/odio, ma di certo dipendenti l’una dall’altra. E anche dal fatto che in queste settimane viviamo tutti momenti di difficoltà, e che quando si potrà ricominciare a suonare sarà tutto diverso.

Vuoi spiegarla bene, e magari puntualizzare qualche passaggio che forse è passato sotto silenzio?

La ripresa dell’attività sarà difficile per tutti; tanti locali, magari aperti da poco, saranno in difficoltà, qualcuno non riaprirà per niente. Abbiamo sempre avuto un rapporto conflittuale con i locali, come quasi tutte le band, perché pensiamo che la musica vada pagata e il musicista rispettato. Però nel tempo abbiamo anche incontrato locali che ci hanno trattato bene.
Se qualcuno di questi sarà in difficoltà, gli regaleremo una data di riapertura, con altri gruppi che vogliano eventualmente aggregarsi. Il messaggio controverso è quello che invita altre band a fare lo stesso, perché è stato inteso come “da allora in poi suoneremo sempre gratis”. Che – giustamente – è un’eresia che non abbiamo mai contemplato.

Ti aspettavi tutto questo riscontro? Ho letto commenti pesanti…

Ovviamente no, forse il messaggio poteva essere scritto meglio…quel “suoniamo gratis” un po’ generico ha fatto alzare la temperatura; molti professionisti si sono offesi. Qualche post chiarificatorio è andato perso nel putiferio; l’impressione è che non interessi capire, quanto piuttosto condannare (ma è una modalità classica dei thread web). Con qualcuno che ci ha contattato direttamente e ci ha chiesto info siamo riusciti a spiegare meglio la cosa, anzi è stata occasione per confrontarsi su alcuni suggerimenti, ma in generale si è gonfiato un caso in cui siamo stati accusati di non rispettare il lavoro e la dignità dei musicisti.

Non credi che la gratuità sia un palliativo che spesso svaluta le singole proposte, si tratti di dischi o di live?

Come band ci siamo sempre battuti per il riconoscimento dei sacrifici e dell’impegno, per suonare sempre pagati; ma il nostro “campo d’azione” è quello dei gruppi di base, underground, un livello che gravita anche su locali specifici… raramente ci siamo incrociati con professionisti; nelle band che fanno musica propria al nostro livello non militano tantissimi musicisti di professione. La proposta era principalmente rivolta a questo tipo di band. Poi ognuno ha la libertà di accettare, criticare, confrontarsi, su questo non ci siamo mai tirati indietro. Gli attacchi e gli insulti invece non ci interessano, perché non portano da nessuna parte. Il mondo della musica è molto variegato, c’è di tutto e quasi tutto è motivo di scontro: le tribute band, le cover band, chi paga per suonare, chi suona gratis pur di suonare, chi cerca di mantenere una propria integrità e coerenza. Ma poi ognuno fa come gli pare, e questo presuppone tutti i pro e contro di una scelta libera.
I professionisti (cioè chi vive di musica) si sentono defraudati dai musicisti amatoriali, ma la musica originale (rock) è prevalentemente portata avanti proprio da questi ultimi. Chi ha ragione? Mi sembra limitante pensare che solo chi è un professionista abbia il diritto di suonare, come d’altra parte è sacrosanto che chi vive di musica abbia tutte le tutele del caso per preservare la propria professione. Non abbiamo una soluzione, cerchiamo solo di pensare al futuro. E non è un futuro dove le band sono costrette a suonare gratis.

Quali sono le criticità effettive, a tuo modo di vedere, del rapporto tra band e locali nel veronese?

Come in tutte le realtà ci sono band più o meno affidabili e locali più o meno preparati alla gestione della musica live. Lo scontro classico è tra le band che vogliono vedere riconosciuto il loro lavoro e locali che pensano solamente al profitto. Ma non tutti sono così, non è tutto bianco o nero. Per questo vorremmo supportare quei locali che hanno dimostrato sensibilità e rispetto. Da anni esistono mille difficoltà che hanno causato la sparizione di molti luoghi dove suonare dal vivo, come pure lo scioglimento di band. Ma è un sistema circolare: i gruppi non esistono se non possono suonare live, i locali non esistono se non ci sono gruppi. Ora, che la situazione di emergenza eleva tutto alla massima potenza, per noi è importante fare un gesto di supporto per un futuro con più opportunità per tutti. Lo facciamo anche con le band, cercando di valorizzare i gruppi di musica originale sul territorio. Il che non vuol dire smettere di battersi per un giusto compenso. Vuol dire dare un segnale, una tantum. Non ci vediamo nulla di male, né di catastrofico, a supportare la riapertura di un locale che lavora seriamente. L’appello alle band era questo: se c’è un locale
che vi ha trattato bene, supportatelo con una data di apertura a costo zero. Poi si ricomincerà a litigare per il giusto compenso. Secondo noi questo non danneggia nessuno, né musicisti amatoriali, né professionisti. Un locale che riapre significa anche un palco per decine e decine di band. Si può anche non essere d’accordo, ma ognuno è libero di fare la sua scelta. Certo è che in periodi eccezionali, non si può pretendere di ragionare come fosse tutto normale.

Aldilà della bontà di quanto proposto in queste situazioni si ripresenta la criticità comunicativa dei social. Non trovi che la comunicazione su questi mezzi sia spesso priva di sfumature?

Certamente sì. Sul web la regola è attaccare senza approfondire, giudicare senza sapere né fare autocritica, seguire la tendenza piuttosto che fermarsi un attimo a ragionare. Ma c’è anche la possibilità di confrontarsi, se si è disposti a mettersi in gioco.

Premio Andrea Parodi: il bando, con tutte le istruzioni per partecipare

In un momento storico dettato dall’emergenza sanitaria, l’arte e la musica devono continuare a svolgere il loro fondamentale ruolo. È con questo spirito che resta attivo il bando di concorso dell’unico contest europeo di world music, il “Premio Andrea Parodi”, disponibile su www.fondazioneandreaparodi.it ed aperto ad artisti di tutto il mondo.

L’iscrizione è gratuita. Per partecipare occorre inviare due brani non strumentali (anche già editi), che siano identificativi di un intero progetto artistico che rientri nei canoni della world music. Le finali della 13a edizione, con la direzione artistica di Elena Ledda, quest’anno sono in programma dall’8 al 10 ottobre, come sempre a Cagliari.

Di grande interesse i bonus per il vincitore, fra cui una serie di concerti e di partecipazioni ad alcuni dei più importanti festival italiani di musica di qualità nelle edizioni del 2021: dall’“European jazz expo” in Sardegna a Folkest in Friuli, dal Negro Festival di Pertosa (SA) e allo stesso Premio Parodi, ma anche in altri eventi che saranno man mano annunciati. Oltre a questo, avrà diritto a una borsa di studio di 2.500 euro. Al vincitore del premio della critica andrà invece la realizzazione professionale del videoclip del brano in concorso, a spese della Fondazione Andrea Parodi.

Le domande di iscrizione dovranno essere inviate entro e non oltre il 15 maggio 2020, tramite il format presente su www.fondazioneandreaparodi.it (per informazioni: fondazione.andreaparodi@gmail.com ).

Dovranno contenere:

– 2 brani (2 file mp3, provini o registrazioni live o realizzazioni definitive, anche già edite; indicare con quale dei due brani si intende gareggiare);

– testi ed eventuali traduzioni in italiano dei due brani;

– curriculum artistico del concorrente (singolo o gruppo);

Tra tutte le iscrizioni la Commissione artistica istituita dalla Fondazione selezionerà, in maniera anonima, da otto a dodici finalisti; i finalisti si esibiranno a Cagliari in ottobre davanti a una Giuria Tecnica (addetti ai lavori, autori, musicisti, poeti, scrittori e cantautori) e a una Giuria Critica (giornalisti). Entrambe le giurie, come negli scorsi anni, saranno composte da autorevoli esponenti del settore.

A prevalere nel 2019 è stato un gruppo multietnico, la Fanfara Station, composto da musicisti provenienti da Tunisia, Usa e Italia. Le precedenti edizioni sono state vinte nel 2018 da La Maschera (Campania), nel 2017 da Daniela Pes (Sardegna), nel 2016 dai Pupi di Surfaro (Sicilia), nel 2015 da Giuliano Gabriele Ensemble (Lazio), nel 2014 da Flo (Campania), nel 2013 da Unavantaluna (Sicilia), nel 2012 da Elsa Martin (Friuli), nel 2011 da Elva Lutza (Sardegna), nel 2010 dalla Compagnia Triskele (Sicilia), nel 2009 da Francesco Sossio (Puglia).

La manifestazione è nata per omaggiare un grande artista come Andrea Parodi, passato dal pop d’autore con i Tazenda a un percorso solistico di grande valore e di rielaborazione delle radici, grazie al quale è diventato un riferimento internazionale della world music, collaborando fra l’altro con artisti come Al Di Meola e Noa.

Partner della manifestazione sono, oltre ai festival succitati: Jazzino, Premio Bianca d’Aponte, Premio Loano per la Musica Tradizionale Italiana, Mare e Miniere, Mo’l’estate Spirit Festival, Fondazione Barùmini, Labimus (Laboratorio Interdisciplinare sulla musica dell’Università degli studi di Cagliari, Dipartimento di lettere, lingue e beni culturali), Consorzio Cagliari Centro Storico, Boxofficesardegna, Peugeot Mario Seruis Automobili.

Media partner sono Rai Radio Tutta Italiana, Rai Sardegna, Tiscali, Radio Popolare, Unica Radio, Sardegna Uno, Televisione Ejatv, Sardegnaeventi24.it, Il giornale della musica. Blogfoolk, Folk Bulletin, Mundofonías (Spagna), Petr Dorůžka (Rep. Ceca), Concertzender Nederland (Olanda).

Il Premio Andrea Parodi è realizzato dall’omonima Fondazione grazie a: Regione autonoma della Sardegna (Fondatore), Assessorato della pubblica istruzione, beni culturali, informazione, spettacolo e sport e Assessorato del turismo, artigianato e commercio; Fondazione di Sardegna; Comune di Cagliari (patrocinio e contributo); NUOVOIMAIE; SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori; Federazione degli Autori.

Per maggiori informazioni:

www.fondazioneandreaparodi.it

info@premioandreaparodi.it

fondazione.andreaparodi@gmail.com

La Verona musicale unita contro il Covid-19 con una “Canzone tra le Stanze”

di Francesco Bommartini

Un paio di giorni fa Antonio Bombara, gestore dell’Opificio dei Sensi e cantante dei Club Dumas, mi ha contattato per presentarmi un brano. Niente di stano: una canzone per un giornalista musicale. Sennonché questa traccia si chiama Canzone tra le stanze ed è più di una semplice composizione. E’ una dichiarazione di guerra al Covid-19. E per questo il caro Antonio, con cui ho organizzato tre rassegne musicale all’Opificio dei Sensi, mi ha chiesto di scrivere una presentazione. La trovate qui sotto, scritta nell’ottica di chi sente l’Opificio una parte di sè.

Vedere l’Opificio vuoto, senza gli eventi che ne hanno contraddistinto l’attività, è meglio solo di una cosa: non poterlo vedere affatto. E’ quello che sta accadendo in questi giorni di lockdown, in cui il Coronavirus sta creando emozioni difficili da equilibrare. Per favorire il processo di accettazione ed aiutarci ad avere fiducia in un futuro che speriamo vicino, i Club Dumas hanno deciso di fare un featuring enorme con musicisti e artisti veronesi che hanno contribuito alla nostra crescita culturale.

Abbiamo deciso insieme di chiamarlo “Canzone tra le stanze”, come se un unico brano potesse risuonare, e riportare la vita, negli spazi che viviamo quotidianamente. Spazi che, se chiudete gli occhi, potranno tornare ad essere il solito accogliente Opificio.

Una canzone contro il Coronavirus, il nostro ringraziamento a chi si spende a mani nude contro il fuoco. Saremo l’acqua che lo spegnerà.

In attesa di potervi ospitare, ancora e sempre a braccia aperte, nel Nostro locale.

Il brano con videoclip, a cui hanno partecipato artisti veronesi

Top 3: i preferiti da RICCARDO DE STEFANO

La Top 3 di Riccardo De Stefano, commentata.

di Francesco Bommartini

Vi consiglio di vedere il video per avere una visione più ampia di Riccardo De Stefano e dei suoi album, film e libri preferiti. Prima di scriverli sotto vi segnalo che nel video Riccardo spiega approfonditamente le motivazioni delle singole scelte.

Eccole:

ALBUM

FILM

LIBRI

Reggae hawaiano dall’Islanda: i LOLA RISING pubblicano Moving Forward

Un sorriso, dall’inizio alla fine. Questo è il risultato dell’ascolto di Moving Forward, il nuovo ep dei Lola Rising che segue l’esordio del 2016 Westward Bound. Il gruppo islandese ha molte particolarità che potrebbero attirare l’attenzione del pubblico, anche di quello generalista. Il cantante filippino Paul Medina Guevara cesella melodie pop su basi musicali reggate, circondato da fiati e suoni ampi. Se già così il risultato dovrebbe instillare curiosità, la notizia della presenza di un ukulele non passerà certo inosservata. L’ariosità delle composizioni si esplicita già dall’opener More Music. La prima volta che l’ho ascoltata mi ha colpito quanto i ragazzi siano bravi a riportare tutte le loro influenze al pop più allegro.

Una dote, visto che il pop è il genere che, per eccellenza, richiede di semplificare anche quello che può essere difficile. Questo aspetto sublima nella seconda traccia Gravity, in cui si fanno sentiere i cori femminili, ben armonizzati in tutto il disco. Il tocco hawaiano, forse proprio quello che trasmette allegria mischiato con un reggae di una dolcezza senza eguali, si respira bene nella trascinante 1943. Un altro esempio di buon pop unito con garbo alle influenze reggae, con quello stick drum di buon livello, è Strands of Oak. Gli altri due brani, tra cui la più elettrica Summer Night Dream, mantengono le coordinate e sottolineano come i Lola Rising possano veramente ambire, con le giuste strutture, ad un successo non solo di nicchia.

Contatti:

Website: https://www.lolarising.org/
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Il regalo di David Ellefson alla Croce Rossa registrato da ALESSIO GARAVELLO, italiano a Londra. Intervista

di Francesco Bommartini

Alessio Garavello l’ho conosciuto ad inizio anni 2000, quando suonava in tutto il veronese, e in mezzo mondo, con gli Arthemis. Per noi piccoli metallari di provincia erano dei semi-dei, seguitissimi. Alessio da molti anni vive a Londra e qui gli è capitato di registrare Simple Truth, singolo che il bassista dei Megadeth Dave Ellefson ha letterlamente donato alla Croce Rossa Italiana.

Un bel gesto, coadiuvato dal chitarrista veronese Andrea Martongelli, che suona fisso con Ellefson. E, come ha dichiarato in un video di recente, si sente regolarmente con il lungocrinito, e davvero mitico, bassista americano. Nella band milita anche Paolo Caridi, batterista degli Hollow Haze.

Di seguito il succo dell’intervista che ho fatto con Alessio Garavello.

Come è nata la collaborazione con Ellefson & co per la registrazione di Simple Truth? Immagino centri qualcosa il tuo amico Andrea Martongelli…

Ciao Francesco, assolutamente! Come saprai Andy e’ il chitarrista della Ellefson band e la collaborazione e’ nata lo scorso novembre, quando sono venuti in tour in Europa e Inghilterra. Conosco Andy da più di vent’anni e poco prima del tour mi ha chiesto se fossi libero per fare da bass tech a David per le due date inglesi. I ragazzi hanno poi registrato lo show di Milano e mi hanno mandato le tracce da mixare qui a Londra. Il mio primo lavoro per loro e’ stato quello! Sono stati molto contenti del risultato ed abbiamo continuato la collaborazione.

Parlami del lavoro per l’ep: di cosa ti sei occupato esattamente?

Il nuovo EP contiene 4 tracce ed io ho lavorato a 3 di esse. Per il singolo Simple Truth ed i due pezzi live ho curato reamping, mixing e mastering che ho fatto qui ai Rogue Studios di Londra. La quarta traccia e’ un mix di Max Norman tratto dal primo disco di David Sleeping Giants.

Hai qualche succoso aneddoto a riguardo delle registazioni? Come è stato condividere lo spazio con Ellefson e così grandi artisti?

Posso dirti che abbiamo bevuto mille o duemila caffe! (ride) David è stato qui un paio di giorni con Andy a fare songwriting e devo dire che l’atmosfera in studio era assolutamente fantastica. Eravamo tutti in sintonia e questo ha creato il perfetto workplace per poi continuare a lavorare in remoto. David registra le tracce di basso in Arizona, Andy al suo Diablo Studio a Verona, Thom registra in Minnesota e Paolo a Bologna. Poi mandano tutto a me e lavoriamo al resto. Devo dire che è un team fantastico e siamo tutti molto “driven” nell’ottenere il massimo possibile.
Ora stiamo lavorando al nuovo disco e siamo in contatto giornalmente

Garavello in azione.

Tu, oltre ad aver cantato per molti anni negli Arthemis, hai una tua band, gli A New Tomorrow. Che programmi hai in tal senso?

Sono stato parte di Arthemis e Power Quest per una decina d’anni assieme ad Andy ed abbiamo registrato e suonato moltissimo. Quando mi sono trasferito qui in Inghilterra ho fondato assieme ad Andrea Lonardi gli A New Tomorrow e qualche anno fa rilevato assieme i Rogue Studios.
Abbiamo lanciato il nostro debut album Universe lo scorso 8 dicembre per Frontiers Music e stiamo programmando concerti per autunno e fine anno.
Ovviamente per la situazione attuale tutto e’ stato rimandato a livello concertistico, ma stiamo lavorando al futuro. Abbiamo inoltre iniziato la stesura del nostro secondo disco!

Con chi stai lavorando in studio e quanto ti ha cambiato Londra?

Stiamo lavorando con molte band underground e più conosciute. In questo momento sto terminando il mixing del debut album dei Memories Of Old, band power metal che vede Tommy Johansson dei Sabaton alla voce. Grande disco! Sentirai… Abito in Inghilterra da 11 anni ormai e devo dirti che sono contento. Ho trovato la mia strada a livello professionale e musicale e sono felice dei risultati ottenuti! Londra e’ una città aperta a tutti e questo è sempre stato quello che mi ha affascinato, fin dalle prime volte che sono venuto a visitarla! Come ogni grande città bisogna lavorare sodo per ottenere risultati, ma mi ha dato molto e non posso che esserne grato.