Shenyang Rain, il nuovo singolo di Hans Peter Beeler (Ita – Eng – Ger)

ITALIAN

Hans Peter Beeler è un chitarrista svizzero che con il singolo Shenyang Rain ha deciso di tributare una celebrazione agli anni passati a Shanghai. Per farlo ha coinvolto la cantante italiana Ari Korona, che interagisce con la sua base blues rock, figlia anche di un continuo scambio musicale con musicisti che proprio nella città cinese avevano la loro base.

Insomma, si tratta di una specie di cartolina proveniente dall’oriente. Un mondo sempre più compenetrato con quello occidentale, che in questo brano trova un ulteriore stimolo di avvicinamento. La chitarra di Beeler disegna riff apparentemente poco pretenziosi, ma sicuramente riusciti, donando alla composizione il giusto calibro.

E forse sta proprio qui il segreto del pezzo: nell’idea di non esagerare. E potrà sembrare un limite, al primo ascolto, visto che il mondo in cui viviamo è improntato proprio all’esagerazione, alla trasgressione a tutti i costi, spesso con risultati poco entusiasmanti.

Nel brano il compositore svizzero narra di una notte passata a girare per le strade di Shenyang nel 2018. Una notte rara: quella del record di pioggia a Shenyang. Dopo un vagabondaggio per il buio il nostro eroe è riuscito a ritrovare luce e strada, tornando a riconquistare anche una serenità che sembrava compromessa dall’acqua.

ENGLISH

Hans Peter Beeler is a Swiss guitarist and with the single Shenyang Rain has decided to pay tribute to his years in Shanghai. To do this he involved the Italian female singer Ari Korona, who interacts with his blues rock base, continuous musical exchange with musicians who had their base in the Chinese city.

This is a kind of postcard from the East. A world increasingly interpenetrated with the Western one, which in this passage finds a further stimulus to approach. Beeler’s guitar draws apparently unpretentious riffs, but certainly successful, giving the composition the right caliber.

And maybe that’s the secret of the piece: the idea of ​​not overdoing it. And it may seem like a limit, at first listen, given that the world we live in is marked by exaggeration, transgression at all costs, often with unexciting results.

In the song, the Swiss composer tells of a night spent wandering the streets of Shenyang in 2018. A rare night: that of the record rain in Shenyang. After a wandering in the dark, our hero managed to find the light and the road again, returning to regain a serenity that seemed compromised by the water.

Phoenix, una rinascita composta dai Sugar Addikt

I Sugar Addikt sono un duo elettronico dell’area di Seattle. La cantante e autrice Vanessa Littrell è la paroliera e la cantante, mentre Bowman Littrell è la mente dietro i sintetizzatori e i suoni. Molto distanti da ciò che ha reso famoso questa città, il grunge, il duo si conferma eccentrico, con una combinazione madre e figlio che trasporta l’ascoltatore in una modalità di danza senza tempo.

Phoenix è il loro nuovo lavoro, che ha un arco narrativo universale che inizia dal punto più basso. Sentirsi bene, andare avanti sono i pensieri dietro alcune canzoni. “Change It” è anche un appello ad apportare un cambiamento. “Fallo smettere! Odio il suono del tuo cuore che calpesta il mio cuore “, è un desiderio per il mondo esterno di apportare il cambiamento, ma alla fine colpisce l’individuo.

In “Safe” c’è la consapevolezza che “ciò che ti fa sentire bene è in effetti buono”. Piuttosto che cercare coloro che feriranno e distruggeranno, trovare persone che nutrono ci avvicina al nostro cammino. Essere “visti e ascoltati” è la ricompensa e anche la motivazione. Passando a “New Dawn” assistiamo alla ribellione, la resistenza alle norme.

Musicalmente il duo si muove su tastiere un pochino artefatte, drum machine martellante (con i quarti in cassa) ed una dance glitterata. Si staglia su tutto la voce femminile, che inanella i significati dettati sopra, colpendo l’ascoltatore appassionato di queste sonorità. Prendere o lasciare. Il disco è prodotto da Three Penny records.

Il nuovo video di Big Dega è una dichiarazione: sono inarrestabile.

Boom, ragazzi: BOOM! Che pezzo Unstoppable, creato da Big Dega. Tanti si chiederanno, giustamente: e questo chi é? Beh, un rapper. Ma non basta. Big Dega è uno di quei rapper tosti, che, almeno in questo pezzo, non flirta con la trap imperante, ma anzi ci va giù duro. E questo non solo per quel “brutte merde” rabbioso a metà pezzo.

“In Italia se sei un tizio poco affidabile ottieni un posto da ministro” è solo una delle barre che pianta in faccia all’ascoltatore. Il nuovo singolo del rapper e producer leccese è caratterizzato da un flow cadenzato scandito da un beat ipnotico, ma quello che fa davvero la differenza è la voce dura dell’artista, ed il testo, nato durante il periodo di lockdown.

Il singolo anticipa il nuovo album ‘Reboot’: il racconto in rime di una ripartenza, un re-start concreto e deciso, che fluisce dalle nuove fonti d’ispirazione che l’artista ricerca a Bruxelles, città che l’ha accolto più di due anni fa. Nel disco, la penna e il flow di Big Dega incrociano le strade con il talento dei rapper Amir Issaa, Uzi el cuervo, Zeboh, i producer G-Hype e Rako Alma e la singer-vocalist Vee.

Il video di ‘Unstoppable’, girato nel quartiere Ixelles, è stato realizzato da Double. Un passato artistico consolidato con gare di feestyle, Big Dega nel 2012 ha pubblicato il suo primo album ‘Umore Nero’, seguito da ‘The Trueman Show’ e diversi mixtape. Se cercate roba vera, testi intelligenti e dinamiche più vicine al rap tradizionale, seppur attualizzato, dateci un ascolto. O due…

Un brano per scrollarsi di dosso un periodo difficile: On my heart è fatto in famiglia, da Pepper Gomez e Tacboy.

Pulsa “Oh my heart” di Pepper Gomez e Tacboy. E lo fa su YouTube, la piattaforma scelta da WakeUp Music Group per veicolare questo brano che incontrerà sicuramente il gusto di chi ama ballare e dimenarsi. Cosa che, peraltro, manca anche a chi, come il sottoscritto, non è mai stato addentro la vita da discoteca. Ahhh, se penso a quegli assembramenti che un tempo odiavo, oggi quasi mi eccito!

E che sia merito anche e proprio di Oh my heart? Il DJ House Ralphi Rosario è stato invitato a remixare la traccia originale da Andrew Kitchen. Il suo intervento è stato decisivo per dare una direzione alla traccia. Ma a questo ha contribuito anche Tacboy, che vi ha iniettato influenze Nu House prima assenti.

Con il mastering di Ted Jensen degli Sterling Sound, la traccia ha preso vita nelle casse delle persone interessate ad ascoltarla. “Non sapevo come sarebbe stato produrre la voce di mio figlio in ‘Oh My Heart’, ma è stata un’esperienza importante per me”, dice Pepper Gomez. “Il suo percorso è chiaro. Canta e crea melodie e testi con la stessa disinvoltura di Morrison“.

Insomma, un endorsment in piena regola. Ma anche chi, come il sottoscritto, non è particolarmente avvezzo a sonorità di questo tipo può apprezzare il risultato: “Oh My Heart” suona fresca, ritmata e vitale, e tanto basto. O meglio no: uscirà ovunque il 30 aprile 2021 su Wake Up Music Group, con distribuzione di Onerpm.

Pepper Gomez

Check it out!

Il rap sperimentale di CLEM DE LA CREME nel nuovo EP ‘LOVEDOWN’

Il 2 aprile 2021, l’artista hip-hop e rap di Chicago Clem De La Creme ha pubblicato il suo secondo EP, “Lovedown“. Il suono provocatorio ed eclettico di Clem è stilisticamente radicato nell’hip-hop ma si ribella ai confini del genere, incorporando tocchi di lounge, chillwave, jazz, pop e R&B futuristico. Alternativamente aggraziato e vertiginoso, dolce ma eccitato, “Lovedown” tiene all’erta l’ascoltatore su ogni traccia.

Con il singolo principale “I Just Wanna See You” – con la melodia influenzata dal carnevale e accompagnata da tonfi di linee di basso e i versi veloci di Clem in inglese e spagnolo – l’album di 8 tracce esplora i momenti emotivi in relazioni che parlano della bellezza della vita.

“Chiunque sia mai stato innamorato sarà in grado di relazionarsi e apprezzare questo album e sentire quel senso di speranza. La traccia finale termina in nota elevata, ricordandoci che siamo tutti benedetti e che non abbiamo bisogno di cambiare o essere qualcuno che non siamo per accontentare qualcun altro. ”

Scritto, prodotto e registrato tra Shanghai, Londra e Chicago negli ultimi cinque anni, Clem mostra la volontà di avventurarsi in diverse trame sonore, riferimenti culturali e linguaggi, un patchwork ferocemente globale, davvero unico.

Con un drammatico retroscena dietro ogni traccia e paesaggi stranieri che ti trasportano in un altro luogo (il progetto ha viaggiato dalle Americhe all’Asia all’Europa), “Lovedown” fornisce un ascolto ricco come il suo percorso di produzione. La narrazione è destinata a rimanere per molto tempo dopo la fine dell’album.

“LOVEDOWN” è ora disponibile su tutte le piattaforme di streaming.

Ascolta ora tramite Soundcloud

Stupefacente e libero: il disco di Soul Rolled Fox

Inizia con una chitarra acustica – che si staglia su un rumore d’ambiente che dà subito idea di vita – il nuovo lavoro di Soul Rolled Fox, nome dietro cui si cela il siciliano Vito. E si cela anche una creatività inaspettata, che le prime note mettono in chiaro, con qull’alternarsi tra basso e chitarra, con una vocalità che in alcuni tratti ricorda la voce vissuta di Eddie Vedder.

Al termine dell’ascolto delle sette tracce contenute in questo Did you get any of that? è difficile definire univocamente un genere. Ma questo è un vantaggio, di questi tempi, almeno per chi ha orecchio per apprezzare la libertà compositiva. Perché questa caratterizza il lavoro, tra le parti jazzate dell’opener, le tastiere profonde di Clouds e l’approccio cantautorale (e battistiano) di Ultimo Incontro.

Che, peraltro, presenta un bel testo, che quasi fa dispiacere di non poter godere di altre canzoni in italiano a parte Estate, essendo l’inglese l’idioma principale per questo lavoro. Non ha timori Soul Rolled Fox a proporre all’ascoltatore quello che più sente scorrere dentro di sè. E così ecco anche cori femminili, fill solisti gradevoli, arpeggi e parti più ritmate.

Dopo splendide arie e melodie la fine stupisce ulteriormente. L’ultimo brano infatti è…un rap, in stile americano, ma con una chitarra elettrica clean che crea un effetto riuscito. C’era da aspettarselo, forse, da una mente tanto libera. Ma anche così si resta inebetiti dalla bravura di questo siculo che non ha paura di sfidare i venti contrari, portando un’effettiva boccata d’aria fresca con sè.

Bravo!

I migliori dischi dei Valkiria

di Matteo Roncari

Torniamo per un attimo a parlare delle band nostrane con i VALKIRIA, band capitanata dal mastermind Valkus, il quale affonda le proprie radici proprio nel gothic doom a me caro.

Ma non solo, Valkus ha dimostrato la propria versatilità e la propria profonda ispirazione sciorinando capolavori anche con altri progetti, talvolta attingendo a sonorità care alla scena post rock/showgaze (INADRAN e 41 CHAINS), talvolta al black primordiale ancestrale ed al folk con forti richiami alle tradizioni popolari lucane (ODE).

Scoperti per la prima volta grazie a “Here The Day comes” uscito per Bakerteam records, da subito le vibrazioni dell’album mi hanno riportato alle stesse sensazioni avute ascoltando gruppi come Novembre, Paradise Lost e primi Katatonia.

Grazie alla vicinanza ho potuto anche conoscere di persona Valkus che mi ha mostrato una sensibilità non solo artistica ma anche umana.

1 – HERE THE DAY COMES

Per me è il capolavoro della band, sia come concept sia musicalmente parlando: le atmosfere disegnate dalla chitarra vengono impreziosite dal lavoro di Giuseppe Orlando dei Novembre alla batteria.

Un disco che descrive come trascorre un giorno di malinconia, dall’alba alla sera, con melodie e liriche riflessive ed angoscianti e con un lavoro vocale che passa da parti accennate a parti più aggressive grazie al growl dello stesso Valkus.

Ottima la prova anche di Mike alla chitarra ritmica.

Splendido il pezzo d’apertura “Dawn” così come “Afternoon”, i picchi in assoluto.

Un disco riuscito in toto, prodotto in maniera impeccabile, con un sound fresco anche a distanza di anni e ben rappresentato anche da un artwork intrigante.

2 – EPIKA

Valkus ha deciso dopo la pubblicazione di “Here the day comes” di riregistrare i dischi passati dei Valkiria in modo che tutti potessero fruirne maggiormente.

Proprio per tale motivo rimasi piacevolmente colpito quando riuscii a mettere le mani sulla nuova versione di Epika, un album influenzato dalla mitologia nordica e da tematiche fantasy.

Da un punto di vista delle sonorità e del concept scelto siamo certamente distanti rispetto al sopra citato “Here the day comes”: vero i richiami al gothic doom permangono ma i suoni in questo caso, grazie anche all’utilizzo delle tastiere in pieno stile Summoning, enfatizzano richiami al black atmospheric metal.

Da ascoltare assolutamente la title track, ma anche brani come “Efadir”, “Ismather” e “Fellen Sghard”, in grado di avvolgere l’ascoltatore fino ad immergerlo in paesaggi fantastici ed immaginari.

3- INADRAN (DEHANRAST)

Vero, sto parlando dei VALKIRIA, ma in questo caso non potevo certo tralasciare questo album d’una bellezza unica: siamo lontani dalle proposte musicali sopra citate in quanto Valkus ha deciso di pubblicare sotto il monicker INADRAN un album legato al post-rock/showgaze in stile God is an astronaut.

Siamo pertanto di fronte ad atmosfere e linguaggio onirici dove la chitarra (acustica e distorta) dialoga sapientemente con note di pianoforte e con un’effettistica ragionata e mai banale.  

“Ad libitum”, “Hendalion”, “Vediovis” e la splendida “Astronascente” rendono l’album d’impatto e consegnano al genere un gioiello, un lavoro di altissimo livello e qualità.

La canzone dedicata al vaccino anti covid-19 dall’americano Darrell Kalley

Il cantante, compositore e imprenditore Darrell Kelley è nato a Boston, nel Massachusetts. È un artista, cantante, cantautore, attivista sociale, leader spirituale, autore e imprenditore. Dove prevale l’ingiustizia, Kelley è noto per precipitarsi a capofitto nella lotta, per cercare giustizia, comprensione, accettazione e unità per tutti. Ha iniziato la sua carriera come artista di registrazioni Gospel.

Alla fine, senza soluzione di continuità e con successo, ha fatto il crossover ai formati di genere radiofonico R & B / Hip-Hop contemporanei. Le sue canzoni affrontano argomenti sia secolari che recenti, non solo con una profonda intuizione ma spesso con umorismo. Il messaggio dietro la musica di Darrell Kelley ispira gli altri, tocca i cuori, nutre l’anima e influenza le vite per il meglio.

Darrell Kelley ha appena rilasciato un nuovo pezzo, intitolato semplicemente “Vaccine”, che saluta l’attuale disponibilità del rivoluzionario vaccino anti Covid-19. Ora sembra che il mondo stia finalmente voltando l’angolo e guadagnando terreno nella guerra condotta contro il mortale virus. Mentre “Vaccine” elogia gli sforzi coinvolti nella creazione di questo nuovo farmaco miracoloso, la canzone di Darrell Kelley non solo fa emergere la continua diffusione di disinformazione che ha accompagnato il suo rilascio, ma anche l’ormai apparente disparità tra le linee razziali ed economiche che ha ostacolato e rallentato la sua disponibilità negli Stati Uniti.

I migliori dischi dei DARK LUNACY

di Matteo Roncari

Nella scena heavy metal è curioso che tra i miei gruppi preferiti di sempre molti di essi siano italiani e non ne faccio solo una questione prettamente musicale ma anche e soprattutto una questione di punti di interesse, sensibilità ed argomenti trattati.

Nelle bands italiane c’è chi ha menzionato infatti  argomenti storici e riferimenti letterari: per tale motivo citare i parmensi DARK LUNACY mi riempie d’orgoglio. E’ fuori discussione quale sia il loro lavoro più celebrato e significativo: per i fan e per il sottoscritto DEVOID rappresenta in toto la loro essenza.

Mi avvicinai alla band proprio grazie a quell’album e ad una recensione su Metal Shock datata oramai primi anni 2000;  acquistai il disco solamente a Maggio 2002, troppe le uscite importanti in quel periodo e troppo pochi i soldi che avevo messo da parte: tant’è, si apprezzano i dischi anche perché ci si ricorda dei sacrifici fatti per poterli acquistare.

1- DEVOID

Non ci sono parole, bisognerebbe solamente accendere il lettore e farsi travolgere: ricordo che assimilai il disco ascoltando “Stalingrad”, un pezzo meraviglioso.

Piano piano ogni brano si è fermato, prima in testa e poi nel cuore: “Dolls”, “Forlorn”, “Cold Embrace”, “December”, ogni pezzo ha una sua struttura, una sua melodia, un suo lirismo che dona all’ascoltatore la sensazione d’un disco perfetto in ogni suo punto.

Lo sposalizio tra i riffs votati all’heavy metal, gli archi e l’utilizzo dei cori rimane infatti unico nel suo genere; anche l’intermezzo strumentale “Devoid” assume un significato preciso ed una collocazione specifica.

Da citare anche “Fall” e “Take my cry”, ogni volta che l’ascolto non vorrei mai finisse. Splendido anche l’artwork ed il video che uscì per il brano “Dolls”.

2- THE RAIN AFTER THE SNOW

Al secondo posto nella mia personale classifica c’è proprio l’ultima fatica griffata Dark Lunacy e datata 2016.

Il motivo è dato dal fatto che la band ha affrontato un percorso non solamente storico ma anche basato su citazioni letterarie, costruendo pezzi in grado di rilasciare trasporto con gradualità: nei precedenti album infatti tante erano state le citazioni musicali legate ai canti dell’Armata Rossa che davano un impatto immediato a livello emotivo e sonoro ma che andava calando procedendo con gli ascolti.

Tra i pezzi che amo di quest’album sicuramente la title track, che segna un netto ritorno alle origini, ma anche “Gold, rubies and diamonds”, che cita apertamente “Il principe felice” di O.Wilde o “Tide of my heart”, legata alla storia d’amore tra Rainer Maria Rilke e Marina Ivanova Cvetaeva.

3- FORGET ME NOT

Sulla carta è il secondo disco dei parmensi, nella mia personale classifica sono costretto ad inserirlo al terzo posto nonostante la presenza di brani bellissimi e molto intriganti.

Fuori discussione sono pezzi come “Fragile caress”, “Through the non-time”, ma anche pezzi come “Die to reborn” e “Defaced” uscite qualche anno prima in uno split album insieme ai marchigiani Infernal Poetry.

Da un punto di vista musicale credo sia stato molto complicato replicare un album veramente perfetto come “Devoid”: in “Forget me not” c’è tuttavia un utilizzo maggiore di archi ed una sperimentazione sonora che lo rendono ai miei occhi (ed alle mie orecchie) ancora un must assoluto.

Spiace a tal proposito non citare anche gli altri tre dischi rimasti fuori da questa classifica e che comunque tengo a ricordare: “The diarist”, “Weaver of forgotten”, “The day of victory”.

FATE di Adolfo Garcia: i suoni eterei in barba alla durezza di questo periodo

Un respiro profondo. Anche due. A questo serve – anche – Fate, brano del musicista Adolfo Garcia. Solo musica, solo chitarra e synth. Less is more, in questo caso più che mai. Tutto è suonato dal musicista di San Antonio, città più conosciuta per il basket (Nba) che per altro. Quantomeno in Italia. Bibio, Sting e Tycho sono alcune delle influenze messe in campo dal nostro.

Il rock esce da questa traccia, nonostante sia tendenzialmente morbida. Ma il flavour fa la differenza, l’intenzione è sentita. E questo nonostante il lavoro sia stato fatto tutto in uno studio casalingo. Tipo di questione che in passato non era così comune ma che ormai è divenuta la norma, specie tra i musicisti underground. Ma se sia le chitarre che le tastiere, così come l’amalgama generale, ne escono così…beh, perché no?

Peralto, come da indicazione dello stesso Adolfo Garcia, Fate è un brano registrato in un giorno, un buona la prima. Ma non sono forse l’irruenza dei Sex Pistols, e certe imprecisioni di quando si registrava su nastro, ricordate ancor oggi con nostalgia. Ordunque, ci può stare, così come ci sta questo gusto strumentale. Molto semplice, intendiamoci, arpeggi ed effetti, ma efficace.

Se cercate Steve Vai ovviamente non è questo il progetto che fa per voi. Se invece avete intenzione di immergervi, magari mentre scorre la vostra quotidianità, in atmosfere ideali anche per concentrarvi sul lavoro, piuttosto che in altre situazioni, potreste ritrovarvi cullati da un andamento lento e morbido, avvolgente. Proprio come le coperte di un letto caldo quando fuori infuria la bufera…

E nell’omonimo album ne trovate addirittura 9, di coperte.