Uscire dal Lockdown con un progetto riuscito? Si può

Un dj di Amsterdam e 2 rapper dagli UK, durante il Covid si chiudono in uno studio e ne escono con un brano fatto e finito. Non é una barzelletta – come potrebbe sembrare in Italia – ma la realtà dei fatti, o quantomeno quella di Tripocules. Dame1 e Rich Kenny sono invece i rapper, e Markeyzz il pianista olandese che da un tocco in più ad un brano riuscitissimo.

Il pezzo in questione s’intitola Little e fa della base ritmata e, appunto, delle rime del duo rap d’oltremanica il suo punto forte. Non vi troverete, attenzione, al cospetto di un approccio analogico alla musica, tutt’altro. Se però apprezzate il clubbing, o comunque una modalità piu’ in linea con gli ascolti odierni, potreste apprezzare.

Tornando all’incipit, aldilà dei gusti, trovo splendido che la musica possa tornare a pompare le casse di un qualsiasi posto nel mondo. Non dobbiamo fare uno sforzo enorme per ricordarci che il vicino lockdown ha messa a tacere tutto. E’ stato un anno orribile, e quindi benvenga l’attività di questo dj olandese che, nella produzione comune con due rapper, ha travalicato i confini.

Un modo di agire che riguarda anche la musica stessa contenuta in questa canzone. Sì perché, se non è certo una novità, comunque sentire una base club style con sopra le voci ritmate ed il flow di due rapper di un’altra nazionalità non è comunque scontato.

I migliori dischi dei Valkiria

di Matteo Roncari

Torniamo per un attimo a parlare delle band nostrane con i VALKIRIA, band capitanata dal mastermind Valkus, il quale affonda le proprie radici proprio nel gothic doom a me caro.

Ma non solo, Valkus ha dimostrato la propria versatilità e la propria profonda ispirazione sciorinando capolavori anche con altri progetti, talvolta attingendo a sonorità care alla scena post rock/showgaze (INADRAN e 41 CHAINS), talvolta al black primordiale ancestrale ed al folk con forti richiami alle tradizioni popolari lucane (ODE).

Scoperti per la prima volta grazie a “Here The Day comes” uscito per Bakerteam records, da subito le vibrazioni dell’album mi hanno riportato alle stesse sensazioni avute ascoltando gruppi come Novembre, Paradise Lost e primi Katatonia.

Grazie alla vicinanza ho potuto anche conoscere di persona Valkus che mi ha mostrato una sensibilità non solo artistica ma anche umana.

1 – HERE THE DAY COMES

Per me è il capolavoro della band, sia come concept sia musicalmente parlando: le atmosfere disegnate dalla chitarra vengono impreziosite dal lavoro di Giuseppe Orlando dei Novembre alla batteria.

Un disco che descrive come trascorre un giorno di malinconia, dall’alba alla sera, con melodie e liriche riflessive ed angoscianti e con un lavoro vocale che passa da parti accennate a parti più aggressive grazie al growl dello stesso Valkus.

Ottima la prova anche di Mike alla chitarra ritmica.

Splendido il pezzo d’apertura “Dawn” così come “Afternoon”, i picchi in assoluto.

Un disco riuscito in toto, prodotto in maniera impeccabile, con un sound fresco anche a distanza di anni e ben rappresentato anche da un artwork intrigante.

2 – EPIKA

Valkus ha deciso dopo la pubblicazione di “Here the day comes” di riregistrare i dischi passati dei Valkiria in modo che tutti potessero fruirne maggiormente.

Proprio per tale motivo rimasi piacevolmente colpito quando riuscii a mettere le mani sulla nuova versione di Epika, un album influenzato dalla mitologia nordica e da tematiche fantasy.

Da un punto di vista delle sonorità e del concept scelto siamo certamente distanti rispetto al sopra citato “Here the day comes”: vero i richiami al gothic doom permangono ma i suoni in questo caso, grazie anche all’utilizzo delle tastiere in pieno stile Summoning, enfatizzano richiami al black atmospheric metal.

Da ascoltare assolutamente la title track, ma anche brani come “Efadir”, “Ismather” e “Fellen Sghard”, in grado di avvolgere l’ascoltatore fino ad immergerlo in paesaggi fantastici ed immaginari.

3- INADRAN (DEHANRAST)

Vero, sto parlando dei VALKIRIA, ma in questo caso non potevo certo tralasciare questo album d’una bellezza unica: siamo lontani dalle proposte musicali sopra citate in quanto Valkus ha deciso di pubblicare sotto il monicker INADRAN un album legato al post-rock/showgaze in stile God is an astronaut.

Siamo pertanto di fronte ad atmosfere e linguaggio onirici dove la chitarra (acustica e distorta) dialoga sapientemente con note di pianoforte e con un’effettistica ragionata e mai banale.  

“Ad libitum”, “Hendalion”, “Vediovis” e la splendida “Astronascente” rendono l’album d’impatto e consegnano al genere un gioiello, un lavoro di altissimo livello e qualità.

I migliori dischi dei NOVEMBRE

di Matteo Roncari

Quando elenco i dischi che più hanno avuto influenza nella mia vita, qualsiasi band essa sia, amo associare le atmosfere create dalla musica ai ricordi, alle esperienze, agli stati d’animo. Parlare di una band come i NOVEMBRE per me non è affatto facile, tante sono le emozioni che ciclicamente si susseguono.

Scoperti per la prima volta nel 1999 mentre sedicenne mi trovavo in gita a Roma,  acquistai “Classica” alla oramai Ricordi vicino Piazza di Spagna. Fu amore a primo ascolto: non solo le musiche ma anche i testi mi catturarono, e se a distanza di decenni nel mio lettore cd questo disco gira ancora qualcosa vorrà pur dire.  

La parola chiave che mi lega a queste sonorità, a questi testi è una sola: empatia. Ho sempre creduto, e tuttora credo, che, con la loro musica, i Novembre siano riusciti ad esprimere ciò che io realmente sentivo dentro.

Ecco la mia top della discografia dei Novembre.

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1- CLASSICA

E’ il disco a cui sono più legato, che mi ha fatto scoprire la band e che ho sviscerato in ogni sua forma: dalla grafica alle melodie, dai riffs agli assoli fino ai testi, vere e proprie poesie. Pezzi duri e feroci come “Cold Blue steel” o “Tales from a Winter to come”  o “L’epoque noire” , così come altri più dilatati e sognanti come “Nostalgiaplatz” e “Foto blu infinito” rimangono veri e propri capisaldi e raccontano emozioni autentiche che profumano di vissuto.

Ancora oggi quando riascolto l’album riesco a guardarmi indietro e vedere quel ragazzo sedicenne che si affacciava alla vita carico di sogni e speranze.

2- ARTE NOVECENTO

Da un punto di vista musicale è l’album che precede “Classica”; nella mia classifica personale dei dischi della band sono costretto a metterlo al secondo posto solo per il fatto che l’ho scoperto più tardi. Rispetto al suo successore ho sempre trovato “Arte Novecento” meno immediato e più ragionato, nella sua interezza molto diverso, intriso di dolore ed intensità.

“Pioggia… January tunes”, “Carnival”, “Worn Carillon”, “Remorse”, ma anche la cover dei Depeche Mode “Stripped” rendono questo disco unico ed obbligatorio l’acquisto.

3- WISH I COULD DREAM IT AGAIN / DREAMS D’AZUR

Metterei sullo stesso piano sia “Wish…”, il primo vero disco della band, sia “Dreams d’Azur”, ovvero la sua riregistrazione. La sensazione che ho avuto e che mi ha sempre stupito è la sua difficoltà e ricercatezza musicale, la maturazione compositiva e la sensibilità dei giovani membri della band che emergeva in modo squisitamente singolare e che si rifletteva in pezzi come “The dream of the old boats”, “Novembre”, “Sirens in filth”.

Un disco che io considero molto “Mediterraneo” e che mi riporta ai mari dorati del sud Italia.

4- NOVEMBRINE WALTZ

Quando uscì questo album ricordo che si sprecarono i paragoni con gli svedesi Opeth anche se, personalmente parlando, io ho sempre trovato le due band sostanzialmente distanti tra loro. Trovai un album che mi colpì subito per la sperimentazione (Everasia),  l’evoluzione naturale delle sonorità di Classica e la cura delle melodie (Come Pierrot, Conservatory Resonance, Venezia Dismal), così come il richiamo alle proprie origini (Child of the twilight).

Spiace inserirlo al quarto posto ma non si poteva fare altrimenti dal momento che i primi tre restano capolavori indiscutibili.

5 – THE BLUE

Al quinto posto inserisco “The blue”:  lo reputo come il disco della consacrazione della band, sia a livello sonoro sia a livello compositivo. Ricordo che uscì un po’ in sordina, un solo anno dopo “Materia” e me ne innamorai nonostante gli echi dei dischi precedenti.

Ancora oggi le melodie di pezzi come “Iridescence”, “Cantus Christi”, “Cobalt of March”, “Nascence”, “Zenith” rimangono di valore assoluto.

Fuun, da Monaco il gruppo giusto per il momento giusto, tra psych e post-grunge. Recensione e intervista.

domande di Francesco Bommartini

Il nome del vostro nuovo album è Past. Quali sono le principali differenze con gli altri?

Innanzitutto grazie per l’intervista. È un piacere conoscerti. Il nostro stile era ispirato al rock e al post-grunge. Era un suono piuttosto diretto con la configurazione standard della rock band. Oggi siamo persone di mentalità aperta che amano sperimentare con i suoni di qualsiasi tipo. Siamo curiosi di strumenti che non ci sono familiari, o anche del suono di corrimano nella nostra tromba delle scale. Durante il Covid un chitarrista ha lasciato la band, quindi ora siamo in quattro e ci siamo dovuti muovere prima del Covid. Non meno importante, per creare il nostro ultimo capolavoro ci sono voluti 7 lunghi anni, quindi le storie dietro le canzoni sono ispirate da eventi accaduti molto tempo fa.

Come approcciate la fase compositiva?

Iniziamo suonando insieme, poi la struttura si evolve, e i testi vengono scritti. Quando finalmente siamo decisi su ogni dettaglio, registriamo la canzone. Quando Julian non era ancora nella band e non avevamo uno studio, registrare è stato molto difficile. A quel tempo, pensavamo che una canzone fosse finita dopo la registrazione. Ma non è così. Particolarmente durante il Covid abbiamo beneficiato molto delle possibilità di vivere insieme e di avere il nostro studio a casa, e dell’esperienza di Julian come produttore…e panettiere. Potremmo davvero lasciarci andare alla deriva e sperimentare suoni, arrangiamenti ed effetti diversi. Questa per noi è stata una nuova esperienza.

In che modo pensate di promuovere l’album?

Il Covid ci ha costretti a fare affidamento su una strategia esclusivamente online. Il marketing online ha un vantaggio: puoi raggiungere tutti, non solo gente del posto. Quindi abbiamo pensato: perché non andare in tutto il mondo? Abbiamo già ricevuto alcune recensioni internazionali e siamo curiosi di sentire cosa si dice in Italia. Non appena il Covid lo permetterà vogliamo andare in tour. Ci piacerebbe suonare anche in Italia! Inviateci un’e-mail e lo faremo accadere, di sicuro.

Avete un suono originale. Quali sono gli elementi che lo adattano e avete dei segreti?

Il nostro suono è composto da voci femminili e maschili, equamente rappresentate, accompagnate da un coro a più voci di accordi. Stiamo quindi cercando gruppi di cori locali che si uniscano a noi nel nostro tour dal vivo. Inoltre, abbiamo usato un sacco di strumenti nel nostro album, inclusi violino, violoncello, Fender Rhodes, chitarre, un Framus a 12 corde di 60 anni, 3 bassi, innumerevoli strumenti a percussione come flex-atone e kalimba. Abbiamo utilizzato sintetizzatori vintage Moog, Korg e Yamaha. In studio, abbiamo un’ampia selezione di amplificatori per basso e per chitarra e abbiamo utilizzato un’ampia gamma di effetti sonori psichedelici (tutto ciò che lo studio aveva da offrire e anche di più). SENZA LIMITI. Consiglio speciale del nostro bassista: il pedale Cockfight è il miglior fuzz.

Come avete vissuto con il Covid nel 2020?

Per fortuna ci siamo trasferiti a vivere insieme sei mesi prima del Covid. Solo il nostro batterista vive a poche miglia di distanza, quindi possiamo continuare a suonare insieme e lavorare sugli album. Dopo che tutti i nostri spettacoli sono stati cancellati abbiamo trasmesso in streaming diversi concerti dal nostro soggiorno. Anche il nostro il batterista era connesso dal vivo tramite Skype. In autunno, quando il numero di infezioni diminuiva, ci è stato permesso di suonare un piccolo concerto con un numero limitato di spettatori, che è stato anche trasmesso in streaming. È stata una notte unica per noi. I punti salienti si possono venere sul nostro canale YouTube e sito web. Abbiamo anche pubblicato il singolo Grey Cold Rabbit, abbiamo lavorato duramente sull’album e l’abbiamo terminato l’ultimo giorno dell’anno. Nel frattempo coltivavamo verdure, imparavamo a fare il pane e la pizza e facevamo amicizia con polli e anatre nel nostro giardino, che abbiamo adottato durante la pandemia. Non c’è niente di meglio che rilassarsi guardarli sgranocchiare tutto il giorno.

Fuun live im Backstage Club | Emergenza 2020 | 1st Step No.4 | 28-2-2020 | ?? Tobias Tschepe

Vivete a Monaco. Com’era la scena musicale lì prima di covid?

Abbiamo suonato concerti indimenticabili a Monaco di fronte a folle fantastiche, e ne siamo incredibilmente grati. Speriamo davvero che molti live club sopravvivano a questi tempi difficili e che saremo in grado di suonarci in futuro. La musica è una parte così importante della cultura, si connette con persone a un livello molto personale ed emotivo. Questo non deve morire!

In che modo vivete i vostri concerti?

Preferiamo andare al concerto con i mezzi pubblici. Sul palco, la libertà è la cosa più importante per noi. Ecco perché suoniamo in arrangiamenti sciolti, con spazio per improvvisazione, assoli e realizzazione di idee spontanee insieme. Abbiniamo la nostra configurazione individualmente a ogni luogo, dalle piccole sessioni acustiche a quelle uniche e soffiate up performance, paragonabili a una produzione in studio. Miriamo al suono perfetto per ogni canzone: batteria reale, 2 chitarre elettriche e 2 acustiche con grande pedaliera, basso, 3 voci con effetti vocali, una tastiera, un flauto e tante piccole percussioni. Un concerto con FUUN è sempre una festa. Dopo lo spettacolo, festeggiamo molto con i nostri amati fan. Normalmente siamo tra gli ultimi a lasciare il club. I video diari possono essere trovato su Instagram: @fuunology.

Cosa volete fare in futuro?

Come detto prima, miriamo al dominio del mondo. Inoltre, vorremmo che tutti gli umanoidi fossero amichevoli con il nostro pianeta! Vorremmo adottare un altro simpatico amico pollo. Vogliamo che la nostra musica venga ascoltata ovunque. Dopo il miglioramento genetico di tutti gli umanoidi e la sconfitta di Covid, vorremmo suonare molti spettacoli, vedere il mondo intero e soprattutto fare uno spettacolo in una fattoria biologica in Italia. E vogliamo la pace nel mondo!

Recensione

di Francesco Bommartini

Hanno una strana vivacità i Fuun. Quasi sorprendente, per un periodo così buio. E allora benvenga Past, album che a dispetto del titolo s’incunea nel presente con una freschezza salvifica. La produzione è dinamica, e sottolinea alcune sfumature che la loudness spesso nasconde. Qui invece i tocchi surf e gli arpeggini lisergici, ad esempio dell’opener Loss of time, si sentono, eccome!

Le trovate sonore, forse, sono proprio la cosa più simpatica, e gradevole, degli 11 brani che questi tedeschi, di Monaco, hanno da offrire. Inizialmente nati come band post-grunge, i Fuun hanno ora sviluppato un proprio genere. Ispirato a Pixies, Alt-J, Radiohead, Alice in Chains, ma pure ai The Beatles, con tocchi King Gizzard. Diciamo che è più semplice, e diretto, l’ascolto della descrizione.

Tralasciando l’inquietante vocalità di Lola, che ricorda davvero quella di Cobain, i Fuun sono uno splendido progetto che, ne sono certo, on the road dà il meglio. Lo suggeriscono le stesse dinamiche di cui vi parlavo sopra. E questi inizi di canzoni spesso stranianti, con bassi che sembrano messi lì in modo casuale, quasi da jam, ma invece hanno senso.

La varietà porta l’ascoltatore fino in fondo alle 11 canzoni dell’album con leggerezza. Niente male, visto che viviamo in un mondo in cui l’overload informativo – e musicale – la fa da padrone. E poco male se uno dei cantanti ricordi Cobain – succede anche in Notabomb – visto che Genoveva Dünzinger riequilibra perfettamente, sublimando l’effetto psych.

ALIAS WAYNE fa centro con il terzo album FIREBRAND, nella polverosa America texana

Alias Wayne è un divertente progetto collaterale del cantautore Ranzel X Kendrick. Firebrand è il terzo album, o forse sarebbe meglio dire ep, che esce a nome Alias ​​Wayne, dopo Snafu (2019) e Faux Pas (2020). Una serie di pubblicazioni molto ravvicinate che mantengono inalterata una forza comunicativa, sotto forma di rock.

Sembra insomma che l’americano, figlio unico dei genitori della famiglia del Texas, abbia trovato una valvola di sfogo che, aggiungo, non è indifferente. Sorprende la freschezza del progetto nel proporre una musica che nasce proprio nella polvere di quei posti. Un country-rock che, specie in brani come Joan of Ottawa, dimostra di brillare.

La passione di Ranzel X Kendrick per la musica è iniziata nella scuola elementare quando il vincitore dei Grammy e la leggenda del Country Western Roger Miller ha iniziato a dare consigli sulla composizione. E anche in quest’album confluiscono chitarre soliste e vocalità calde, sezioni ritmiche semplici ma non semplicistiche.

I ritmi appena sghembi di Fixin to Die Rag sono solo un’altra variazione ad un tema riuscito. In cui entrano sì chitarre, ma anche tastiere. E la voce del nostro, ispirata. Alias Wayne ha fatto centro. Nel suo mondo, piccolo se volete, ma caratteristico.

Atmosfere leggiadre e retrò per MOOD SWINGS, l’ep di AMANDA. Che accarezza il pop senza vergogna.

Mood Swings parla di trovare conforto nei momenti spiacevoli, nutrendo quelle sensazioni che vorresti durassero per sempre. L’EP, composto di 6 canzoni, è creatura di Amanda. Ballate intrise d’amore guidate da voci mai sforzate caratterizzano il lavoro, con suoni che ricordano la fine degli anni ’80 e ’90. Una miscela Alt-Pop con una produzione di RnB che, infine, approda al mainstream pop.

Amanda non è una sconosciuta. Per rendersene conto ci sono i numeri su Spotify ma pure la sua storia. Nata in un piccolo villaggio nel nord dell’Inghilterra con una popolazione di non più di 50 residenti, Amanda ha trascorso tutta la sua infanzia nella fattoria di famiglia. Ora si trova a Los Angeles, ha firmato una società di produzione vincitrice del Grammy Award e ha collaborato con artisti e produttori dietro artisti come Ariana Grande, Beyonce, Justin Bieber, Alicia Keys e Chris Bro.

Un salto triplo carpiato, insomma, che trova ulteriore testimonianza tra le trame di questo ep, con atmosfere che fanno ambiente. La voce di Amanda vi si innesta con voci anche filtrate, a volte, ma in cui traspare sempre un grande controllo. E non si parla solamente di aspetto tecnico, ma proprio emozionale. Quindi un valore aggiunto, che a questo lavoro dà un senso. Seppure derivativo, valido.

Intervista a MAX STEFANI: 34 anni di MUCCHIO tra “critici sfigati”. E su SCANZI…

La video-intervista a Max Stefani

Un ep di 1 brano da 20 minuti, tra atmosfere languide e funk: ecco AS IS di NAJEE JANEY

Si muove a passo leggiadro tra R&B e rap Najee Janey. L’amore per la musica gli è nato durante l’adolescenza mentre guardava suo padre suonare una vasta gamma di musica. La stessa che caratterizza la sua offerta: zouk, jazz, funk e latinX.

Il cantante, cantautore, rapper e poeta di Roxbury, sta appena iniziando a ritrovarsi musicalmente e sta spingendo il suo mestiere a nuovi livelli. Dopo aver ascoltato per la prima volta “Still Not a Player” di Big Pun, Najee si innamorò dell’onestà, della complessità e della cultura dell’hip-hop. Ed ecco quindi che ci ritroviamo all’inizio di questa recensione, in un melting pot vivace.

Se ne è accorto più di qualcuno, viste le due nomination ai Boston Music Awards (“Unsigned Artist of the Year e R&B Artist of the Year”). Questo ep è di fatto il vero esordio di questo artista. Che si muove in atmosfere languide, nell’unico brano presente ufficialmente nel lavoro.

Avete letto bene, As Is è un ep-singolo. Ma questo pezzo dura quasi venti minuti, con atmosfere comunque differenti, anche se non così tanto da shockare troppo l’ascoltatore. Al suo interno convivono sotto-brani. Ma in fondo la pelle a cui sono attaccati è sempre quella.

Top 3 MICHELE MONINA

La Top3 di Michele Monina

Il giornalista (di fatto, ma senza tessera) MICHELE MONINA svela tre album fondamentali per lui ai microfoni di Francesco Bommartini. Non mancano aneddoti di sicuro gusto…

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