Intervista a RICCARDO DE STEFANO: da Era Indie al mondo dell’editoria musicale

di Francesco Bommartini

Riccardo De Stefano è una delle nuove leve del giornalismo musicale più in vista al momento. Il suo libro Era Indie ha sublimato una carriera nella musica partita con ExitWell (di cui è tuttora direttore editoriale) e continuata con varie collaborazioni (tra le quali quella con Classic Rock) e addirittura un’apparizione su RaiUno durante uno speciale sulla musica.

Riccardo l’ho conosciuto ormai 7 anni fa al Mei, a Faenza, manifestazione che frequentiamo con continuità entrambi e alla quale è sempre piacevole trovarsi e chiacchierare. Ora andiamo con le domande…

Si può considerare il libro Era Indie come una summa del tuo percorso professionale?

Sì, sicuramente. Nel 2012 non lo sapevo, ma fondare ExitWell insieme a Francesco Galassi e Francesca Radicetta, la rivista musicale che da qualche anno dirigo, è stato la svolta della mia vita, facendomi vedere dal di dentro l’esplosione del nuovo pop romano. Avendone scritto tanto in questi anni, ho inserito nel libro molto di quanto ho raccontato in presa diretta (magari epurandolo da riferimenti troppo contingenti). Non solo, ci sono contributi anche da miei articoli per iCompany o altre riviste. Insomma, come per l’indie, anche per me il 2019 è stato un punto di arrivo.

Come è nata l’idea e come l’hai messa in pratica, formalmente?

L’idea è venuta perché nessuno ancora aveva dedicato un libro alla storia degli artisti indie del decennio, e serviva farlo celermente. Il lavoro è stato di revisione di articoli scritti in passato – ma una piccola percentuale del lavoro in realtà – e perlopiù raccolta e lavoro sulle interviste ai protagonisti del genere. Ci sono oltre 30 interviste inedite, alcune perfino non ho avuto modo di inserirle. Il libro è di 400 pagine esatte, e la cosa più difficile è stata dare una forma sensata al discorso cronologico e agli apparati critici che propongo (come i commenti e le analisi dei vari approcci o sottogeneri). Tra incastri, scrittura, ripensamenti e varie ed eventuali, sei mesi di lavoro intensi, soprattutto gli ultimi due.

Quali sono, a tuo parere, gli artisti della scena indie che hanno raccolto meno di quello che meriterebbero? E quali il contratio?

Mi spiace che i nomi rilevanti dei primi 5 anni dello scorso decennio siano spariti, magari perché arrivati troppo presto o troppo tardi a seconda dei punti di vista. Band come Boxerin Club oggi non le ricorda praticamente più nessuno, penalizzate dalla scelta della lingua inglese in un’epoca dove era la norma. Penso che anche Wrongonyou sia stato penalizzato dall’inglese e abbia raccolto meno di quanto meritasse. Nell’indie più identificabile, Contessa e I Cani sono divinità dentro la nicchia e nomi sconosciuti al grande pubblico, perlopiù per le scelte di Contessa, per quanto invece siano stati gli iniziatori di tutto È stato il decennio del pop, e chiunque ha spinto in quella direzione ha raccolto, probabilmente più di quanto meritasse. Adesso siamo ancora troppo dentro il momento e si manca di lucidità, temo però che tra cinque o dieci anni gruppi come Thegiornalisti e Lo Stato Sociale verranno fortemente messi in discussione.

La TOP 3 di Riccardo De Stefano

A cosa serve un libro di questo tipo nel 2020, secondo te?

Il libro, come quasi ogni cosa al mondo riferita all’arte, non serve a niente. È un feticcio di un’epoca passata e come tale non è dissimile dai tanti vinili o cd che compriamo e che magari neanche ascoltiamo. È un racconto e una analisi, con pregi e difetti, di un periodo storico che ha segnato i miei 20 anni e quelli di una generazione. Lo può leggere “chi c’era” e viverlo come agrodolce Amarcord, così come lo può leggere un musicista di oggi per capire come quando e perché siamo arrivati a questo punto. Ha un’anima manualistica nascosta sorprendente. Ma in realtà è un libro sul Tempo, su come cambia le persone e le cose, sui sogni che si hanno da ragazzi e cosa significhi realizzarli o meno. Trionfi e tragedie. Il vero sottotesto è quello, un tema a me molto cari.

Quali sono i tuo punti di riferimento tra autori, giornalisti e critici musicali?

Per quanto suoni assolutamente velleitario (e lo è!), la struttura del libro è eredità del mio interesse per Calvino: volevo un libro che si potesse leggere non per forza di cose in successione, pagina dopo pagina. Così si possono leggere solo i capitoli con i numeri e poi quelli con le lettere, o solo l’ultima parte, o l’introduzione. Ogni elemento ha in sé qualcosa di unico, ma anche tutto quello che succede dentro il libro. Superfluo dire come il libro debba molto a Simon Reynolds e David Byrne (oltre a “Godel Escher Bach” di Hofstadter, ma non ditelo in giro perché sembrerebbe assurdo).
Tra le mie influenze generali c’è sicuramente George Starostin, critico musicale russo che da quasi 20 anni pubblica sul suo sito e blog una recensione al giorno: il suo stile è brillante, divertente e molto arguto. Devo poi molto – anche umanamente – a Federico Guglielmi (il suo blog L’Ultima Thule), che nel libro ha realizzato la prefazione, che mi ha preso sotto la sua ala e che non ho vergogna a considerare come un mio mentore. Mi piace molto come scrive Farabegoli, penso sia il più bravo “scrittore” di musica che abbiamo adesso, così come apprezzo il febbrile operato di Simone Stefanini, mentre il mio modello di scrittura che però non raggiungerò mai è Riccardo Bertoncelli

TORMENTONE: chi salvi e un brevissimo perché.

Oasis o Blur?
Gli Oasis penso siano una delle band più mediocri della Storia. I Blur no.

Battiato o Murgia? Uno dei due è un intellettuale e ha segnato 3 generazioni con le sue opere e non ha bisogno di stare sempre a parlare per dimostrare qualcosa.

I Ministri o Il Teatro degli Orrori? Dico Il Teatro perché li ho scoperti prima e perché piango sempre quando ascolto Direzioni diverse

Salvini o Conte? Non credevo che qualcuno potesse farmi rimpiangere Berlusconi, ma Salvini ha questo talento. Conte, perlomeno, non mi fa vergognare.

BlowUp o Rumore? Dico BlowUp perché ci scrivono diversi amici e perché non amo molto la struttura di Rumore.

Carta o Digitale?Per quanto sia “facile” dire carta, dico invece digitale: ha delle possibilità davvero sterminate e pochissime persone le sfruttano davvero.

Calcutta o Achille Lauro? Calcutta per le canzoni (soprattutto di Evergreen), Lauro per tutto il resto. Entrambi essenziali però. Comunque meglio Lauro.

Birra o Vino? Vino bianco e nello specifico Gewurztraminer. Non che non beva birra però, eh, sia chiaro.

Un desiderio per il tuo 2020? Che si possa tornare a uno stato di normalità e ricostruire quello che andrà distrutto, magari “meglio”. E di poter fare almeno la metà delle cose che ho in mente di fare.

Intervista a ENRICO SILVESTRIN: da vj di MTV a fondatore di ALIVE, sempre a suon di musica

di Francesco Bommartini

Attore in film e serie tv, polistrumentista, radio speaker e vj di Mtv. Ma oggi Enrico Silvestrin è innanzitutto fondatore e conduttore di Alive, canale YouTube in cui parla di musica attorniato da amici ed esperti.

E’ così, Enrico?

Si è questo lo spirito, diciamo che sono più amici e persone qualunque amanti della musica in maniera informale che esperti. Non ho mai amato più di tanto la prosopopea dell’esperto. Io per primo non mi considero tale: sono un appassionato di musica che può conoscere più o meno dischi, più o meno storie, più o meno cantanti. Sono come te, come tanti. La definizione di esperto non so neanche dove si possa conseguire. Non la puoi ottenere con degli studi. Anche il titolo di critico musicale non ti viene assegnato da nessuno, semmai puoi diventare giornalista.

Qual è il vero motivo per cui ha ideato questo canale e perché gli dedichi così tanta energia?

E’ un discorso di libertà editoriale, di avere un canale che sia fatto a mia immagine e somiglianza. Da un certo punto di vista è un’esposizione molto pericolosa. Sono stato 15 anni in tv come volto di operazioni che non erano mie, di una linea editoriale diversa, anche se nel posto più bello del mondo (Mtv). Non che sia necessario per chiunque, ma per me avere voce in capitolo è fondamentale, perché la musica che passo mi definisce e altrettanto come ne parlo. Sono arrivato allo streaming dopo anni di tentativi su piattaforme diverse, cercando di capire come poter ottimizzare. Dopo un anno e mezzo del mio canale, che ha cambiato più nomi, ho capito cosa funziona e cosa non funziona. Il feedback è importante. Ci sono format che sono nati e sono morti dopo tre puntate, perché capisci che non funzionano, anche se per te può essere il format più bello del mondo. Oggi ho un una proposta piuttosto precisa, ma sono sicuro che quando finirà la quarantena ci saranno delle cose che dovrò sacrificare. So benissimo qual è la ciccia del canale: sono le le Tierlist, sono le League of Rock…però cerco sempre di proporre altri format. In questo periodo non ci sono i programmi caricati, salvo rarissime eccezioni. Non pubblico da 20 giorni, ma sono in diretta tutte le sere. L’attività del live streaming per me è molto importante. Ho scoperto recentemente che Youtube non è il posto migliore per fare live streaming, quindi adesso mi sono spostato su Twitch.

La Tier List dei Police su Alive

A riprova del fatto che non sia stata “buona la prima” proprio oggi mi sono imbattuto in una tua puntata del 2018, con la scritta “Enrico Silvestrin tv” a video. La videocamera sfocava, tu e una ragazza bionda parlavate di Nutshell degli Alice in Chains. Ho pensato che c’è stato un miglioramento incredibile…

L’importante è partire con dei minimi requisiti, poi inizi a capire di che cosa hai bisogno. Adesso ho un assetto che è abbastanza definito. Ho il mio mixer, le mie due luci, i miei tre elementi scenici e allo stesso tempo so qual è la mia videocamera di riferimento. Ho un setup che è quello lì, prima di aggiungere qualcosa so che dovrà essere assolutamente una miglioria. Quando ho iniziato avevo la c 920 Logitech, cioè lo standard. C’era il green screen dietro, perché mi andava che ci fossero dei rimandi a quella che è stata la mia storia. Alla fine quello che conta secondo me è sempre quello che offri. Nel canale c’è un’educazione molto alta, la community non mi impone di dover bannare persone. Ho tre moderatori, da ieri ne ho aggiunto un terzo, ma stanno lì e si divertono. Di base non devono mai cacciare praticamente nessuno. Io lavoro tanto con i messaggi vocali, per me e il pubblico ha la voce! I messaggi vocali sono la base dell’interazione delle persone e non devo neanche mai scremarli per sentire se c’è la bestemmia, la parolaccia. Mi seguono un discreto numero di persone. So che potrei attirarne molte di più che ascoltano questo tipo di musica, che non sanno che hanno una voce, che hanno un luogo dove possono essere liberi di ascoltare quello che preferiscono, esprimendo la propria passione, così come lo facciamo noi. Il canale crescerà, ne sono sicuro.

A proposito di gente che ti segue…nell’ultima live sulla League of rock c’erano una media di 600 spettatori, quindi parecchi considerato che le dirette Youtube, almeno in Italia, non funzionano particolarmente. L’avvento di internet è stato sicuramente rivoluzionario. Tu come vivi la digitalizzazione della vita a livello personale e lavorativo?

Al 100%, perché io lavoro in digitale da casa, quindi per me è tutto digitale dalla fruizione della musica (perché non passo né vinili né tantomeno supporti fisici) al tipo di interazione. Faccio votare il pubblico attraverso Google. Ho risentito psicologicamente della quarantena ma non tecnicamente, nel senso che a me ha spostato poco. Certo, avrei voluto fare un format sui concerti dal vivo, e quindi uscire dallo studio, ma rimando a quando si potrà fare. Con il digitale posso entrare dentro casa di chiunque. Sono indipendente dalla tv, ed è un metodo che permette di differenziarti. Adesso è tutto diverso rispetto a quando in tv dovevi scegliere un programma per tutta la famiglia. Ora ognuno può vedere quello che gli pare su più dispositivi, in contemporanea. In questa differenziazione mi ci trovo bene. Certo, mantengo delle cose analogiche, come un format che si chiama Slow listening durante il quale si ascoltano gli album in maniera totalmente analogica, per far sì che il disco sia il centro della nostra attenzione in quel momento. Come succedeva una volta, quando per quei 45 minuti tu eri lì con il vinile sulle tue gambe a leggere i testi, a guardare le fotografie, a lasciarti ammaliare. Ovviamente, come tutte le esperienze fisiche, lascia una memoria che è fisica, perché tu ricorderai non soltanto l’ambiente dove ascoltavi quel disco se l’emozione è forte, ma anche le foto dell’interno, l’illustrazione, i testi. Oggi non succede perché magari stiamo facendo altro, perché magari stiamo ascoltando un album nel traffico con le cuffie, oppure con l’autoradio, oppure mentre facciamo jogging. Questo porta a una distrazione. I testi ce li perdiamo per strada molto spesso, se non si tratta di un album di musica italiana. E quindi io cerco di fare proprio questo: dare un format dedicato a un ascolto lento. Anche la chat viene disattivata. Stiamo facendo questo format su tanti dischi nuovi, proprio perché i nuovi erano quelli che ti andavi a comprare e che anche oggi hai bisogno veramente di ascoltare meglio. Allo stesso tempo faccio un format sulle copertine dei dischi intitolato Discover. Vengono mostrati tutti i dettagli della copertina: dietro ognuno c’è una storia. Questo è quasi old school come atteggiamento, secondo me. Insomma, mantengo uno spirito analogico nella digitalizzazione, cerco di equilibrare.

L’intervista video completa a Silvestrin

A me piace molto come parli di musica. Ci sono dei periodi della tua vita in cui inserire generi musicali specifici e gruppi per te importanti?

Sì, in adolescenza sicuramente. Come tutti ho avuto delle fasi. Quella iniziale è stata passiva, quindi ascoltavo i dischi che c’erano in casa, dove fortunatamente giravano da Pierino e il lupo di Prokofiev ai dischi di Lucio Dalla, da John Lennon a una compilation con i migliori successi di Battiato. Making Movies dei Dire Straits è stato un altro disco fondamentale per me. Suonando pianoforte ho proprio aperto gli orizzonti. Poi, da un certo momento in poi, nell’84 o 85, iniziai a far entrare l’heavy metal nella mia vita. C’era un amico che lo ascoltava e mi ha contagiato. E quindi sono iniziati a entrare nei miei ascolti gli Iron Maiden, i Metallica, Queensryche, i Deep Purple. Mentre i miei ascolti erano divisi tra metal e classica ho avuto una grandissima botta con gli U2, che sono stati la mia band preferita per diversi anni. Continuando a sommare ascolti sono passato al progressive, quindi mi sono avvicinato agli Area, ai Marillion, ai Genesis e ai King Crimson. Allargando ulteriormente ho iniziato a contenere sempre più sfaccettature, quindi per me la musica è sempre stata un insieme di generi. Nei primi ‘90 ho scoperto l’hip hop che per me è stato fondamentale, perché mi ha avvicinato alla cultura nera, che voleva dire soul e funk. Aprendo ulteriormente gli orizzonti ho avuto il periodo di passione per l’elettronica, che mi mancava totalmente. Un aspetto musicale che è diventato sempre più presente fino a che non mi ha dato la spinta per fare il dj. Per tanti anni sono stato un selecter che non sapeva mixare ma poi ho colmato questo handicap imparando a farlo con la musica edm, e ho iniziato a comprare decine, centinaia di vinili, anche di dance, house, tech house. Una delle mie più grandi fortune è sempre stata quella di essere molto aperto musicalmente. Non sopporto il termine “ostico”, nel senso che ogni musica può essere decodificata. Poi c’è un discorso chiaramente di piacevolezza. Ma quest’ultima arriva quando tu decodifichi qualcosa, perché anche un’espressione algebrica può essere un incubo, ma può diventare un piacere se la risolvi. In tutto c’è una soluzione. Quindi trovare le chiavi di accesso di certa musica secondo me è fondamentale. E’ un po’ anche quello che sto cercando di predicare all’interno del canale, perché mi rendo conto che avendo tante persone che vengono dal rock c’è astio nei confronti di tutto quello che è elettronico, di quello che è nero. La stessa musica dance non è considerata esattamente colta. Cerco di aprire la mente e rendere meglio predisposte le persone.

Una summa del periodo iniziale da vj di Silvestrin per Mtv

A proposito delle chiavi di lettura per comprendere i vari generi musicali mi viene anche da dire che forse questo era più semplice quando il tipo di ascolto era più concentrato, quindi legato al supporto fisico. Invece oggi con Spotify solitamente si parla di un ascolto più background. Ti trovi d’accordo?

Sì, è quello che dicevo. Siamo in una fase in cui la musica è parte di un multitask, quindi sta a noi toglierla dal flusso e valorizzarla. Poi ti abitui a riceverla anche in streaming. Strumenti come Spotify sono fondamentali oggi. Avere tutto per uno come me è un’opportunità. Non mi interessa avere un archivio fisico, mi interessa la qualità. Mi mancano le cose fisiche per i testi e le copertine: quelle sono le uniche due cose su cui faccio fatica ad adattarmi. E infatti conosco molti meno testi oggi rispetto una volta, quando avevo anche i libri dei testi dei Metallica, dei Joy Division che faceva Arcana.

Li fa ancora

Ne sono felice. Insomma, è un’esperienza comunque legata a un pubblico nostalgico. Da quel punto di vista il tema della nostalgia è importante sul canale, e io cerco di dargli un giusto equilibrio. C’è questo format che si chiama New Classics che ho dedicato ai nuovi classici. Così si permette di scoprire musica nuova, perché altrimenti resteremmo sempre ancorati ai dischi del passato. E’ come se all’improvviso ti chiudessi in isolamento totale. Immagina se a 40 anni non conoscessi più nessuno di nuovo, non facessi più nuove amicizie, non avessi un nuovo partner perché tanto hai già vissuto e le cose di prima sono le migliori…è un concetto assurdo! La musica per fortuna continua ad essere bella, quindi io mi scateno contro il luogo comune che non si faccia più musica buona dal…’91, dal 2005, dal ’94, dal ’95…”la musica di oggi è tutto uno schifo, una monnezza”, si sente dire spesso. No ragazzi, é che non la ascoltate la musica di oggi, non la cercate, non avete più la voglia. Siete diventati pigri! Perché è impensabile che la creatività dell’essere umano sia continuata in altre arti – come il cinema, la scultura, la pittura, la scrittura – ma incredibilmente si sia arenata nella musica. E’ impossibile da pensare che l’uomo non sappia più scrivere canzoni che non siano in grado di emozionare. Se non sai dove cercarle il mio è un canale che assolve a questa funzione. Se fosse un canale solo di nostalgia per disillusi, per disincantati, per pigri…sarebbe la morte. Da me c’è una rotazione quotidiana di 20 o 30 brani. Sono canzoni che hanno una settimana di vita, e la settimana dopo si cambiano! Ci sono persone che scrivono dei commenti dicendo che da quando frequentano Alive hanno talmente tanta roba in più che non riescono neanche a trovare il tempo per ascoltarla. Quindi pensate che valanga di musica c’è! Poi puoi fare i paragoni tra la qualità nei singoli anni. Ieri abbiamo fatto una puntata dedicata al 1971, uno degli anni più incredibili. C’erano un sacco di artisti molto in gamba ma se avessimo preso quell’anno settimanalmente e lo avessimo vissuto così, scomponendolo, probabilmente avremmo trovato anche tanta monnezza in mezzo a quei capolavori. Il problema è che quando tu guardi un album fotografico fai già una selezione, ma il rullino è una roba diversa. Il 2019 è stato un anno fantastico per la musica con dischi importantissimi, e questo 2020 è ancora meglio perché stanno uscendo dei capolavori. L’ultimo disco di Fiona Apple è uno dei più importanti della storia della musica e avrà quel valore. Ma è uscito adesso. Su Metacritic è il disco con le più alte medie di recensione di sempre. E’ una risposta in faccia a chi dice che la musica non esiste più. A me spiace quando ci sono portali come Rockol che dicono che la musica è morta nel ’91. Io veramente vorrei chiedere: perché vi mettete in bocca una frase del genere? Con quale arroganza spegnete anche percettivamente gli entusiasmi delle persone? Il mio canale si chiama Alive, non si chiama “dead”. Perché se la musica fosse morta nel ‘91 non avrebbe senso nulla. Per fortuna non è così. Mi chiedo perché lavorare su messaggi negativi quando invece bisognerebbe lavorare su quelli positivi, soprattutto per quanto riguarda l’arte.

Nel corso della tua carriera quali sono stati gli artisti che ti hanno reso la vita più difficile e quali invece quelli che hanno superato le aspettative in termini di affidabilità e disponibilità?

Mah…notoriamente difficile da intervistare era Mark Lanegan perché è molto chiuso e risponde solo ad alcune domande. Si era instaurato tra me e lui un rapporto stranissimo. L’ho intervistato 3 o 4 volte, soprattutto mentre militava nei Queens of the Stone Age. Ricordo che durante un’intervista lui era in un angoletto e mi rispondeva quasi a monosillabi, anche un po’ infastidito. Però ha capito che c’era in me genuinità e passione, che gli volevo bene. Magari la volta dopo si faceva la foto con me dandomi degli attestati di stima, ma nel momento in cui partiva l’intervista si spegneva: non ti dava nessun tipo di soddisfazione. Magari gli chiedevo: “quando eri adolescente che musica ascoltavi?” e lui rispondeva “io non sono mai stato adolescente”! Dava sempre risposte chiuse, non c’era speranza di cavargli fuori nulla. L’artista che ho amato di più intervistare invece è stato Noel Gallagher. Era uno difficile. Se lo prendevi male ti massacrava, ma se andavi nel verso giusto ti dava tantissimo. L’ultima intervista che ho fatto con lui nel 2005 é una delle più belle. Si trattava di un’intervista in inglese che è stata divorata dai fans internazionali. I commenti sono principalmente di stranieri e quasi tutti hanno delle parole di apprezzamento per il lavoro che feci.

Dove fu pubblicata?

Per Supesonic di Mtv, tratta da un concerto all’Alcatraz di Milano. Se oggi dovessi spendere una fiche per intervistare qualcuno sarebbe sempre la stessa fiche, su di lui.

Hai dei riferimenti a livello lavorativo? Mi riferisco in particolare all’ambito musicale, quindi speaker radiofonico-televisivi e giornalisti…

Assolutamente. Io amo Zane Lowe. E’ stato molto importante in un periodo cruciale nei primissimi anni 2000. Faceva dei programmi che per me sono stati una rivelazione su come si potesse condurre in maniera molto sobria ma allo stesso tempo accattivante. Mi ha consentito di fare poi una scelta anche di campo per i programmi che conducevo, cioè abbandonare quelli pop e specializzarmi in quello che piaceva a me, quindi i programmi di profilo musicale alternativo. Ci sono altri due riferimenti di oggi. Uno è Rick Beato, che parla di musica e condivide in maniera molto calda anche il tecnicismo. Lui ti spiega come si suona un brano, come è stato registrato, isola le tracce per riascoltarle. Quel tipo di comunicazione è fondamentale. Fantano mi piace molto per il tipo di personaggio, lo trovo però molto freddo per quanto sia estremamente preciso e abbia un linguaggio perfetto. Io amo il calore, a me piace la critica fatta da chiunque. Lui è fantastico nel contestualizzare, le parole che usa sono perfette. Gli manca quel tipo di calore che aveva John Peel, che è stato per me il monumento. Jools Holland invece non lavora tanto sulle parole ma sul trasporto. In Italia siamo in pochi a fare i divulgatori ed è secondo me il ruolo che manca. E’ sempre stato fatto in maniera sbagliata, da professore, da maestro, da portatore sano di prosopopea, da snob. Se penso ai critici musicali mi viene in mente gente con voci nasali, con un modo di parlare totalmente distaccato. Ogni tanto mi arrabbio con la community perché se passo un pezzo il primo pensiero è “questo assomiglia a”…sì, ma ti piace o no? Prima dimmi questo, poi vai a pensare a che cosa ti può ricordare! Perché l’esercizio non è quello di scoprire che cosa ti ricorda, tu ascolti un brano per capire se ti piace, se ti da un’emozione. Più perdi tempo a pensare a che cosa assomiglia più ti allontani dall’emozione. Ed è il motivo per cui purtroppo non ci facciamo arrivare il bello delle cose: perché siamo troppo concentrati su questioni secondarie

Uno dei motivi per cui credo di essermi appassionato molto alla scena metal è proprio questo, il fatto che tendenzialmente i metallari hanno questo spirito molto libero, scevro da queste sovrastrutture. Quindi quando c’è un pezzo che piace si fa headbanging o lo si dice in modo molto viscerale. Ti faccio l’ultima domanda: come hai conosciuto Armandino, Polgar e De Gregori?

Armandino è uno storico dj romano e l’ho conosciuto tanti anni fa ormai, all’inizio degli anni 2000. Siamo diventati amici nel corso degli anni e ha condiviso con me una grossa parentesi, quella dell’inizio della mia fase di streaming. Insieme provavamo, in maniera un po’ goffa, su Facebook finché sono arrivati alle minacce per farci smettere. Con Armando volevamo fare vere e proprie trasmissioni di video musica, quindi mandavamo i video proprio perché ancora non sapevamo come si stava al mondo. Il problema è che se mandi un video ti “uccidono”. Poi insieme abbiamo condiviso un anno in radio. Andrea De Gregorio e Gabriele Polgar sono semplicemente i miei due migliori amici, sono due ragazzi come tanti. Gabriele è un assicuratore e istruttore di krav maga che ho conosciuto qualche anno fa allenandomi, invece Andrea è un amico ormai da quasi 15 anni, e gli ultimi 10 li abbiamo vissuti con maggiore intensità. Il mio canale è fatto di persone normali. Mi fa ridere il fatto che le persone vadano a cercare Gabriele Polgar pensando che sia un critico musicale. E invece no.

Cercando Polgar su YouTube escono video di scacchi…

Sarà opera di un omonimo…

…oppure sarà una terminologia degli scacchi. Sta di fatto che ti ho dato un’arma per dileggiarlo in diretta

Assolutamente. Lo spirito è quello: se io mettessi quattro critici musicali a decidere qual è la migliore canzone degli Iron Maiden farei una roba di un pesante…non esistono quattro critici che si ritrovano a fare quella roba lì, ma esistono quattro amici che si ritrovano davanti a delle birre a cercare di capire qual è la migliore canzone degli Iron Maiden. Io sono esattamente quella persona lì. Non sono un intenditore di musica o chissà che cosa, sono un appassionato che ama parlare di musica con altri due o tre appassionati, con tutti gli errori possibili comporta. Questo è un canale per nerd musicali.

La condivisione di passione è fondamentale, sono completamente d’accordo con te, così come concordo sulla pesantezza di chi guarda sempre il bicchiere mezzo vuoto…

Io sono abituato a fare i conti con quello che ho e spesso non ho tanto. Io farei una League of Rock prendendo 10 dischi a caso. Noi passeremmo due ore a divertirci come i pazzi, non perché siamo lì a pensare che manca qualcosa ma perché saremmo concentrati su quello che abbiamo in quel momento. Quello è lo spirito che bisogna recuperare: passione e consapevolezza che la musica sia viva, che esiste.

Se penso ai critici musicali mi viene in mente gente con voci nasali, con un modo di parlare totalmente distaccato.

Enrico silvestrin

Dentro o fuori

Oasis o Blur?

Allora, dentro gli Oasis e fuori Blur fino a che si sono sfidati con le stesse armi, dentro Blair e fuori Oasis nel momento in cui i primi hanno capito di essere una band che poteva innovare. Non riesco a fare una summa. I Blur hanno avuto tre momenti: fino a ParkLife, da quello in poi e poi tutta la fase diciamo ultima, dei dischi di grande spessore. Gli Oasis di base hanno una fase. Scelgo i Blur come musicisti e Noel Gallagher come compositore.

Vino o birra birra?

Birra

Nirvana o Peral Jam?

Dentro i Nirvana. E’ una sfida impari perché non sappiamo che cosa avrebbero fatto i Nirvana successivamente, come sarebbero diventati se avessero avuto la stessa longevità dei Pearl Jam. I Nirvana non hanno mai avuto un calo, i Pearl Jam hanno inseguito un disco, oggi è il pubblico che insegue loro, ma non godo con i Pearl Jam da tanto tempo.

The Smiths o The Cure?

Gli Smiths dentro perché sono più importanti per la storia della musica. I Cure sono un fantastico esempio di longevità, di esigenza di scrivere, di continuare a fare musica con dei capolavori maestosi assoluti. Disintegration è uno dei miei dischi preferiti di sempre. Ma gli Smiths sono fuoco e fiamme per i pochissimi anni in cui sono stati in vita e hanno un impatto nei confronti non solo della musica britannica della musica mondiale che poche band hanno avuto.

Radio o tv?

Radio, sempre radio. Ho bisogno delle immagini ma ho più bisogno della voce e ho bisogno di un linguaggio comodo, come quello della radio. Non mi piace però la radio troppo veloce come è quella di oggi, con troppo poco tempo per parlare. Parlano tutti perché sono quasi sempre talk ma parlano pochissimo.

Iron Maiden o Metallica?

Sono due carriere un po’ simili, alti e poi bassi. Ti dico i Metallica perché sono meno barocchi rispetto ai Maiden. Preferisco la sintesi dei Metallica dei primi quattro dischi che non la grandezza dei Maiden dei primi sette.