em: ovvero il sorprendente e raffinato pop di una giovane dea. che potrebbe diventare la vera next big thing…

Em (abbreviazione di Emily) è nata nel New Jersey e da quando ha 12 anni sta su un palco. In questo ep di 7 canzoni lei collabora con il produttore Chris Young su una direzione musicale ricca di testi dedicati all’esaltazione della figura femminile, poggiate su intelaiature pop piene di sentimento,

A questo si aggiungono sfumature di goth, con Dear Life che parla del rafforzamento della fede, l’inno della perseveranza Even When It Hurts e il bellissimo singolo Say What You Mean, che viene presentato con un video sensualmente e soprannaturalmente ipnotizzante diretto da Parris Mayhew.

“‘Say What You Mean riguarda il desiderio che qualcuno mi ami con ogni fibra del suo essere … per essere sicuro del nostro amore come lo sono io. Il mio video ricorda un po’ Lana Del Rey nella sua narrazione e il modo in cui ritrae “The Divine Feminine” in uno stile cinematografico”. Questa è la spiegazione del singolo.

Anche il precedente EP di Em, Pathway to Aetheria, è stato prodotto a Manhattan da Chris Young, solo che a quel tempo stava perseguendo una direzione musicale che descrive come “mondo indipendente”. Em ha assorbito le opere di artisti come Carly Simon, Stevie Nicks, Alanis Morissette e P!Nk. E lei le ha rese personali.

ZONE OUT di JESSIE-MAY KITCHEN è ideale per un viaggio leggero lungo i tortuosi sentieri della vita

di Francesco Bommartini

L’inizio è una carezza, leggera e che tende all’etereo. Ma qualche secondo dopo, seppur con la stessa dolcezza di fondo, la situazione musicale si movimenta un po’ di più. Un pop, quello di Jessie-May Kitchen, che sembra ideale per una domenica mattina. Quella in cui ti svegli presto, magari fai un po’ di ginnastica, sgombri la testa dai pensieri degli ultimi mesi, e respiri. Che poi il cognome di questa ragazza originaria di Hobart, capitale della Tasmania nella sconfinata Australia, sia “cucina” tradotto in italiano si sposa ancora meglio con un caffè rigenerante. La sua musica lo è, come conferma il secondo brano Calm in the Eye of the Storm, poggiato su un sorridente e leggero pop. Un bel titolo, per un bel messaggio. Forse suggerito proprio dalla terra in cui vive.

La cover dell’Ep

La chitarra acustica porta avanti il discorso artistico della giovane in Shooting Daisies. La Kitchen da un paio d’anni licenzia singoli per fare conoscere il progetto che ora porta avanti con questo ep d’esordio. Questo terzo è un brano non all’altezza dei precedenti, ma in cui comunque esce una certa personalità. Non è da tutti, soprattutto in un esordio. Insomma, pare proprio che all’estero ci diano le piste sotto tutti i punti di vista, onestamente. Niente di trascendentale, eh, ma anche Nightmares, che inserisce qualche chitarra elettrica molto leggera, arriva ad un dunque, prima che Head in the Clouds riporti tutto sulla spiaggia, con un’acustica leggera ma presente, e qualche tastiera a completare l’arrangiamento, adornato anche da un effetto di chitarra acquoso.

E di acqua fresca si parla un po’ per tutto il lavoro. Limpido, credo onesto, magari stereotipato (come lo è il mare d’estate) ma sicuramente trasparente. Così come lo sono gli arrangiamenti, leggiadri. Chissà come mai questo ep è nato in Australia? C’è un senso di giustizia, in tutto questo. Ed una serie di spiragli aperti. Perché si sente che comunque questa Kitchen ha ancora bivi davanti a sé, in cui perdersi, tra cui scegliere. E, detto da un 37enne, è un gran bel vantaggio. Che fa rima con viaggio, e che meraviglia sono i viaggi, specie se con la musica giusta…

Avanti così!

Il country rock del futuro è oggi: la recensione di TEATIME FOR THIEVES della DEVON WORLEY BAND

Teatime for Thieves, ovvero “L’ora del tè per i ladri”. E’ questo il singolare nome dell’ep della Devon Worley Band, gruppo di Minneapolis che si pone sul proprio sito come “il futuro del country”. E per certi versi, dopo aver ascoltato l’opener Black River Magic, ci si potrebbe anche convincere di questo. Infatti le atmosfere country sono poste su un tessuto più nervoso, con soli rock ma adatti ad incastonarsi alle radici acustiche che si porta dietro il genere madre. La figura cardine della band, come suggerisce il nome della stessa, è la bella Devon Worlay (come prova anche la discografia precedente). Cantante, pianista, chitarrista: non sfigura in nessuna dei tre ruoli. Ma è proprio come cantante che fa la differenza, con una timbrica decisa e “maschia”, senza però mai tradire il vero sesso d’appartenenza.

Non è da meno la seconda canzone della tracklist, Not Fool. Anche qui la vocalità di Devon esce dalle basi elettro-acustiche con grazia ed energia. Molto belle anche le intelaiature e i fill di Jason Medvec, che già nell’opener aveva mostrato un competenza non comune. La forza comune dei brani è anche dovuta ad una compattezza pratica e di tempistica: se tutti i pezzi stanno poco sopra i 3 minuti, la sghemba Broken Record si ferma addirittura prima. Adam Durand al basso mette i giusti accenti sui brani, mentre Grant Thelen non si limita a fare (bene) il batterista, ma suona anche armonica e tromba. Leave Me Slow, come promesso, ci accompagna con calma, e profondità, verso la conclusiva Witch Hunt, forse il brano più tosto del lotto.

Ottima scoperta! Franky Ballard è solo uno dei grandi artisti a cui questa band, che ha grandi capacità ben esplicitate, ha aperto.

Signori, oggi è il futuro del country!

Un video della band