PLAYLIST: BES(T) GRUNGE (1988-1994) 10 dischi che hanno cambiato un pezzo di mondo

di Christian Besemer

Per alcuni l’ultima grande rivoluzione del rock, per altri poco più di un fenomeno modaiolo, buono giusto per vendere qualche milionata di camicie di flanella, Doc Martens e jeans strappati. Comunque la si voglia vedere il fenomeno grunge è stato uno degli ultimi fuochi (fatui?) nella storia del rock, prima che tutto a ridosso del passaggio di Millennio si frantumasse e si disgregasse in una miriade di (micro)nicchie di scarso o nullo impatto rispetto alla narrazione pop/mainstream. Questo (soprattutto, ma non solo) a causa dell’avvento del web e delle piattaforme di file sharingNapster per la cronaca vedeva la luce nella primavera del ’99 – e del conseguente mutamento nelle abitudini di consumo del prodotto musicale, divenuto fruibile e gratuito in ogni tempo e luogo, quindi sostanzialmente senza alcun valore. Grunge fenomeno musicale si diceva, ma non solo: anche fenomeno culturale, economico, sociologico (la Generazione X vi ricorda qualcosa?) con tutti gli annessi e connessi del caso: comprese tragedie e fatti di cronaca che colpirono diversi protagonisti della scena.  

Prima avvertenza rispetto alla stesura di questa lista: sono stati considerati – come faremo anche per le prossime liste – solo gli album usciti in un ben preciso arco temporale (1988-1994) riferibile in questo caso alla prima ondata di gruppi che esplorarono il genere. Sono stati, quindi, esclusi tutti quegli epigoni più o meno validi che trovarono maggiormente gloria nella seconda parte degli anni Novanta: Stone Temple Pilots, Bush, Silverchair, Creed, Days of the New, ma anche Foo Fighters nelle loro fasi iniziali. Tutti gruppi che hanno tratto non poca (per non dire totale) ispirazione dalle band che troverete nella playlist qui sotto.

Seconda avvertenza: la lista procede in ordine cronologico considerando gli album più significativi del genere, a prescindere dal fatto che siano i più acclamati o apprezzati dalla critica durante tutto l’excursus delle rispettive carriere. Per fare un esempio relativamente ai Pearl Jam si è optato per Vs. a scapito del (forse) più intrigante Vitalogy e del sempre sottovalutato No Code, entrambi solo marginalmente considerabili all’interno dell’alveo grunge. Stesso discorso (ma al contrario…) per gli Screaming Trees: nel loro caso i primi lavori sono forse più avvincenti e originali di quello qui menzionato, il quale però è senza ombra di dubbio più riconducibile alle atmosfere del Seattle Sound. Altri gruppi come Alice in Chains e Soundgarden, partendo da sonorità più heavy, sono arrivati alla perfetta summa grunge con i lavori sotto indicati. Sono poi stati inseriti due gruppi che hanno gettato le basi per tutto il genere, i Melvins di King Buzzo e Dale Crover e i Green River che con il seminale (leggi sotto) hanno dato vita a due formazioni imprescindibili dell’epopea grunge. La loro versione glam/hard rock, ovvero i Mother Love Bone del primo martire Andrew Wood e dei due futuri Pearl Jam Stone Gossard e Jeff Ament, e la versione più garage/punk, i Mudhoney di Mark Arm e Steve Turner. Menzione d’onore anche per degli outsider come i Love Battery che con i loro primi album non hanno di certo sfigurato di fronte ai mostri sacri di Seattle. Infine impossibile non menzionare l’album simbolo non solo del grunge, ma di un’intera generazione, quel Nevermind che a pieno diritto è entrato a far parte delle pietre miliare della storia del rock. A partire dall’iconica copertina del fotografo Kirk Weddle per arrivare all’inno Smells Like Teen Spirit. E allora visto che ci siamo: here we are now, entertain us!  

Green RiverRehab Doll” (1988)

MelvinsOZMA” (1989)

Mudhoney Superfuzz Bigmuff plus Early Singles (1990)

Mother Love Bone Apple (1990)

Nirvana Nevermind (1991)

Screaming TreesSweet Oblivion” (1992)

Love BatteryDayglo” (1992)

Pearl JamVs.” (1993)

SoundgardenSuperunknown” (1994)

Alice in Chains Jar of Flies” (1994)

Bibliografia essenziale:

Michael Azerrad “American Indie 1981-1991, dieci anni di rock underground”, Arcana (2014).

Eddy Cilìa “Grunge”, Giunti (1999).

Eddy Cilìa, Federico Guglielmi “Rock, 1000 dischi fondamentali più cento dischi di culto”, Giunti (2019).

Piero Scaruffi, “Storia del rock Vol. 5, il nuovo rock americano degli anni ‘90”, Arcana (1994).

Intervista a RICCARDO DE STEFANO: da Era Indie al mondo dell’editoria musicale

di Francesco Bommartini

Riccardo De Stefano è una delle nuove leve del giornalismo musicale più in vista al momento. Il suo libro Era Indie ha sublimato una carriera nella musica partita con ExitWell (di cui è tuttora direttore editoriale) e continuata con varie collaborazioni (tra le quali quella con Classic Rock) e addirittura un’apparizione su RaiUno durante uno speciale sulla musica.

Riccardo l’ho conosciuto ormai 7 anni fa al Mei, a Faenza, manifestazione che frequentiamo con continuità entrambi e alla quale è sempre piacevole trovarsi e chiacchierare. Ora andiamo con le domande…

Si può considerare il libro Era Indie come una summa del tuo percorso professionale?

Sì, sicuramente. Nel 2012 non lo sapevo, ma fondare ExitWell insieme a Francesco Galassi e Francesca Radicetta, la rivista musicale che da qualche anno dirigo, è stato la svolta della mia vita, facendomi vedere dal di dentro l’esplosione del nuovo pop romano. Avendone scritto tanto in questi anni, ho inserito nel libro molto di quanto ho raccontato in presa diretta (magari epurandolo da riferimenti troppo contingenti). Non solo, ci sono contributi anche da miei articoli per iCompany o altre riviste. Insomma, come per l’indie, anche per me il 2019 è stato un punto di arrivo.

Come è nata l’idea e come l’hai messa in pratica, formalmente?

L’idea è venuta perché nessuno ancora aveva dedicato un libro alla storia degli artisti indie del decennio, e serviva farlo celermente. Il lavoro è stato di revisione di articoli scritti in passato – ma una piccola percentuale del lavoro in realtà – e perlopiù raccolta e lavoro sulle interviste ai protagonisti del genere. Ci sono oltre 30 interviste inedite, alcune perfino non ho avuto modo di inserirle. Il libro è di 400 pagine esatte, e la cosa più difficile è stata dare una forma sensata al discorso cronologico e agli apparati critici che propongo (come i commenti e le analisi dei vari approcci o sottogeneri). Tra incastri, scrittura, ripensamenti e varie ed eventuali, sei mesi di lavoro intensi, soprattutto gli ultimi due.

Quali sono, a tuo parere, gli artisti della scena indie che hanno raccolto meno di quello che meriterebbero? E quali il contratio?

Mi spiace che i nomi rilevanti dei primi 5 anni dello scorso decennio siano spariti, magari perché arrivati troppo presto o troppo tardi a seconda dei punti di vista. Band come Boxerin Club oggi non le ricorda praticamente più nessuno, penalizzate dalla scelta della lingua inglese in un’epoca dove era la norma. Penso che anche Wrongonyou sia stato penalizzato dall’inglese e abbia raccolto meno di quanto meritasse. Nell’indie più identificabile, Contessa e I Cani sono divinità dentro la nicchia e nomi sconosciuti al grande pubblico, perlopiù per le scelte di Contessa, per quanto invece siano stati gli iniziatori di tutto È stato il decennio del pop, e chiunque ha spinto in quella direzione ha raccolto, probabilmente più di quanto meritasse. Adesso siamo ancora troppo dentro il momento e si manca di lucidità, temo però che tra cinque o dieci anni gruppi come Thegiornalisti e Lo Stato Sociale verranno fortemente messi in discussione.

La TOP 3 di Riccardo De Stefano

A cosa serve un libro di questo tipo nel 2020, secondo te?

Il libro, come quasi ogni cosa al mondo riferita all’arte, non serve a niente. È un feticcio di un’epoca passata e come tale non è dissimile dai tanti vinili o cd che compriamo e che magari neanche ascoltiamo. È un racconto e una analisi, con pregi e difetti, di un periodo storico che ha segnato i miei 20 anni e quelli di una generazione. Lo può leggere “chi c’era” e viverlo come agrodolce Amarcord, così come lo può leggere un musicista di oggi per capire come quando e perché siamo arrivati a questo punto. Ha un’anima manualistica nascosta sorprendente. Ma in realtà è un libro sul Tempo, su come cambia le persone e le cose, sui sogni che si hanno da ragazzi e cosa significhi realizzarli o meno. Trionfi e tragedie. Il vero sottotesto è quello, un tema a me molto cari.

Quali sono i tuo punti di riferimento tra autori, giornalisti e critici musicali?

Per quanto suoni assolutamente velleitario (e lo è!), la struttura del libro è eredità del mio interesse per Calvino: volevo un libro che si potesse leggere non per forza di cose in successione, pagina dopo pagina. Così si possono leggere solo i capitoli con i numeri e poi quelli con le lettere, o solo l’ultima parte, o l’introduzione. Ogni elemento ha in sé qualcosa di unico, ma anche tutto quello che succede dentro il libro. Superfluo dire come il libro debba molto a Simon Reynolds e David Byrne (oltre a “Godel Escher Bach” di Hofstadter, ma non ditelo in giro perché sembrerebbe assurdo).
Tra le mie influenze generali c’è sicuramente George Starostin, critico musicale russo che da quasi 20 anni pubblica sul suo sito e blog una recensione al giorno: il suo stile è brillante, divertente e molto arguto. Devo poi molto – anche umanamente – a Federico Guglielmi (il suo blog L’Ultima Thule), che nel libro ha realizzato la prefazione, che mi ha preso sotto la sua ala e che non ho vergogna a considerare come un mio mentore. Mi piace molto come scrive Farabegoli, penso sia il più bravo “scrittore” di musica che abbiamo adesso, così come apprezzo il febbrile operato di Simone Stefanini, mentre il mio modello di scrittura che però non raggiungerò mai è Riccardo Bertoncelli

TORMENTONE: chi salvi e un brevissimo perché.

Oasis o Blur?
Gli Oasis penso siano una delle band più mediocri della Storia. I Blur no.

Battiato o Murgia? Uno dei due è un intellettuale e ha segnato 3 generazioni con le sue opere e non ha bisogno di stare sempre a parlare per dimostrare qualcosa.

I Ministri o Il Teatro degli Orrori? Dico Il Teatro perché li ho scoperti prima e perché piango sempre quando ascolto Direzioni diverse

Salvini o Conte? Non credevo che qualcuno potesse farmi rimpiangere Berlusconi, ma Salvini ha questo talento. Conte, perlomeno, non mi fa vergognare.

BlowUp o Rumore? Dico BlowUp perché ci scrivono diversi amici e perché non amo molto la struttura di Rumore.

Carta o Digitale?Per quanto sia “facile” dire carta, dico invece digitale: ha delle possibilità davvero sterminate e pochissime persone le sfruttano davvero.

Calcutta o Achille Lauro? Calcutta per le canzoni (soprattutto di Evergreen), Lauro per tutto il resto. Entrambi essenziali però. Comunque meglio Lauro.

Birra o Vino? Vino bianco e nello specifico Gewurztraminer. Non che non beva birra però, eh, sia chiaro.

Un desiderio per il tuo 2020? Che si possa tornare a uno stato di normalità e ricostruire quello che andrà distrutto, magari “meglio”. E di poter fare almeno la metà delle cose che ho in mente di fare.