FATE di Adolfo Garcia: i suoni eterei in barba alla durezza di questo periodo

Un respiro profondo. Anche due. A questo serve – anche – Fate, brano del musicista Adolfo Garcia. Solo musica, solo chitarra e synth. Less is more, in questo caso più che mai. Tutto è suonato dal musicista di San Antonio, città più conosciuta per il basket (Nba) che per altro. Quantomeno in Italia. Bibio, Sting e Tycho sono alcune delle influenze messe in campo dal nostro.

Il rock esce da questa traccia, nonostante sia tendenzialmente morbida. Ma il flavour fa la differenza, l’intenzione è sentita. E questo nonostante il lavoro sia stato fatto tutto in uno studio casalingo. Tipo di questione che in passato non era così comune ma che ormai è divenuta la norma, specie tra i musicisti underground. Ma se sia le chitarre che le tastiere, così come l’amalgama generale, ne escono così…beh, perché no?

Peralto, come da indicazione dello stesso Adolfo Garcia, Fate è un brano registrato in un giorno, un buona la prima. Ma non sono forse l’irruenza dei Sex Pistols, e certe imprecisioni di quando si registrava su nastro, ricordate ancor oggi con nostalgia. Ordunque, ci può stare, così come ci sta questo gusto strumentale. Molto semplice, intendiamoci, arpeggi ed effetti, ma efficace.

Se cercate Steve Vai ovviamente non è questo il progetto che fa per voi. Se invece avete intenzione di immergervi, magari mentre scorre la vostra quotidianità, in atmosfere ideali anche per concentrarvi sul lavoro, piuttosto che in altre situazioni, potreste ritrovarvi cullati da un andamento lento e morbido, avvolgente. Proprio come le coperte di un letto caldo quando fuori infuria la bufera…

E nell’omonimo album ne trovate addirittura 9, di coperte.

Give me “FIVE”: la verve dei veterani Bludgers nel nuovo ep

Un ep vivace quello dei veterani Bludgers, formatisi in Illinois ed attivi discograficamente sin dal 1994. I tempi dei mondiali americani, tempi splendidi per me, allora solo 11enne e pieno di sogni da realizzare. Le grandi melodie, le armonie vertiginose e i suoni pieni di gioia caratterizzano i 5 brani contenuti in Five. Le chitarre ronzano, si piegano e si intrecciano, trovando il grande punto debole tra power-pop e country.

La potente sezione ritmica scorre calda e costante sotto testi arguti e attenti su un cast di personaggi più vero della vita. Le canzoni si muovono con sicurezza dal jangle country-rock (“Dirty Laundry”) al roots-pop acustico (“Frozen Ground”), e dalla classica ballata rock (“Saint Monday”) al twang open-plains (“More Things You Don” t Necessary ‘). A coronare il tutto c’è “Full Steam Behind”, una lastra di puro power-pop con tutta la spavalderia di un successo radiofonico perduto degli anni ’80. Ogni canzone qui offre un po ‘di ciò di cui tutti abbiamo bisogno in questo momento: divertimento intelligente.

Un sound quello dei Bludgers che in alcuni casi vira anche verso un certo brit-pop: mi aspettavo di sentire la voce di Gallagher da un momento all’altro. E invece no, resta quella Jon Pheloungh, bella anche se forse meno caratteristiche. Sicuramente meno conosciuta, ma solo perché la vita dà delle direzioni che prima non puoi conoscere. Se così fosse, probabilmente metà delle band non nascerebbero neppure. E invece a questi americani va dato onore al merito.

Bravi a reggere, anche dopo un anno così bislacco. Ad uscire con un lavoro vitale, in barba ad un virus virato in positivo. Tutt’altro che scontato un po’ tutto. Specie in tempi in cui buona parte della musica è piatta come una tavola da surf, nonostante – o forse proprio a causa di – una loudness ormai insopportabile. I Bludgers rifuggono da questo approccio, e fanno bene, facendo parlare i loro strumenti anche con toni che oggi forse non portano follower ma di sicuro faranno piacere a chi ama il rock-pop fatto bene.

One Final Goodbye: ovvero quando l’addio fa venir voglia di rivedersi. E risentirsi…

Parte con l’acceleratore pigiato One Final Goodbye, il nuovo singolo dei Blind Seasons. Una rullata di batteria esplode su un crash in contemporanea con l’ingresso degli altri strumenti, tra i quali delle chitarre elettriche che rimandano al rock americano più sbarazzino. Conferma che viene dalla strofa animata da un charletone in sedicesimi, che si apre in un ritornello melodicamente accattivamente.

Su tutto si staglia una voce, tutt’altro che efebica nonostante sia distante anni luce da quella di Cash & co, che trasmette. Cosa? Beh, si potrebbe dire il rock and roll e le relazioni turbolente, che sono andate di pari passo dall’inizio dei tempi. D’altronde le origini dei Blind Season non sono diverse. Inizia con lo sfasciamento dell’auto di un amico comune da parte dei membri della band.

I Blind Season avevano subito 5 diverse incarnazioni, fino a quando Shane Sigro, il chitarrista fondatore, dovette affrontare la decisione finale tra soccombere alla normalità o dimostrare che i membri precedenti si sbagliavano. Scegliendo quest’ultima strada, Sigro ha cominciato a prendendo lezioni di canto e a scrivere la nuova musica che avrebbe dato vita alla nuova era di Blind Season.

Il prossimo album di Blind Season sarà un’ode alla solitudine e alla tossicità, che sembra essere stato strappato dal diario di Billy Corgan e presentato in un film di Tim Burton. Con l’attuale clima discutibile del mondo non c’è dubbio che questo album troverà la sua giusta casa e diventerà un segno dei tempi. Intanto One Final Goodbye lo anticipa in modo impeccabile.

Infatti nel singolo si può già respirare la libertà tipica cui anelano gli artisti, che altro non sono che persone che ricercano il senso delle cose. Sempre se sono onesti verso se stessi, prima ancora che verso un ipotetico pubblico. Che, lo auguro alla band, in questo caso potrebbero anche far crescere, vista la qualità compositivo-produttiva di tal pezzo.

Quindi, sì, gettate un occhio, anzi un orecchio, su questo brano. Non ve ne pentirete.

Le atmosfere gothiche degli ULVAND si sporcano di death metal nell’ep THE ORIGINS

Che sorpresa questi Ulvand! Con The Origins questi francesi dell’occitania riescono a toccare vette insperate. Sempre in bilico tra gothic e death metal, con una preminenza del primo genere, ammantano i brani di atmosfere oscure ma senza farsi mancare growl e riff pesanti. Autore dei growl è Serge, impegnato anche al basso.

Non manca però la parte dolce, melodica, incarnata dalla voce di Bèran. Che l’alternanza funzioni lo si capisci fin dalla prima traccia Human Zoo, ammantata di tastiere e arricchita da doppio pedale del programming di Wilfried. Ed è forse questo un aspetto critico: la batteria è sostituita da una drum machine, e questo si sente sopratutto a livello di pedale.

Il clip di Human Zoo

Questo aspetto però non toglie magia al risultato, nemmeno quando chitarra e batteria imbastiscono assieme interi sensi di brani (vedi Chrysalis). Non mancano nemmeno arpeggi e momenti scevri delle chitarre, e questa varietà dona ulteriore dinamicità ai pezzi. Che, in fondo, risultano tutti all’altezza.

Gli Ulvand, tirando le somme, si dimostrano band vera e in grado di condividere palchi con chiunque nel sottogenere gothic. Tra l’altro proprio i momenti più votati a questo genere sono quelli che mi hanno più coinvolto, ma ci tengo a specificare che pure nei momenti più estremi i nostri riescono a far quadrare tutto in modo molto dignitoso.

Il meglio dei RADIO DRIVE nell’ep 2020 VISION. Una sorpresa inaspettata e gradita

Radio Drive è una band pop rock alternativa che ha in Kevin Gullickson il suo fulcro. Kevin ha vinto premi e nomination internazionali per le sue canzoni e video musicali. La grande capacità del leader dei Radio Drive è quella di far convivere il pop più efficace con musica assolutamente credibile e un po’ più ricercata.

Questo discorso vale in particolare per chi considera il pop così smaccatamente mainstream da risultare artefatto, concentrandosi su sonorità più “vere”. L’inizio con Borders è molto american rock hi fi. Ma con l’ingresso di un basso dinamico si capisce presto che la qualità sarà l’unica cosa da seguire.

Il fatto che tutti i sei brani contenuti in 2020 Vision siano belli è dovuto fondamentalmente ad una selezione. Creata da Kevin stesso, e legata ai suoi singoli di maggior successo. Tutti remixati o rimasterizzati. Non conosco le versioni originali ma il risultato è ottimo, anche a livello produttivo, oltre che per le strutture e le melodie.

Da quelle più discrete di Footsteps a quelle movimentate di Movin On. Il lavoro scorre che è un piacere, liscio come l’olio. Ideale da ascoltare in auto anche in questa calda estate, stupendosi per l’ennesima volta di quanta buona musica ci sia là fuori, e di quanta non ne scopriremo mai, per un motivo o per l’altro.

SECOND HAND MOJO: il nuovo singolo OPEN UP YOUR MIND non è di seconda mano!

I Second Hand Mojo sono diventati rapidamente noti a Detroit e nelle aree circostanti per il loro spettacolo, pieno di melodie originali che fanno ballare, ma ammantati anche di grande energia. Vern Springer (chitarrista) e Scott Brokaw (batterista) sono i fondatori, che hanno anche composto due brani del film “Driven to Ride”, documentario acclamato dalla critica.

Queste canzoni sono state eseguite con la loro popolare band di Detroit all’epoca, Day 41. Questo successo ha portato ad altre 5 canzoni l’inserimento nel documentario di Michelle Carpenter “Klocked: Women of Horsepower”, nel 2016. Per queste canzoni, Springer e Brokaw si sono uniti con il tastierista Dave Kimber e il famoso musicista gospel David Winans II.

Il teaser del singolo

Durante questo periodo, una serie di brani scritti da Springer si sono fatti strada anche sulle onde radio europee. Il perché si comprendere da Open Up Your Mind, nuovo singolo della band. Un lavoro eccelso: potente, trascinante, ricco di spunti. Innanzitutto le tastiere, che sostengono e ammantano il risultato di magia.

Ma funziona proprio la struttura, contornata da cori trascinanti e riusciti. Ma anche da riff di chitarra e fill intonati, e da una sezione ritmica coesa. Tecnica ok, quindi, ma è proprio la melodia che porta via, e si insinua nella testa, rimanendoci. Missione riuscita per i Second Hand Mojo!

IN THE TOMB OF A FORGOTTEN KING dei MONUMENTUM DAMNATI, tra doom ancestrale e melodie pachidermiche

Dopo un’intro atmosferica, ma potente, i Monumentum Damnati svelano le proprie carte, ovvero un metal che si muove sulla cortina del doom metal sinfonico, non rinunciando a sporcarsi in un fiume death metal. La verità, più complessa, è che il gruppo ha un’originalità difficile da definire con un solo genere.

D’altronde anche il progetto si cela bene, con i visi coperti da mascherone di sicuro impatto. Quel poco che si sa dello stesso è che si tratta di un ensemble internazionale e che i membri hanno nick non riconducibili a nomi reali. L’estetica, come detto, fa il resto, donando un’idea gotica, in linea con il risultato.

Non mancano però mai gli arpeggi e le parti più raccolte nei brani del gruppo. There’s no place for life ne è esempio lampante, con queste melodie lancinanti e profonde. Ma non è da meno Anabiosis, in cui la vocalità si fa ancor più sporca, e profonda. Ed è proprio la capacità di gravità dei Monumentum Damnati a fare la differenza con altri progetti.

Senza dimenticare le movenze sornione e minacciose di tanti momenti musicali, degne del miglior horror. Non aspettatevi assalti all’arma bianca in stile thrash, il progetto è nato con tutt’altre finalità, uccide lentamente, calpestando la speranza e ancheggiando in melodie eteree e subitanee, che non vi lasceranno subito.

ALIAS WAYNE fa centro con il terzo album FIREBRAND, nella polverosa America texana

Alias Wayne è un divertente progetto collaterale del cantautore Ranzel X Kendrick. Firebrand è il terzo album, o forse sarebbe meglio dire ep, che esce a nome Alias ​​Wayne, dopo Snafu (2019) e Faux Pas (2020). Una serie di pubblicazioni molto ravvicinate che mantengono inalterata una forza comunicativa, sotto forma di rock.

Sembra insomma che l’americano, figlio unico dei genitori della famiglia del Texas, abbia trovato una valvola di sfogo che, aggiungo, non è indifferente. Sorprende la freschezza del progetto nel proporre una musica che nasce proprio nella polvere di quei posti. Un country-rock che, specie in brani come Joan of Ottawa, dimostra di brillare.

La passione di Ranzel X Kendrick per la musica è iniziata nella scuola elementare quando il vincitore dei Grammy e la leggenda del Country Western Roger Miller ha iniziato a dare consigli sulla composizione. E anche in quest’album confluiscono chitarre soliste e vocalità calde, sezioni ritmiche semplici ma non semplicistiche.

I ritmi appena sghembi di Fixin to Die Rag sono solo un’altra variazione ad un tema riuscito. In cui entrano sì chitarre, ma anche tastiere. E la voce del nostro, ispirata. Alias Wayne ha fatto centro. Nel suo mondo, piccolo se volete, ma caratteristico.

PAUL SCOTT torna al tempo delle radio e dei negozi di dischi con l’ultimo EP

Radio Station è il nuovo lavoro di Paul Scott, che ha suonato basso e chitarra per vari spettacoli australiani, dalle sale comuni e dai centri commerciali di Sydney, Melbourne e Brisbane al Teatro dell’Opera di Sydney. Più di recente, Scott ha pubblicato l’album indie-pop Surrender to Robots.

Scott dice: “Quando ho cominciato l’unico modo per ascoltare musica alternativa era su stazioni radio indipendenti. Io lo facevo spesso e poi mi divertivo a cercare quanto sentito nell’emporio del disco locale. Sfortunatamente quando si trattava di ricordare i dettagli del brano non c’era Shazam: una volta ho passato una settimana a cercare una canzone di Lou Reed chiamata Velvet Underground. Ma non era il nome di un brano”.

In queste parole è contenuto il senso del nuovo lavoro di Scott. Brani melliflui (esempio perfetto Chasing Shadows) non possono che riportare alla memoria momenti belli. E allora ecco di nuovo quelle estati sbiadite dal tempo ma vivaci, a parlare di musica con gli amici. Condivisione, vita, amore.

Il sound ha un flavour electro, con tappeti di tastiere che non obnubilano il comparto rock. Pur nella sua sfumatura ottantiana il risultato non è però solo retrò, e vi si intravedono questioni più vicine ai giorni d’oggi. Su tutto si staglia una vocalità efficace, non degna di grandi interpreti ma nemmeno indifferente.

Il pop english style di DANIEL TORTOLEDO conquista nell’album DARK TIMES

Comincia con allegria il disco di Daniel Tortoledo. Ma non quell’allegria estiva e frivola, ma quella che poggia le sue ali leggere su un pop-rock convincente e sbarazzino. Quindi scordatevi i ritornelli latini che infestano le calde giornate italiche. Dovrete spostarvi, quantomeno mentalmente, in Usa, e non necessariamente a New York, dove vive il nostro cantautore moderno. L’allegria proviene dalla Venezuela, che scorre nel sangue di Tortoledo.

3.

Tortoledo passa con naturalezza tra chitarre e piano, dipende dal brano. Quel che è certo è che ogni canzone ha una forte correlazione con l’altra, a livello di suono. Oasis e Noel Gallagher sono i riferimenti più vicini. Esempio lampante è Not too late, con un incipit chitarra-acustica e voce, prima che i fill la aprano come un melone, permettendo all’ascoltatore di succhiarne un succo di buon gusto.

Molto curata e leggiadra Intermission, quarta canzone, caratterizzata da un piano vivace ma atmosferico. Un interludio per Through out these years, brano che continua sulla falsariga, con una batteria sottile e poco invasiva, che però ritma il risultato. Più rock oriented Bottle of wine ed Eloise, con accordi pieni ed effetti tarati con amplificatori valvolari.

L’andamento è spesso molto english, in realtà. Lo si capisce anche in Spare time, con quel ride e i quattro quarti obnubilati con dinamicità. Piace il sound, piacciono i brani. Non sarà un disco indimenticabile, forse, ma una parabola alla Travis il nostro la potrebbe fare.

E scusate se è poco.