Intervista a Mario Marco Farinato, tra album e singoli nuovi. E quella tecnica di chitarra…

Come é nata la collaborazione per il tuo ultimo singolo insieme ad Alberto Boi?

Dopo la vittoria alla manifestazione Tieni Il Palco, ho conosciuto Alberto Boi, abbiamo fatto la distribuzione del primo brano — Perché — ma non ero fermamente soddisfatto del sound, cercavo qualcosa di più profondo, più mio, più unico. Con Alberto è nata un’amicizia sincera ed ho iniziato a “fidarmi” del suo giudizio e soprattutto dei suoi consigli, che sono stati preziosi per migliorare la mia tecnica compositiva e strumentale allargando i miei confini, di conseguenza abbiamo deciso di produrre una canzone “old-style” cioè registrata e suonato con strumenti veri. Cosi è nata — Per te

Con che obbiettivo é nato il tuo progetto musicale?

Il mio approccio alla musica è stato di mera curiosità. Volevo scoprire i segreti dei produttori, il modo in cui lavoravano, al fine di scrivere un libro sul mercato musicale italiano che resta stranamente “infognato” nella musica commerciale di scarso livello professionale. E volevo sapere come funzionava, poi è sorta una smodata passione per la chitarra et-voilà. Il mio obbiettivo è trovare e ricercare suoni e arrangiamenti innovativi, o per lo meno alternativi, per esempio non uso mai l’ auto-tune quando canto, le mie chitarre sono registrate in stereo su due tracce con doppio microfono, uno sulla tastiera l’altro sulla rosa.. insomma cercare qualcosa di più “naturale” ma sono uno sperimentatore.. scrivo musica ogni giorno, anche goffa.. non mi interessa.. è la ricerca che ci aiuta ad evolvere.. giusto?

Usi una tecnica chitarristica molto particolare…di cosa si tratta e come si é sviluppata?

La tecnica è davvero unica, in primo punto perché suono in speculare — come fossi in uno specchio, tutto al contrario degli altri chitarristi Leonardo Da Vinci ha usato questa tecnica per non divulgare i suoi scritti io la uso per non divulgare le mie scoperte musicali 😉 — inoltre, tutto quello che gli altri chitarristi fanno sugli alti io lo eseguo sui bassi per creare compattezza di suono. Mi sono ispirato alla tecnica usata da Robert Johnson, poi c’è lo slide ( tanto caro anche a R. J.) che mi ha aperto un mondo. Prima ho immaginato un suono che fosse più preciso e meno “slide” poi ho adattato la mia immaginazione alla realtà e cosi ho iniziato ad usura due dita senza slide.. ed è uscito questo suono unico, mi sono anche ispirato alla tecnica usata dai menestrelli calabresi quando suonano la chitarra battente calabrese, insomma ho cercato un modo alternativo di presentare la mia musica con una scenografia semplice ma d’effetto.

Hai vinto Sanremo rock nella categoria trend. Cosa ha significato per te?

Ha significato molto per me, è stato un vero e proprio riconoscimento ufficiale, insomma non avevo speranza di vincere, parliamoci chiaro.. c’erano 1500 band da tutta Italia con due palle quadrate e un sacco di strumentazione figa.. io invece…. ho iniziato suonare in acustico quando tutti, e dico tutti usavano i vari pattern offerti dalla Apple e mi sentivo fuori luogo, ma quando in sala si creò il silenzio e la prima nota di ultimo respiro prese forma.. allora capii che stavo seguendo la direzione del mio spirito, della mia anima. Si ha significato moltissimo, un punto miliare nella mia carriera.

Suoni con un’accordatura aperta a 432hz. Cosa significa e perché lo fai?

Ho scoperto l’accordatura a 432 mentre ascoltavo il canto di uno stregone in Utah a Salt Lake City, vivevo in una riserva di nativi americani, ero molto amico del capo villaggio, cucinavamo insieme gli spaghetti per la comunità intera.. i sei mesi più belli della mia vita, a stretto contatto con gli spiriti della natura, dei boschi, delle praterie. Scoprii che lo sciamano del villaggio, cantava naturalmente con accordatura a 432, informandomi ho scoperto che è utile per la guarigione dello spirito, e siccome abbiamo tutti bisogno di guarire dal consumismo sfrenato e da questa pazzia chiamata globalizzazione, ho pensato che al posto di scendere in piazza con i sanpietrini avrei potuto combattere la cattiveria con l’amore.. un pò come hanno fatto i Tinariwen, ecco perché lo faccio, lo so che sembro un sognatore, un illuso… ma il mio desiderio è di guarire il mondo dall’avarizia e dall’ingordigia con una canzone.

Che progetti hai per il futuro?

Entrare in contatto con il creatore per scrivere una canzone che guarisca la gente dalla cattiveria. Sono un alieno, vengo direttamente da Callisto una delle lune di Giove. Sulla mia stella respiriamo elio e tutti abbiamo la voce sottile quindi non c’è differenza tra uomini e donne e ci vogliamo tutti bene.. qui sulla terra tutto è cosi triste. Il vostro pianeta mi sconvolge, non piace.. mi spaventa.. troppa cattiveria. Il problema è che danno tutti la colpa al Diavolo ma ogni atto politico, economico e religioso in questa terra è fatto nel nome di Dio, o in nome di un bene supremo (economia) spiegatemi quindi chi è il cattivo e chi è il buono!

https://www.instagram.com/mmfarinato

KNIGHTS DEI BLACK NOTE GRAFFITI: UN SINGOLO CHE SI DISEGNA SENZA SCHIZZI SUL MURO DEL ROCK

La voce di Gabrielle trascina. Ed è bello poter dire di una voce femminile quanto cazzuta sia. E non vedeteci niente di sessista, perfavore. Siamo seri. E’ che Gabrielle s’instilla come una regina rock sopra l’intelaiatura trascinante di Knights, singolo che i Black Note Graffiti hanno deciso di estrarre di licenziare.

E hanno fatto bene, perché chi è in cerca di un tipo di rock che ammicca al pop ma con dignità potrà goderne. Se le armonizzazioni vocali sono il punto forte del pezzo, altrettanto si può dire delle distorsioni che caratterizzano la chitarra di Cris.

Dopo un’intro sorniona, ma in cui le previsioni su quello che verrà poi sono piuttosto chiare, l’esplosione appaga le aspettative. Difficile non notare la cura che è stata messa in fase produttiva per unificare i singoli strumenti in un unico mood rockish.

Da Hollywood a New York, i ragazzi suonano live anche in questi periodi poco rassicuranti. Quindi bravi loro, per questo e per la freschezza che mettono nella loro arte dopo anni di lavori, ed immagino sacrifici. D’altronde resta l’unica via per nobilitarsi.

Intervista agli STOLEN DREAM, l’alternative ambientalista veronese che convince

Gli Stolen Dream sono un gruppo ambientalista alternative metal composto da musicisti della Valpolicella, Verona. Nato alla fine del 2017, il gruppo ha da subito iniziato la sua attività live, per poi firmare nel 2019 con Orion Agency. Di seguito un’intervista con loro.

domande di Angela Volpe

Stolen Dream, band alternative emergente, innanzitutto perchè avete scelto questo nome?

Il nome della band si riferisce molto concretamente al sogno di un futuro che per motivi politici, economici ma soprattutto ambientali ci è già stato in parte rubato dalle generazioni passate. Lo stesso concetto è stato ripreso successivamente anche dalla nota attivista Greta Thunberg la quale esordì in uno dei numerosi interventi con la celebre frase “You have stolen my dreams”, denunciando la profonda ipocrisia ed il menefreghismo dei vari leader del mondo moderno, presenti e passati.

Da dove venite, ovvero quali sono le vostre eventuali esperienze musicali precedenti e da chi/cosa è ispirato il vostro stile?

Ognuno di noi nel corso degli anni ha avuto modo di approcciarsi a questo mondo attraverso diverse formazioni musicali, progetti ancora troppo acerbi e che per diversi motivi si sono conclusi prima del tempo. La nostra attuale formazione deriva proprio da una di queste realtà: Damiano (Batterista) e Filippo (Chitarrista) reduci da un’esperienza di “Cover Band” decidono di voler iniziare a dare del proprio in questo ambiente, nel giro di poche settimane chiamano a raccolta Leonardo (Cantante/Chitarrista) e Giacomo (Bassista). Con una formazione ormai definita e delle idee chiare in testa si iniziano finalmente a gettare le basi di quello che vuole essere un progetto completamente diverso dai precedenti. Per quanto una band cerchi sempre di risultare innovativa le influenze da parte delle band a cui maggiormente tengono i vari membri del gruppo si faranno sempre sentire, inutile negarlo; nel nostro caso sono molteplici ma ci limitiamo a citare solamente le principali: Nothing More, Alterbridge, Tool e Rage
Against The Machine
.

Come definireste la vostra musica?

Il genere con il quale possiamo meglio identificarci è l’Alternative Metal, visto il grande bacino di influenze e gusti dal quale possiamo attingere le nostre composizioni sono in tutto e per tutto un unione di diversi generi e sottogeneri del Metal, ma non solo: le nostre composizioni si prestano sia per Riff decisi che per ampie aperture melodiche, passando per groove che danno decisamente spazio al Basso, spesso troppo bistrattato in questo genere. Forse “Una carezza in testa abbinata ad una sberla decisa in pieno volto” potrebbe essere una valida sintesi.

Attualmente, di cosa si compone la vostra discografia?

Attualmente la nostra discografia comprende il nostro omonimo EP di esordio costituito da un intro ed altri 4 brani inediti, datato 2018; da
qualche parte si deve pur iniziare e quel progetto, sebbene sotto alcuni punti di vista acerbo ci ha aiutati a capire in che direzione guardare per il futuro. Infine abbiamo il nostro singolo Inhuman Race, rilasciato ad inizio 2020 e che ha completamente rivoluzionato il nostro sound rendendolo più fresco e moderno, proprio quello che volevamo. Questo brano farà inoltre parte dell’LP sul quale stiamo già lavorando sebbene, per ovvie cause di forza maggiore, sarà fatto slittare un po più avanti nella programmazione.

Il singolo Inhuman Race degli Stolen Dream

Come si svolge il songwriting, collaborate tutti o se ne occupa qualcuno in particolare?

Nel nostro songwriting le idee di ognuno sono fondamentali, tendenzialmente il singolo porta un’idea in sala sulla quale poi si inizia a costruire il brano lavorando sia in sala che a casa tramite le pre-produzioni curate dal nostro chitarrista e che vengono man mano aggiornate grazie soprattutto all’apporto musicale di tutti i componenti. Nella nostra formazione siamo tutti Autori, di brano in brano l’apporto creativo spesso varia tra i componenti ma ovviamente cerchiamo di bilanciare questo fattore di opera in opera, inoltre tutte le decisioni vengono prese insieme in modo tale che tutti possano essere pienamente soddisfatti del prodotto finale.

Avete un tema “preferito” per i vostri testi o seguite l’ispirazione del momento?

Ogni testo è ben studiato e calibrato su delle tematiche che a noi stanno molto a cuore. Il nostro primo EP parlava dell’essere umano da diversi punti di vista, criticando aspramente il suo operato ma allo stesso tempo con l’invito a fare tesoro di ciò per migliorarci come umanità, evitando di ripetere gli stessi errori fatti in passato. Con le nuove composizioni abbiamo deciso invece di concentrarci maggiormente su tematiche legate all’inquinamento e alle azioni nocive che l’uomo compie nei confronti del nostro pianeta. L’LP sul quale stiamo lavorando sarà infatti una sorta di “Concept Album” legato a questa tematica, l’obiettivo sarà ovviamente quello di richiamare l’attenzione sulla faccenda, per il momento non possiamo ancora rivelare la forma del contenuto ma possiamo anticipare che sarà un bel climax: tematico e musicale.

Qual è il vostro obiettivo a breve termine?

Il nostro prossimo passo sarà quello pubblicare un secondo singolo per dare il via alla presentazione dell’album stesso. L’idea sarebbe stata quella di pubblicarlo con relativo videoclip durante l’estate ma vista la situazione che si è venuta a creare ultimamente, il tutto verrà spostato in là di qualche mese.

Se poteste scegliere una band con cui collaborare per un brano, quale sarebbe?

Una delle band con la quale ci piacerebbe più collaborare sono gli
Entail of Crow, band Electronic Alternative Rock di Verona. Oltre a godere di un ottimo rapporto di amicizia con i singoli componenti, il mix delle due sonorità potrebbe dare vita a qualcosa di molto interessante sotto il punto di vista discografico.

Con 2020 Back to Earth lo space stoner dei KAYLETH torna per aiutare la terra. L’intervista con la band.

di Francesco Bommartini

I veronesi Kayleth dal 2005 creano stoner. E ormai da qualche anno vanno a braccetto con Argonauta Records, etichetta specializzata nel genere. Pur avendo fin da subito le qualità per distinguersi l’accasamento con Argonauta ha dato loro una certa esposizione. Che loro sfruttano appieno.

Siete molto prolifici. Come funziona la vostra fase compositiva?

La nostra fase compositiva è semplice e spontanea. Ogni sessione di prova comincia con una jam dove lasciamo fluire la nostra ispirazione, a volte inserendo riff provati a casa o che ci girano in testa da giorni.

Dove avete registrato il nuovo album 2020 Back to Earth e come si sono svolte le registrazioni?

Per 2020 Back to Earth siamo tornati alle origini, ovvero presso il Liquid Sound Studio del nostro bassista Alessandro, in cui abbiamo registrato gli EP e Space Muffin. Il precedente album Colossus è stato registrato da Luca Tacconi (Sotto il Mare) ed è stata un’esperienza fantastica. Come dice appunto il titolo del nuovo album, abbiamo voluto tornare a casa, in un ambiente familiare, intimo e rilassato come appunto lo studio di Alessandro. Dopo una prima presa diretta di batteria, basso e chitarra, abbiamo sovrainciso il resto, prendendoci il tempo necessario, rifacendo  alcune parti fino a che non ci hanno convinto al 100%. Questo ci ha permesso di suonare al meglio senza nessun vincolo, per esempio Michele ha preferito registrare i synth a casa, scegliendo minuziosamente ogni suono dopo molti tentativi. Per il master ci siamo affidati di nuovo ad Eleven mastering, soprattutto perchè questo album uscirà anche in vinile.

A livello concettuale di cosa parla il nuovo lavoro? Avete cercato di riprodurre il significato anche con la musica o testi e musica sono due aspetti slegati?

Come anticipa il titolo appunto, dopo il nostro viaggio interstellare che ci ha tenuto lontano da casa per molto tempo e che ci ha permesso di scoprire nuove galassie, il richiamo di casa alla fine vince. Quello che troviamo però è una Terra in condizioni disastrose, un pianeta mutilato dal genere umano.
Il primo singolo Corrupted è una canzone di ammonimento per chi detiene il potere. Paesi, religioni e ideologie sono alimentate dalla corruzione e minacciano il popolo negando loro una evoluzione spirituale. Ci viene rivelata l’illusione delle nostre vite, sta a noi non esserne schiavi. Le jam strumentali sono spesso irruente ed Enrico si prende il tempo necessario per assimilare e poi scrivere i testi. Musica e testi fluiscono insieme dopo un processo di ispirazione che li vede separati solo all’inizio, per poi ricongiungersi e fondersi definitivamente.

Le vostre copertine sono molto evocative, e riconoscibili. Parlami di questo aspetto…

L’artwork è un aspetto molto importante di ogni album, dove quasi sempre (unica eccezione per Colossus) Massimo (chitarrista) si butta a capofitto per dare libero sfogo alla sua vena artistica. A lui va il merito anche di quasi tutti i video musicali. Lo sci-fi vintage ci contraddistingue quasi in tutte le uscite, proprio perchè siamo molto legati al cinema, letteratura, fumetti e videogiochi del filone fantascientifico. Kayleth infatti è un personaggio di un romanzo di Isaac Asimov.

Quali sono le differenze principali tra questo nuovo lavoro e i precedenti?

La maturità  probabilmente, anche se ormai stiamo parlando di senilità! La nostra impressione è che in ogni album affiniamo sempre un pò di più la nostra vena creativa, rimanendo fedeli al genere che ci contraddistingue e contaminando qua e là con quello che incontriamo durante il nostro percorso. Stavolta abbiamo inserito violini (Katia Adami) e sax (Mauro Padoani) quasi per scherzo, ma quando li abbiamo sentiti suonare prima in studio e poi nel mix, ci siamo talmente emozionati che sarà un esperimento che sicuramente rifaremo!

Com’è la scena musicale veronese in generale e per quanto riguarda il vostro genere?

In generale la consideriamo buona, anche se un pò stantia per quanto riguarda il ricambio generazionale. Ormai sono poche le nuove leve che vediamo avvicendarsi sui pochi palchi rimasti. Il “circolo” stoner/doom gode di ottima salute e di ottima compagnia con Atomic Mold, Mongoose, Megatherium, Jahbulong, Blutbad, Ultracombo, A forest mighty black e tanti altri. Noi teniamo botta e non diamo nessun segno di cedimento.

Il singolo Corrupted

Quali sono i concerti che ricordate con maggior emozione?

Beh sicuramente il release party di Colossus al Jack the Ripper Pub, con i Duel allo Splinter club, al Le Farmer di Lione, al Rural Desert Fest alla Cascina Bellaria, ma soprattutto l’indimenticabile King of Stoned Fest al Cellar Theory di Napoli. Abbiamo suonato tardissimo (headliner), ma il locale era stracolmo, per gli amanti dello stoner della zona era un evento imperdibile e lo è stato anche per noi. Speriamo di rivedere tutte le persone che abbiamo incontrato fino ad oggi e di conoscerne di nuove al più presto. Ci manca il palco, sopra ogni cosa.

Quali sono le band che vi influenzano maggiormente e perchè?

Oltra ai classici  dele genere come Hawkwind, Orange Goblin, Truckfighters, Melvins, Sleep, Kyuss, ci sono i 35007, Pink Floyd, Pantera, OM, Daft Punk, Apparat e tanti altri. Come avrai capito, veniamo da generi diversi e continuiamo ad ascoltare musica eterogenea, questa è sicuramente la chiave di volta che ci permette di fare stoner con le influenze che ci contraddistinguono.

WHO WE ARE: il singolo di Adam Wedd feat Blacksmith dedicato alla bellezza dell’umanità durante il Covid

Una canzone dedicata alle persone, per ricordarne l’essenza specie in periodi di assenza. Questa è l’idea che sta alla base di Who We Are, il singolo che il cantautore londinese Adam Wedd ha inciso con Blacksmith. Quest’ultimo, che di nome fa Christoper, è celebre anche in Italia in quanto produttore di successo. Adam Wedd invece ha condiviso il palco anche con artisti di primo piano come Ed Sheeran. Ma ha ancora desideri da soddisfare, tra questi la possibilità di suonare in Italia, cosa che vorrebbe fare nel 2021, quando – si spera – questa pandemia sarà terminata.

La musica di Adam è passata anche in alcuni spot televisivi e cortometraggi del Regno Unito. Per l’occasione il cantautore si è avvalso anche della vocalità di Francesca Di Bassi. Italiana, voce dei Maki Flo, la Di Bassi subentra dopo il primo minuto cantato da Wedd. Ed è un bel sentire in entrambi i frangenti. Alla dolcezza della vocalità dell’inglese si aggiunge quella della voce italiana, che peraltro padroneggia la lingua del brano (l’inglese, per l’appunto) in modo eccellente. Le due voci si stagliano su una base raeggata che viene ulteriormente valorizzata dall’ingresso di Blacksmith, che dà un tocco rap al brano.

Così mentre la batteria diventa più intensa, le rime si rincorrono parlando delle persone che rendono bello anche un periodo come questo. “Non importa cosa crediamo politicamente o religiosamente. Non puoi negare quanto bella sia l’umanità, anche e soprattutto durante questa pandemia”, spiega Wedd. Applaudire il servizio sanitario nazionale, i lavoratori chiave e le persone che riforniscono i nostri supermercati in questi tempi difficili è l’obbiettivo di Who We Are. Riuscito.

Sì, perché la positività aleggia nel brano dal delay iniziale della chitarra alla parte conclusiva, con la voce femminile sugli scudi. Ambiziosa la scelta di cantare a tre voci. Ma si tratta di un’ambizione ben calibrata: il trio infatti quaglia alla perfezione. La qualità musicale non è in dubbio, sublimata da una ottima produzione, che definire cristallina non è metaforico. Lo stick della batteria detta l’andamento iniziale finché il primo vero colpo di rullante annuncia l’ingresso della Di Bassi.

Who We Are ha tutti i crismi per poter diventare un singolo di successo. E se nei paesi anglofoni avranno il vantaggio di poter capire subito le parole, tutto il mondo potrà notare i buoni sentimenti sottesi tra le note.